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fucking osama

L’università non l’ho mai finita. Avevo fatto la scelta sbagliata: Scienze della Comunicazione. In pratica un enorme contenitore per frustrati, primi fra tutti i professori che ti costringevano a studiare sui loro libri. Mi era venuto il pallino del giornalista, quello che si vede al cinema, sempre in viaggio, che rischia, si diverte, si scopa le addette alle ambasciate e rimbalza le telefonate dell’ex moglie. Ho iniziato in un quotidiano, poi un passaggio in una radio, e oggi eccomi qua, alla televisione. Con qualche raccomandazione e il mio miglior sorriso sono entrato a far parte della categoria che nei sondaggi ci relega al penultimo posto in quanto a simpatia.
A differenza dei miei colleghi, però, io so una cosa importante. Per questo sono più forte, più consapevole, più lucido e incazzato di chiunque altro qui dentro. Perché io so qual è il pericolo. So dov’è il baratro in cui rischiamo di sprofondare. So qual è l’ipocrisia – dei politici, dei giornalisti, degli intellettuali – che in Italia e in Europa sta segnando i tempi.
Si preferisce ignorarlo, ma il pericolo c’è, è reale. Si chiama Islam. Quasi nessuno se ne vuole accorgere, tutti se ne sbattono. Come se l’11 Settembre fosse stato un giorno come un altro.
Riunione di redazione. Tutti seduti intorno al tavolo ovale. Qualcuno ha portato una brocca d’acqua e l’ha messa al centro. Però mancano i bicchieri. Non so perché, ma la cosa mi fa proprio incazzare. Ho gli occhi rossi e infossati. È un po’ di tempo che i colleghi mi chiedono se abbia qualcosa che non va. Forse sei stanco, dicono. Mi limito a non rispondere. Per qualche minuto riesco solo a pensare che mancano i bicchieri. Hai una faccia!, mi dicono. Poi Flavia della Cultura dichiara che probabilmente per un viziato cronico il lavoro è una fatica troppo pesante da sopportare col sorriso. Le mando un bacio con la mano.
Non sono sicuro che sia questo mestiere ad avermi rotto le palle. Forse sono solo alcuni dettagli come il fatto che odio i miei colleghi, o alcuni momenti, come le riunioni. Oppure questo produrre parole, parole e parole, a uso e consumo di agenzie, giornali e radio che devono assolutamente citare il programma che contribuisco a realizzare. Altrimenti sono io che fallisco. Scegliamo i temi, decidiamo il taglio, selezioniamo gli ospiti e costruiamo la puntata. Ma se l’indomani almeno un paio di quotidiani nazionali, di critici e polemisti di mestiere non citano, criticano o polemizzano con il programma, è come se in pratica non esistesse.
Ultimamente ho pensato. Ho pensato molto. Credo che qualcosa di veramente utile si possa fare. Io potrei farlo, invece di star qui seduto a scarabocchiare sul retro di uno dei ritagli di giornale fotocopiati che ho portato con me. In realtà non è uno scarabocchio: è la faccia di Paperino. La so fare benissimo. Tale e quale ai disegnatori professionisti. La riunione è in pieno svolgimento. Sento qualcuno che dice «Sono solo rumors» e «…Anche questo è intrattenimento». Io però mi concentro, attento a non sbavare sui contorni. Ci riesco anche in mezzo al casino, ormai sono abituato. Sono arrivato al becco, che è la parte più difficile, e intanto sento «…Perdere di vista il centro per le periferie». Poi mi volto di scatto.
«Perché non stai più attento cazzo?!».
Quello mi fissa a bocca aperta.
Gli sventolo sotto il naso il disegno, indicandogli la strisciata nera che m’ha fatto fare urtandomi col gomito. Proprio quando coloravo di nero gli occhi.
«L’hai fatto davvero tu?». Un bisbiglio sulla mia spalla. La stagista sta ammirando il disegno.
«Certo che l’ho fatto io».
Lei mi dice «sei bravissimo» e bisbigliando a mia volta, continuando a disegnare, inizio a raccontarle di quando dopo il liceo volevo iscrivermi all’Accademia Disney invece di andare all’università. Poi però i miei genitori…
Ma a questo punto mi sento in dovere di partecipare alla riunione. Alzo lo sguardo dal foglio: «Islamica incinta, papà l’avvelena!». Il vociare di fondo cala all’improvviso. Tutti mi fissano, anche chi è seduto troppo lontano per aver davvero sentito quel che ho detto. Qualcuno fa: «Eccolo che ricomincia…». Qualcun altro si allunga sul tavolo per guardare il disegno.
Metto da parte il ritaglio di giornale che ho in mano e ne leggo un altro: «Coppia di pachistani uccide figlia quindicenne per evitare l’onta di un bimbo illegittimo…». Silenzio. Poi di colpo riprendono a parlare tutti insieme. Io continuo: «Facciamola su questo la trasmissione domani, solleviamo un po’ di casino invece di starcene tutti zitti per non far la figura dei prevaricatori…», sbatto il pugno sul tavolo. «Questo è un paese democratico, l’hanno capito o no?!». Di nuovo silenzio, poi Flavia fa: «L’hanno capito chi… a chi ti riferisci? Ma ti senti?!». Dall’altra estremità del tavolo, Simone Pavlov, il conduttore, smette di giocherellare con la penna e mi lancia un tenero sorriso. «Calmati Emme», mi fa, «sono solo casi di cronaca. Che vuoi che gliene freghi alla gente di un paio di faide familiari di immigrati?». Tutti annuiscono. «Domani invece ci buttiamo sulla faccenda delle emittenti TV», dice. «Almeno su questo, governo e opposizione si scannano… Dicono che alla gente non interessi, ma tiene vivo il dibattito, crea dissenso tra gli ospiti, dà tensione alla puntata. Se ci va di culo litigano pure… E poi ci sono milioni di pensionati che davanti a Rete 4 ci vivono».
«Ma se ci interessano i pensionati facciamo una puntata sulle pensioni», ribatto. Un altro sorriso, un po’ meno bonario del primo. «Da quando sei diventato ingenuo, Emme?».
Vorrei urlare qualcosa, non so bene, qualcosa che abbia a che fare con concetti quali “cultura”, “responsabilità”, “radici” e “orgoglio”. Magari urlare e basta.
«E poi finiamola con questa ossessione per gli islamici», dice qualcuno. «Noi siamo capaci di essere ben più violenti…».
Noi
chi? Perché Flavia adesso non dice niente?
«…E non mi pare il caso di fomentare odio, qualcuno potrebbe farsi venire delle strane idee…».
Simone Pavlov è d’accordo, attorno al tavolo è un annuire generale. Si sente un abbaiare acuto come spilli provenire da sotto il tavolo. Il microscopico pincher legato alla sedia di Pavlov sta litigando col guinzaglio. Lui batte con la mano sul ginocchio e il cane gli salta in grembo, tremando eccitato sotto le carezze del conduttore. La stagista bisbiglia «che amore…».
«Scusate», dico, calmissimo. Tranquillissimo. Educato. «Vorrei se possibile tornare un momento sulla ragazza islamica incinta…».
«L’argomento islamica incinta è chiuso, Emme», m’interrompe Pavlov.
«Ma potremmo cercare…».
«È chiuso! Insindacabilmente».
«Insindacabilmente? Ma scusa Simone, dopo quel che succede ce ne usciamo con insindaca…».
Il pincher abbaia. Pavlov lo accarezza e lo stringe a sé. Qualcuno dice «ma i bicchieri dove sono?». La stagista viene mandata a prendere i bicchieri, io ricomincio a scarabocchiare. Cose senza senso. Linee dritte e curve. Soprattutto dritte. Disegno un triangolo. Disegno un cazzo. Un rettangolo. Un altro triangolo. Una casa. Una spada. Un’altra spada. Una croce.
A un tratto la biro non scrive più e io la sfrego sul legno del tavolo per farla riprendere a funzionare. Forte, graffio il legno, più forte… Ma è inutile. Alzo la testa, non sento più niente. Dalla grande finestra vedo il palazzo di fronte rivestito di vetri che diventano rapidamente più scuri mentre immensi nuvoloni si ammassano in cielo. La biro è scarica, non posso nemmeno disegnare, e ora più niente mi separa da questa mattinata sempre più pesta e livida.


Il rumore delle sedie che stridono sul pavimento mi riporta alla realtà. Ci alziamo in piedi. Molti si stirano, qualcuno si risiede e resta per qualche secondo imbambolato nella luce al neon troppo forte, a guardare gli altri uscire dalla porta. Mentre faccio il giro del tavolo sento la risata di Simone Pavlov che è già fuori in corridoio. Quando mi è passato accanto mi ha fatto un cenno di disapprovazione. Dovrei essere il suo braccio destro, invece sto diventando un peso morto. Altre risate. Quasi tutti hanno sfilato dal pacchetto una sigaretta, ansiosi di fumare, e ora la stringono tra le labbra ancora spenta, affrettandosi a raggiungere la terrazza. Fuori però ha iniziato a piovere talmente forte che sembra quasi buio. Mi avvicino alla finestra, vedo la cima dei lampioni gialli curvi come giraffe che si specchiano sull’asfalto bagnato. Sto per aprirla e prendere una boccata d’aria, ma vedo appena in tempo una falena appiccicata come una spilla a un angolo del vetro. Sembra morta ma non è così. Vedo la peluria sull’addome e sulla testa, è enorme. Non tocco nemmeno la maniglia, mi volto con le mani che tremano ed esco di lì.


Mi drogo ma non mi atteggio a maledetto. Faccio il cinico ma preferisco i film a lieto fine. Amo la politica ma provo a sfruttarla senza assumere posizioni già viste. Sto quasi sempre con gli Stati Uniti d’America anche se non metterei mai piede in un McDonald’s. Sono un supporter di Israele, andrei a sparare sul Golan o in Cisgiordania con l’uniforme di Tsahal, ma non sopporto i piagnistei sulla Shoah.
Che altro?
Ho fascino.

Raggiungo la scrivania e mi siedo di fronte al computer. È venuto fuori che mi tocca cercare del materiale sui precari della scuola. Una collega scema, quella che ha sempre una parola buona per tutti, si avvicina e mi dice: «Emme tu sei uno dei migliori, lo sanno tutti… Ma perché da un po’ di tempo ti metti sempre di traverso? Chi te lo fa fare…». Lascio che compia la sua buona azione quotidiana, annuisco e dico «certo…» a intervalli regolari, e intanto penso che tra un po’ avrò diritto a una settimana extra di riposo. Una settimana da riempire, troppo tempo per pensare… Per superare l’ansia mi concentro sulla collega che mi sorride seduta sul bordo della scrivania facendo dondolare una gamba. Spero che la smetta. Subito. Di dondolare questa gamba del cazzo. Perché ho proprio voglia di spezzargliela con un calcio.
«Hai una macchia sulla camicia», le dico. Per un attimo sembra perplessa. Mentre la guardo allontanarsi rapidamente e tornare alla sua postazione, dal monitor sintonizzato sulla CNN parte il lampeggio delle breaking news.
«Strage a Sharm el-Sheikh. Un ordigno è esploso in una discoteca affollata di turisti. Al momento non si conosce il numero complessivo delle vittime, né si sa ancora se sia stata un’azione di kamikaze… Sharm è una nota località turistica dell’Egitto, frequentata soprattutto da occidentali… Appena CNN avrà notizie più precise ve le comunicherà. Non c’è stata per ora alcuna rivendicazione, ma sembra certo che si tratti di un attentato terroristico di matrice islamica».
Ci sono stato, qualche volta, a Sharm el-Sheikh. Non ne vado pazzo, è pieno di cafoni a una settimana tutto incluso, ma l’ultima volta, nella villa del mio amico, c’erano ecstasy e cocaina a disposizione degli ospiti e comitive di ragazzine francesi molto disinibite.
La CNN torna con le immagini. L’inquadratura scende, traballando. Fumo, gente che piange, una ragazza scappa via urlando, le cola sangue sulla fronte, le sirene delle ambulanze, barelle che vanno e vengono. Poi il cameraman avanza e si avvicina a quella che fino a poche ore fa – dice la giornalista – era la biglietteria. Pronuncia il nome della discoteca: è un posto famoso in città, sono stato anche lì. Niente di eccezionale, tanto fumo e buttafuori giganteschi, insopportabili. C’era una fila di palme proprio davanti all’ingresso… Una mano spunta dalle macerie, si sentono le urla dell’operatore chiamare aiuto, i soccorritori stanno estraendo un corpo, la telecamera si intrufola tra le braccia dei poliziotti che non fanno avvicinare nessuno e inquadra per un istante un volto che non esiste più.
«L’esplosione», spiega la giornalista, «è arrivata di sorpresa durante una notte di festa. È accaduto quattro ore fa, il bilancio provvisorio della strage è fermo per ora a ottantadue morti, ma le ricerche tra le macerie continueranno ancora a lungo».
Provo a immaginare cosa possa significare tutto ciò. Viverlo. Essere squassati dall’esperienza di te che balli strafatto, con ’sta tizia a cui piace sentirselo duro sulle chiappe mentre glielo strofini contro, e tu che hai già deciso di andare via di lì, con la ragazza e tutti gli altri, proseguire la serata in un after-hour e poi, quando l’alba è passata ed è già pomeriggio inoltrato, tutti alla villa, dove finalmente te la scoperai, ti addormenterai ubriaco e la caccerai via quando ti sveglierai, e sarà di nuovo notte. Quindi aspetti, hai già deciso, ma balli un’altra mezz’ora, lei tanto verrà con te, lo sai, poi avverti gli altri, attraversate la pista per uscire, con lei che ti stringe le mani e la tua erezione che inizia a far male, vedete la luce del mattino arrivare dall’ingresso, ti fermi per ritirare la giacca, e poi in un singolo millisecondo vedi il sorriso strappato via dalla faccia della guardarobiera e sei sbalzato lontano, con il cervello, il cuore, tutto il corpo spaccati dall’urto e dalla paura, e forse da tutto questo nero non uscirai più, forse sei morto, oppure dopo un po’ sentirai le urla, che bucheranno la parete di sangue dentro le tue orecchie e ti diranno che sei ancora vivo. Le urla arriveranno e tu sarai l’unico a essere rimasto vivo, e non vorrai più essere felice.
Mi alzo di scatto dalla sedia e faccio appena in tempo a chiudermi in bagno prima di vomitare. Mi sciacquo la faccia e fisso un volto che riconosco a malapena nello specchio sopra il lavandino. Nessuno può avere gli occhi tanto arrossati. Poi rientro al cesso, mi faccio una striscia e torno alla mia scrivania, dove resto a fissare per venti minuti lo screen saver del mio computer con la foto delle Torri Gemelle fumanti.


Il giorno dopo, ovviamente non si parla d’altro. «Ci massacreranno tutti se non facciamo qualcosa!». Sto gridando, devo sembrare un pazzo. Forse lo sono. Flavia dice qualcosa sulle responsabilità storiche degli Stati Uniti, io digrigno i denti, ho di nuovo una lama nello stomaco e voglia di vomitare, ma stavolta addosso ai miei colleghi. Per primo Simone Pavlov, che mi fissa con un’espressione di rimprovero. Dov’è Eva? Sono due giorni che non la vedo.
A passi rapidi e nervosi, saluto quelli che incrocio lungo i corridoi. Due ragazze, troppo carine per fare le assistenti di produzione e troppo poco per andare in video, mi guardano e mi sorridono.
Gli studi del TG sono una polveriera pronta a esplodere: gente che corre qua e là sventolando fogli, braccia alzate a impartire ordini, scontri furibondi davanti alle salette di montaggio per conquistare la precedenza. Da una settimana c’è un nuovo direttore. Questo significa nuove priorità. Significa dover capire meglio e prima degli altri colleghi le sue intenzioni se si vuole sopravvivere. Qui ci sono solo due comandamenti: presto e bene. Io invece passo quasi tutto il giorno al telefono, a blandire segretarie, negoziare ospitate, concordare domande che dovrebbero essere a sorpresa. Ho provato l’ebbrezza di sentirmi un giornalista soltanto nel periodo passato a scrivere sulle pagine locali di un grande quotidiano nazionale. Raccontavo storie, segnalavo microscopiche disfunzioni, puntavo il dito sulle crepe. Scrivevo di piccole ingiustizie, e in un paio di casi proprio i miei articoli hanno acceso i riflettori e aiutato a risolvere situazioni disperate.
Quando finalmente la vedo, tutto sembra andare al posto giusto. L’ansia, la rabbia e l’insoddisfazione svaniscono. Per un po’ resto appoggiato alla porta, seminascosto, a osservarla mentre discute con i suoi collaboratori. Ascolto la sua voce, quel tono risoluto e dolce insieme di chi ha raggiunto un certo livello ma non è affatto prepotente. Solo indispensabile. A ventotto anni, Eva è già caporedattore. Un miracolo, visto che non ha mai dovuto inginocchiarsi sotto la scrivania di nessuno.
Non è la sua bellezza, il sorriso da ragazzina, il corpo favoloso o il modo in cui sgrana gli occhi quando parla del suo lavoro… È l’atmosfera che è capace di creare ad avermi fatto innamorare. Quell’aria che la circonda, serena, pulita, vitale. Lontana, lontanissima da me. A volte ho l’impressione che solo sfiorandola la contaminerei, e lei sparirebbe per sempre. Ma la banale verità è che ogni volta che la vedo penso la stessa cosa che penserebbe qualunque uomo innamorato di una donna: se c’è lei, vuol dire che c’è ancora qualcosa di bello da scoprire a questo mondo.
I redattori escono dalla stanza e si sparpagliano in tutte le direzioni. La guardo mentre si tira su i capelli e li lega in una coda, tenendo la stanghetta degli occhiali tra le labbra. Non si accorge di me. Entro, la raggiungo alla scrivania, le sfioro la spalla.
«Che bello vederti!». Si alza e mi getta le braccia al collo.
«Che slancio…». Rido. Da tempo riesco a farlo solo con lei. «Hai tempo per un caffè?».
«Figurati… devo ancora leggere i giornali. Questo lavoro è talmente frenetico che c’è solo il tempo di raccattare le agenzie… E la storia di Sharm ha fatto saltare tutto».
«Spero che almeno stavolta direte la verità nuda e cruda».
«La verità è molto più sfaccettata di quanto pensi, Emme».
«Ho capito, vi limitate alla solita fiera delle belle parole… Vogliamoci bene, condanniamo ma non sono tutti cattivi, e poi i palestinesi che soffrono…».
«Ehi, non ti permetto di mettermi nel calderone insieme a tutti gli altri. Lo sai come la penso, quante volte ho dovuto fare marcia indietro, quante volte mi è stato impedito di spingermi oltre… Mi è venuto un tic facciale a forza di fare buon viso a cattivo gioco. Ma questo è più un problema nostro, di noi che dobbiamo informare piuttosto che fare i passacarte delle agenzie, e che pretendiamo pure di fare carriera senza scossoni. Siamo soprattutto noi che abbiamo paura, più dei direttori o degli editori… Ma non per questo ho la tua stessa ossessione per i terroristi che ci alleviamo in casa».
Mi siedo sul bordo della scrivania e bevo un sorso della Coca-Cola Zero di Eva. Sento lo stomaco che si contorce. Lei mi guarda, si avvicina, mi fa una carezza: «Stai bene Emme? Hai l’aria stanca…». Ma non c’è tempo per chiacchierare, la chiamano, il direttore la vuole. Si infila gli occhiali. «Devo andare adesso, ma telefonami, stiamo un po’ insieme… Ultimamente non ti fai mai sentire». Mi dà un bacio rapido, vicino alle labbra, ed esce dalla stanza. Un sacco di altre cose vanno via con lei. Cose che mi fanno sentire meglio.


Consegno le chiavi dell’Audi RS4 al posteggiatore e mi presento all’ingresso. Il solito gorilla vestito di nero, con auricolare e capelli lucidi di gel, mi chiede a quale nome è stato prenotato il tavolo. Il tizio è irritante, ma non ci faccio caso, sono troppo concentrato su me stesso. Sui risultati della mia trasformazione serale. Mentre l’energumeno controlla sulla lista, noto che il polsino della mia camicia esce perfettamente dalla manica del blazer.
«Prego, la faccio accompagnare subito al tavolo», dice l’energumeno. Seguo una bionda che sculetta. Il ristorante-club è un disastro, come previsto. Arredamento tecno minimale, divanetti in pelle rossa con gli schienali troppo alti, tavoli in legno nero, perfino le piante esotiche… Un ambiente ammuffito anni Novanta che solo la sfrontata cafonaggine del proprietario riesce ancora a spacciare per cool.
Ragno si alza e mi presenta le tre fighe sedute a tavola, poi saluto Kiko. Kiko non è un amico, è solo un coglione utile a portare donne e droghe di ogni genere. Prediligo l’ecstasy, ma ne faccio un uso morigerato visto che il giorno dopo non mi reggo in piedi, e naturalmente la cocaina, perfetta per serate come questa. Fumo o erba vanno bene quando resto a casa. «Emme è un giornalista», mi presenta Ragno alle ragazze. «Di giorno legge e scrive di geopolitica ed economia, la sera fa lo stronzo», e scoppia in una risata seguito a ruota da tutto il tavolo.
Ragno ha ventisei anni ma vive cristallizzato nel mito degli anni Ottanta. Lo facciamo un po’ tutti, lo sappiamo che sono stati anni insuperabili, ma nessuno ci riesce come lui. Occhialoni neri, griffe dalla testa ai piedi, guida solo cabrio e ovviamente adora ostentare il suo denaro in ogni occasione. Dice che è perché se l’è guadagnato tutto lui. Molti dei suoi atteggiamenti non mi piacciono, ma in fondo invidio la sua coerenza e il suo talento. Ha creato tutto da solo un free-magazine che oggi fattura tre milioni di euro l’anno e fa concorrenza ai settimanali più patinati d’Italia.
Dopo cinque minuti mi sento più rilassato. È bastato un solo sorso dello Chardonnay di Gaja da sessanta euro scelto da Ragno per placare la tensione accumulatata durante il giorno. Al secondo bicchiere mi sciolgo e la mora davanti a me inizia a piacermi.
«C’è una festa a casa di una mia amica», propone Kiko quando abbiamo finito il primo. Non ricevendo nessuna risposta, aggiunge: «Altrimenti i soliti locali».
Poso il bicchiere e fissando la mora per farle capire quanto me la scoperei suggerisco: «Lasciamo decidere alle ragazze».
La mora ride. «Meglio il festino», dice poi, «i soliti locali li vediamo ogni sera». Le due amiche sono d’accordo.
Iniziamo a mangiare il secondo. A tenere banco sono le solite chiacchiere. Quanto è paracula quella macchina, quanto ci siamo divertiti a quella festa, che orologio pazzesco che hai, e sono geloso, quella collana chi te l’ha regalata? Se mi fai innamorare domani te ne rubo una da una vetrina qualsiasi, a te la scelta. Risate. Ingoiato l’ultimo boccone, mi alzo e vado a farmi una botta in bagno.
Ho sempre con me la coca, ma quando c’è Ragno devo stare attento a non farmi beccare: a modo suo è un moralista e odia qualsiasi tipo di droga, tranne l’alcol, che ingurgita in quantità spaventose. La coca però mi serve, sono quasi ubriaco e la serata non deve finire qui. Tiro giù il coperchio del cesso, stendo la roba, arrotolo uno scontrino e tiro. Sento immediatamente arrivare la freschezza ai polmoni, poi una scossa al cervello. Sono pronto.


Immagina quindici donne e altrettanti maschi in un attico, musica house, vodka, rum e sostanze psicotrope varie. Immagina di ballare, ridere, scherzare, e mentre lo fai sai già come andrà a finire, sai che arriverai a casa solo, ti addormenterai disperato, ti sveglierai con lo stomaco in subbuglio e la testa che ti scoppia e ti trascinerai fuori nella tua vita che sarà sempre la stessa, anzi peggio perché c’avrai pure il down. Sarà come sempre e non importa nemmeno se la mora passerà la notte con te. Immagina che a un certo punto dopo esserti strofinato e baciato con lei per un’ora ti butti su un divanetto, ubriaco ma senza perdere il controllo, perché hai assunto quella giusta dose di coca che ti permette di fingere lucidità. Immagina che vicino a te si venga a sedere il tuo amico Ragno, che è un cervellone, lo sai, e a te venga voglia di sfogarti perché, anche se sei un superficiale vittima di tutte le mode, sei anche un idealista, o magari soltanto uno che ha ingenuamente scelto di fare il giornalista per fare un lavoro che avesse una qualche dignitosa parvenza di utilità. Sai che lui ti può capire, anche se apparentemente gli interessano solo donne e denaro. Parli a ruota libera, e lui ti abbraccia quando scoppi a piangere. Immagina di riuscire a trasmettergli che per te qualcosa è cambiato, o sta cambiando, insomma che cerchi qualcosa di più di una parola di conforto e sei stufo di aver paura ogni volta che accendi la TV. Che il mondo sta bruciando per colpa di bande di fanatici che noi ci ostiniamo a proteggere o giustificare, e tu vuoi passare all’azione, vuoi dare un esempio, non vuoi più porgere l’altra guancia, e non ne puoi più delle menate che ascolti ogni giorno sul rispetto delle culture diverse. E nessuno venga a dirti che con gli attentati non c’entra niente. Tu sai che c’entra, c’entra con le donne frustate o uccise per aver commesso adulterio, c’entra con i crocifissi che dobbiamo staccare dai muri, con registi assassinati e scrittori minacciati e l’ennesima fatwa sguinzagliata per il mondo. Ragno capisce tutto ed è già pronto, anche se ancora non lo sa. Tra di voi è sempre stato così, due con la stessa sensibilità in una folla di mediocri. Allora gli dici che l’Islam è diventato per te una vera e propria ossessione, che pensi sempre che le nostre città verranno attaccate, le nostre famiglie minacciate, le nostre comunità ridotte in minoranza, e ti disperi perché l’Occidente non fa niente, niente. E loro hanno armi micidiali. Tu lo sai, e lui ascolta e non sembra stupito, alla fine ti dice che la pensa come te, anche se della politica non gliene è mai fregato niente, anche se ancora non ha capito che cosa tu abbia veramente in testa. All’improvviso ti senti benissimo, il tuo vuoto si è riempito, non importa come. Sarà l’adrenalina che è entrata in circolo, saranno le tette delle ragazze, l’alcol… Quello che conta è che Ragno è con te.
È finita come meglio non si poteva, a casa tua. La mora si è portata dietro la sua amica. Le hai scopate tutte e due, senza paura, con la determinazione che un grande rivoluzionario si impone prima della battaglia finale. Sai di essere un vincitore, finirai nei libri di storia.
La mattina dopo eseguo meccanicamente, uno per uno, i gesti di tutte le mattine, gli stessi da quando mi sveglio a quando arrivo agli studi. Davanti al computer mi riassale la noia. Detesto le e-mail spazzatura, non sono mai riuscito a trovare un programma che le elimini definitivamente. Stamattina detesto tutto Internet.
Che fine ha fatto Eva? L’ho chiamata un paio di volte ma nessuna risposta. Non risponde nemmeno al suo interno in redazione. Il telegiornale è naturalmente tutto dedicato alla strage di Sharm. Cerco una distrazione, mi metto a guardare le mie nuove scarpe di Brugnoli. La pelle è bellissima. Da oggi in poi per pulirle userò solamente lussuose creme idratanti anti età, altro che lucido da scarpe. Decido di andare a cercarla in redazione. Quando arrivo vedo capannelli sparsi di gente che commenta ad alta voce gli ultimi eventi. Qualcuno litiga, qualcuno ride. Nelle salette di montaggio Eva non c’è. In redazione nemmeno. Non chiedo dove posso trovarla, cammino senza guardare nessuno. Me ne vado. Di fronte all’ascensore un tizio che non riconosco mi fa: «Tò, la nostra Cassandra… Che ne dici di questo casino?». Mi volto e mi allontano senza rispondere. Cammino veloce. Sulle scale, mentre risalgo al terzo piano, mi accorgo che sto correndo.
Quando torno alla mia postazione ho il fiatone. Vado in palestra regolarmente, ho un fisico perfetto, ma evidentemente non basta. Nel desktop del computer, clicco sulla cartella ISLAM. Si apre una finestra, scorro l’elenco: ATTENTATI, OMICIDI, ESECUZIONI, AGGRESSIONI… clicco sulla cartella VIOLENZE, clicco sulla sottocartella FAMIGLIA, poi su quella ROMA. Clicco ancora su 2008-MARZO. Leggo: «Roma – Una ragazza marocchina di 17 anni, Samira, è stata frustata e minacciata di morte dal padre perché si rifiutava di sposare l’uomo cui era stata promessa. La denuncia alla polizia è stata fatta da un’amica, con cui Samira si era confidata. La vittima della violenza si è però rifiutata di collaborare con le autorità, negando che il padre l’avesse mai picchiata, e affermando di essersi procurata da sola le ferite di cui porta i segni. La paura, evidentemente, è stata più forte del desiderio di liberarsi dal giogo familiare…».
Mi fa bene rileggere le mie brevi, meticolosamente ordinate per luogo, mese e anno. Nel mio computer sono raccolti tutti gli assassinii, i soprusi e gli atti terroristici commessi in nome dell’Islam dall’11 Settembre in poi. Mi sono concentrato sui crimini contro le donne.
Oggi però è peggio del solito, il tremore alle mani mi assale all’improvviso, ho pranzato con una bottiglietta di Coca-Cola perché ho lo stomaco talmente chiuso da non riuscire a mandar giù nient’altro. Continuo a chiedermi dove sia finita Eva. Al tempo in cui lavoravamo entrambi al TG e facevamo insieme il turno di notte, eravamo capaci di andare avanti a parlare per ore senza annoiarci. Lei sopportava le mie provocazioni, le mie pose ciniche, anche se quando esageravo si offendeva e magari si finiva per litigare. Ma riusciva sempre a farmi parlare di me, di quel che davvero avrei voluto tirar fuori da quel lavoro e dalla mia vita. Mi incoraggiava, io imparavo a stimarla ogni giorno di più, e stimavo me stesso perché ero suo amico.
Non la pensiamo esattamente allo stesso modo sul maschilismo e la violenza intrinseche alla cultura islamica, ma almeno lei non rimuove un problema che indubbiamente esiste. Da qualche mese si è messa in testa di aiutare le donne musulmane che in casa e fuori subiscono violenze o vessazioni per motivi riconducibili alla religione islamica. Ha messo su un piccolo centro, un ufficietto con telefono e segreteria che funzionano ventiquattr’ore su ventiquattro, per raccogliere denunce di maltrattamenti d’ogni tipo. La aiuta un’amica avvocato, idealista e matta come lei. Tempo fa, sono riuscite a fare accogliere in un istituto un’algerina sposata con uno che la massacrava di botte. Il marito ha cercato di andarsela a riprendere ma non c’è riuscito. La storia però è finita sui giornali e da quel giorno Eva ha cominciato a ricevere minacce. Insulti scritti sui muri intorno a casa sua e sotto la sede del TG, telefonate anonime e una lettera con minacce di morte recapitata in redazione. Quando le ho detto di smettere, che tanto non poteva cambiare le cose, e di pensare a proteggersi, mi ha risposto che non avevo capito proprio niente. «Se mi facessi da parte, allora dimostrerei che hai ragione tu e quelli che pensano che la convivenza sia impossibile. E poi che ne sarebbe di quelle povere donne? Bisogna aiutarle, dar loro voce perché la denuncia contro l’estremismo parta dall’interno della stessa comunità islamica».
Sta tutta qui la differenza tra noi due. Io mi torturo, mi lamento e non faccio niente. Lei va avanti testarda.
Non siamo mai finiti a letto insieme. Non me la sono mai sentita nemmeno di provarci. Troppo lontana dal mio mondo, da quello che meglio conosco e controllo. Spesso mi chiedo se quel che provo per Eva sia reale, o se non sia soltanto un’illusione. Forse ho solo bisogno di ingannarmi. In questo caso Eva sarebbe lo strumento perfetto, l’unica in grado di farmi credere che sono ancora capace di amare, o di sentire semplicemente qualcosa di vero e di forte per qualcuno. Ma questo è un pensiero pericoloso, e mi deprime a tal punto che mi manca l’aria. Mi sento sprofondare e forse non ce la farò a risalire in superficie per stasera, in tempo per un’altra festa, un’altra botta di coca, un’altra orgia.
Prendo coraggio e per la prima volta la chiamo a casa. Risponde al terzo squillo.
«Ho avuto da fare», dice, «lo sai che non ho neanche un minuto libero».
«Sono preoccupato per te Eva. Non riuscivo a trovarti e… insomma, non vedi che la situazione sta peggiorando? Questi animali ci vogliono tutti morti e odiano le donne».
«Stai tentando di mettermi paura?», ride. «Facciamo così, ne parliamo davanti a un aperitivo stasera OK? Mandami un SMS quando sei con gli altri, vi raggiungo».

Fucking Osama
Fazi Editore
253 pagg. 16 euro

 

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