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Nelle mie lezioni di Storia del pensiero politico, per spiegare la differenza tra etica, politica e diritto, ricorro spesso al caso di Via Rasella. A mio avviso, quell’attentato fu politicamente un gravissimo errore, giacché i leader di un governo o di movimento dovrebbero ispirare la loro condotta alla weberiana “etica della responsabilità”, per la quale è giusta l’azione che contribuisce a fare star meglio la comunità mentre è ingiusta quella che la fa stare peggio; ma fu anche un errore sotto il profilo morale, giacché non si può programmare un attentato allo scopo di scatenare una rappresaglia feroce atta a risvegliare l’assopita coscienza morale dei propri concittadini - è la logica di Hamas o dei talebani, non può essere quella di una nazione civile. E tuttavia, avvertivo i miei studenti, se qualcuno volesse portare sul banco degli accusati Rosario Bentivegna - il gappista di Via Rasella - mostrerebbe di confondere il piano della politica e della morale con quello del diritto che è altra e diversa cosa. Si può criticare il Bentivegna, anche con parole durissime e paragoni impropri, non lo%0D si può condannare come un qualsiasi delinquente giacché a motivarne il gesto non è stato un interesse privato ma la dedizione al dovere, la ferma determinazione a combattere, in tutti i modi possibili, i nemici della patria italiana e della libertà dei popoli.

C'è una massima antica che dice “a mali estremi, estremi rimedi”. Per i teorici della ragion di Stato nulla di più scontato: nello stato di natura, qualsiasi mezzo è buono se risulta efficace, se serve cioè a salvare una comunità politica minacciata di estinzione - dove “stato di natura” è sia il conflitto mortale tra entità sovrane (gli stati), sia la “guerra civile” in cui una determinata società può essere precipitata. In questi frangenti, però, chi decide quali sono gli “estremi rimedi” appropriati per ristabilire l'ordine sociale (quell'ordine senza il quale non c'è né diritto, né tribunale) se non il "politico" ovvero colui che, legittimato o no dalle leggi fondamentali dello Stato, si mette al timone della nave e impiega ogni tipo di risorsa per evitare che le tempeste della storia la facciano naufragare?

Sganciando le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, gli americani ritenevano di salvare la vita - con quel monito terribile e agghiacciante - di almeno un milione di combattenti del Pacifico. Il loro calcolo era fondato o no? Per rispondere alla domanda bisogna essere storici, sociologi, statistici, ricorrere ad approcci comparativi, a sequenze fattuali, alle varie leggi della psicologia sociale, alla teoria dei giochi e quant'altro. Tutte cose fragili (sotto il profilo della verificabilità scientifica) che troveranno sempre gli esperti divisi. Ma ammesso pure che il calcolo americano fosse corretto sotto il profilo tecnico - il raggiungimento dello scopo, la fine della guerra, era garantito solo dall’escalation atomica - resterebbe sempre la questione morale: è lecito sacrificare trecentomila civili giapponesi per far "tornare a casa" i "nostri figli" sotto le armi? Sono domande che non si possono porre a un tribunale: se ciò fosse possibile o lecito, non ci sarebbe alcun bisogno della “politica” giacché basterebbe affidare ai magistrati il compito di stabilire che cosa è giusto o opportuno fare in determinate circostanze drammatiche (e,alla lunga, nella stessa gestione del quotidiano).

Il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki è stato un atto di barbarie o una "tragica necessità"? Gli uomini continueranno a discuterne per secoli così come storici, filosofi, moralisti, religiosi continueranno a dividersi sull’attentato di Via Rasella. Si tratta di una civile acquisizione di senso comune che la recente sentenza della Corte di Cassazione ,che condanna “Il Giornale” allora diretto da Vittorio Feltri, per gli articoli dedicati a quella pagina buia della Resistenza, in sostanza, mette in crisi. Al giornalista Francobaldo Chiocci non era lecito paragonare Bentivegna a Priebke, nè condannare gli “atti di sabotaggio, le requisizioni e ogni altra operazione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti durante l’occupazione nemica”.

A ben riflettere, siamo dinanzi a uno dei più gravi attentati alla liberà di coscienza e di parola che potessero immaginarsi in una società aperta e tollerante come la nostra. E’ l’ennesimo indizio che , nella società contemporanea, si va perdendo irrimediabilmente il senso della politica come dimensione autonoma (e tragica perchè non garantita né da Dio, né dalla Ragione, né dalla Storia) dell'esistenza, irriducibile alla morale, al diritto, all'economia. Sennonché la giuridicizzazione (o l'eticizzazione) della politica non porterà al "trionfo del diritto" ma al trionfo di una politica particolare camuffata da diritto e, nel caso italiano, a “costituzionalizzare” e a rendere verità indiscutibili i giudizi degli storici aderenti a quella che Renzo De Felice chiamava la “vulgata antifascista”.

E allora, si dirà, lasceremo impuniti i criminali di guerra, quelli che hanno commesso abusi di ogni genere, stuprato, violentato, massacrato?

Mi si consenta un altro esempio non meno significativo. Un liberale ai tempi di Pinochet si sarebbe dato alla macchia o sarebbe emigrato negli Stati Uniti giacché il modo cileno di “riportare l'ordine” sacrificava idealità etico-politiche assai più importanti della cessazione della “guerra civile”. La politica feroce della giunta militare, per stroncare l'hobbesiano “Behemoth” -  il mostro della guerra intestina - e ,quindi, per "salvare" il Cile, calpestava i più elementari diritti individuali - un fatto intollerabile per un autentico liberale disposto a sopportare, per un tempo indefinito, anche una situazione di anarchia ma non a chiudere gli occhi dinanzi ai massacri dello stadio di Santiago. Non pertanto, però, gli sarebbe stato lecito assimilare Totò Riina a Pinochet giacché la “spietatezza” dell’uno intendeva preservare l’unità e l’integrità della nazione laddove quella dell’altro era solo espressione di familismo e di prepotenza mafiosa.

Il boss siciliano va trattato come un criminale - e portato davanti ai giudici - mentre il generale golpista va trattato come un nemico, che, non si processa ma si passa per le armi o si condanna all’esilio perpetuo o, al limite, si risparmia, una volta disarmato e reso innocuo.

Nel pluralismo liberale c'è posto per tutti i valori, anche per la vendetta (il rapimento e l’esecuzione di Eichmann ne sono stati un caso paradigmatico - e personalmente, ho condiviso l'accanimento di Simon Wiesenthal e del governo israeliano, assai meno il processo) ma non c'è posto per un diritto che pretenda di ridurre alle sue misure tutti i rapporti umani -  né tanto meno per giudici che si fanno storici, moralisti, sociologi etc. Specialmente se una giuria pretende di rifarsi agli sbandierati “principi democratici” che, “presi sul serio” comporterebbero la delegittimazione del 98% degli stati dell'ONU e la costituzione, per via dell’imponente mole di lavoro, di “tribunali telematici”, eredi non improbabili delle vecchie “ghigliottine a vapore”!

CommentiCommenti 4

Daniele Frizzo (non verificato) said:

Spett.le L'occidentale,oprobabilmente mi metto a discutere di cose pù grandi di me,ma ho sempre ritenuto,mio padre era un operaio e mia madre una casalinga,che i gappisti erano corresponsabili dei morti delle ardeatine con i comandanti germanici,e mi dispiace che nonostante gli anni trascorsi non si abbia il coraggio di ammetterlo.Grazie e distinti saluti.

Flavio Berlanda (non verificato) said:

Ciò che molti chiedono non è il processo e la condanna di Bentivegna. Il contesto e la situazione potevano portare a degli errori.
E che sia stato un grave errore politico ad anche umano lo confermano, tra le altre cose, il rifiuto da parte del CNL di ratificare l'attentato, il trasferimento a Milano di Giorgio Amendola e le successive affermazioni di Norberto Bobbio e Leo Valiani.
Quindi ciò che va venire il voltastomaco è la mancata condanna morale, la mistificazione della verità e la trasformazione di un uomo che ha sbagliato in un eroe. La medaglia d'argento a lui conferita ce lo conferma.
Come ci si può quindi oggi meravigliare se ad un Giuliani, che suo padre aveva definito un balordo, viene intestata un'aula del Senato?
Forse per questi esempi negativi coloro che vanno in piazza a spaccare tutto si sentono giustificati.
Forse l'esaltazione di questo atto fece da filo conduttore per creare una continuità tra GAP (Gruppi di azione patriottica), GAP (Gruppi di azione partigiana), GAP (Gruppi armati proletari) e BR.
La condanna morale sarebbe invece servita a far capire che chi uccide deliberatamente è un assassino, magari giustificabile, ma sempre un assassino.