Sul web striscia la notizia

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Il caso della citazione in giudizio di YouTube, il social network di Google, da parte di Mediaset, “per illecita diffusione e sfruttamento commerciale” delle sue trasmissioni, sembra segnare una svolta decisiva per la gestione dei diritti d’autore su Internet. Va detto che, per quanto clamore abbia destato la notizia, nessuno dei due contendenti è nuovo a una simile situazione. Non YouTube, che era stato già oggetto di analoghe denunce da parte di Viacom e della televisione francese TF1, con analoghe richieste di risarcimenti milionari. Non l’azienda del Biscione, che aveva già proceduto contro siti web rei di essersi “appropriati” dei suoi contenuti per ritrasmetterli in Rete: come nel caso di Vcast, il portale che offre un servizio di videoregistrazione virtuale per i canali televisivi italiani, ma è stato costretto ad escludere quelli di Mediaset dopo la diffida ricevuta da Cologno a settembre dello scorso anno. 

In tutti questi casi, la materia del contendere è la stessa. Ma quale? Secondo il comunicato diffuso da Mediaset, la citazione è dovuta alla perdita di “giornate di visione” (più di trecentomila, secondo le stime della società di Cologno) da parte dei telespettatori, causata dalla indebita diffusione dei filmati su YouTube. A prima vista, sembrerebbe una questione meramente numerica: moltiplicando il numero di contenuti per i contatti rilevati, è possibile dedurre quanti siano gli spettatori “sottratti” dalla Rete alla TV. Da numerica, la questione diventa immediatamente economica quando, partendo dal numero di spettatori e dalla quantità dei programmi, si calcola il numero di di spazi pubblicitari invenduti, e di potenziali contatti pubblicitari mancati (va ricordato che il vero “prodotto” di una TV commerciale non sono le trasmissioni, ma gli spettatori che le guardano: questi vengono “venduti” ai veri clienti, vale a dire gli inserzionisti pubblicitari, che “acquistano” spazi in base, tra l’altro, all’audience riscossa dai programmi). 

Una bieca questione di soldi, insomma? Così si rischia di non cogliere il vero punto: che è senza dubbio economico, ma in un senso più vasto. Sostenere che l’opportunità di visionare un contenuto su Internet equivalga ipso facto alla sottrazione di potenziali spettatori alla televisione è ardito. Non solo perché entrambi i media sono gratuiti ai fini del destinatario (che non ha quindi ragioni “materiali” per abbandonare il secondo rivolgendosi al primo); non solo perché la qualità di trasmissione, nel primo caso, è ancora lontana non si dice dal superare, ma persino dall’eguagliare il secondo; ma anche e soprattutto perché le modalità di fruizione dei due media – il tempo che un utente è disposto a trascorrere davanti all’uno o all’altro, le situazioni in cui si trova, in una parola le occasioni d’uso - sono del tutto distanti. E’ questa la ragione per cui, a chi si ostina a predicare il sopravvento del Web sulla TV, c’è da tempo risponde prospettando una più realistica convivenza; magari accompagnata da frequenti intersezioni, ma con una divaricazione sempre più chiara tra le caratteristiche dell’uno e dell’altra. 

Un navigatore (o come si dice ormai sempre più spesso nell’epoca dei social networks, un navig-autore) di Internet in più non è necessariamente uno spettatore in meno: più probabilmente, si tratta di due persone diverse, o della stessa persona in due diverse circostanze, con esigenze differenti in ciascuno dei due casi, soddisfatte in maniera appropriata ora dall’uno, ora dall’altro media. Per capirsi, chi cerca su YouTube un frammento di Striscia la Notizia non lo fa perché intenzionato a “boicottare” il piccolo schermo; più probabilmente, ha perso un brano di puntata che gli interessava, e trova in Rete un modo di recuperarlo. Una simile disponibilità può persino creare un meccanismo che, lungi dal depauperare la trasmissione, coopera a rinforzarne la popolarità: lo sanno le emittenti che, come RAI e BBC, con YouTube hanno siglato accordi per concedere al network una selezione di proprie trasmissioni (con l’intesa, naturalmente, che tutte quelle diffuse senza il loro consenso dagli utenti vengano immediatamente depennate). 

L’esistenza stessa di simili accordi dimostra tuttavia la presenza di un valore economico, tangibile e  valutabile. Che un navigatore in più non sia automaticamente uno spettatore in meno non significa che Mediaset, e con lei Viacom e TF1, non abbiano subito un danno: ma solo che il danno non va cercato qui, bensì nel mercato dei diritti d’autore per i contenuti multimediali. Come ogni appassionato di calcio sa, la struttura di questo mercato è tutt’altro che semplice: i diritti non vengono venduti tutti insieme, una volta per tutte dall’autore, o dall’avente causa, ma vengono ceduti per un periodo limitato di tempo, e relativamente a un certo canale di diffusione. Ad esempio, i diritti relativi alle partite giocate da una squadra di serie A si riferiscono a un preciso campionato, e sono limitati alla televisione in chiaro, o a quella a pagamento, o alla Rete, o ai videofonini. Chi li vende, può farlo cumulativamente, oppure, come più spesso accade, con il cosiddetto “spezzatino”, cedendo il diritto per ogni singolo canale a un diverso soggetto (e moltiplicandone così il valore). 

Ogni canale di diffusione, insomma, rappresenta una “bancarella” a sé stante nel mercato, e ogni contenuto specifico per il canale una merce distinta. Se chi ha acquistato la merce da una certa bancarella (quella televisiva) passasse poi a ritirare la stessa merce anche in un’altra bancarella (quella Internet) senza pagare, avrebbe commesso un furto. Tornando al caso di Mediaset, le trasmissioni del Biscione sono state licenziate per l’etere: se l’azienda volesse diffonderle anche in Rete, da sé o tramite terze parti, dovrebbe mettere in conto un corrispettivo aggiuntivo. E’ quel che accade con RiVideo, il servizio web di Mediaset che consente agli utenti di acquistare e scaricare, tra l’altro, le puntate delle fiction più popolari, licenziate in questo caso anche per il canale Internet: al costo della licenza corrisponde un certo prezzo richiesto all’utente per l’operazione. Di conseguenza, chi “scavalca” questa dinamica per passare direttamente a diffondere i programmi del Biscione in Rete commette un illecito. 

Eppure, si dirà, nel caso di Mediaset non parliamo di partite di calcio, o di film, ma anche e soprattutto di contenuti prodotti dalla stessa Mediaset, attraverso le società del gruppo. Ma questo poco importa: se Mediaset annovera a tutti gli effetti tra le sue attività editoriali anche la produzione, è perché si aspetta di ricavarne un profitto, strutturato secondo la stessa logica (a diverso contenuto separato per canale corrisponde diverso e separato costo) propria di ogni produttore. Qui arriviamo finalmente al vero nocciolo della questione: è proprio questa logica che Internet fa fatica ad accettare. Non tanto perché YouTube o Google la ignorino (verosimilmente, l’azione di Mediaset arriva a valle di tentativi di accordo che presuppongono il riconoscimento, da entrambe le parti, del fatto che c’è un valore in gioco). Ma perché è la stessa Rete a misconoscere le limitazioni di diffusione di cui abbiamo parlato, e su cui basa la sua esistenza tutta la struttura del mercato dei diritti: da quelli musicali (non a caso i primi a far esplodere il caso del copyright sul Web) a quelli cinematografici, da quelli editoriali strettamente intesi (il progetto di digitalizzazione libraria di Google si è arenato di fronte alle proteste degli editori statunitensi), a quelli televisivi. 

Internet non conosce limiti di tempo - la sua capacità di ricordare si fa beffe delle ingiunzioni a cancellare dalla sua memoria i contenuti oltre una certa data –, né di spazio – da qualsiasi media provengano i contenuti, che sia TV, radio o cinema, la possibilità di digitalizzarli li rende passibili di essere diffusi in Rete. Accusare Mediaset di rapacità, o Google di furbizia, non serve a nulla, se non si coglie prima la basilare contrapposizione tra le due società: rappresentanti di due mondi che (ancora) non parlano la stessa lingua.

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