L'uovo di giornata

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Che l’Università italiana , in cui lavoro da una vita, faccia acqua da tutte le parti e che, pertanto, si renda necessaria una riforma seria e incisiva, è scontato per tutti. Non sono, tuttavia, lo scandalismo (spesso gratuito) alla Gian Antonio Stella o le ricette del bocconiano Francesco Giavazzi che contribuiranno a sanare mali antichi e a eliminare privilegi che fanno comodo a tutti, a destra o a sinistra. 

Mai come in questo caso, “la chiarezza è l’onestà del filosofo”. E’ inutile tirar fuori dal cassetto raffinati modelli anglosassoni senza tener conto della realtà effettuale, della storia e del funzionamento dei nostri Atenei. Non siamo una ‘società di mercato’ e, soprattutto, non lo è l’Università. Vogliamo davvero che la logica dello scambio entri nelle sue aule? Vogliamo adottare, per i servizi che esse rendono, l’aureo principio liberista “nessun pasto è gratis”? Siamo disposti a pagarne le conseguenze in termini di sostanziali differenze di retribuzioni dei docenti, di prestigio delle Facoltà e… di tasse per gli studenti? E i Giavazzi e gli Stella pensano che la ‘svolta’ liberale troverebbe d’accordo quanti, docenti e discenti, oggi sfilano, protestano, occupano?

Tra gli attributi della demagogia c’è quello di sollevare l’indignazione pubblica contro le disfunzioni di un sistema guardandosi bene dall’avanzare proposte radicali che dividerebbero gli animi.

Sennonché, o si smantella del tutto il baraccone universitario o ci si  rassegna  a riformarlo, con pazienza, con intelligenza, rinunciando alla facile popolarità e, soprattutto, alle pose catoniane. Il nostro non è un mondo facile da comprendere dall’esterno : regole e comportamenti vi vanno giudicati non astrattamente ma in base alle loro ricadute pratiche. Parlando della “pioggia dei concorsi universitari già banditi”, Giavazzi scrive che “ tutti i docenti sono chiamati a votare per eleggere i commissari di concorsi i cui vincitori sono quasi tutti noti prima che vengano formate le commissioni”. Una Università responsabile e selettiva, però, sarebbe impensabile senza un’opinione pubblica esperta e competente, che sappia con relativa sicurezza quali studiosi, all’interno delle singole discipline, hanno ben meritato con le loro ricerche e la loro attività didattica e quali no. Sarebbe scandaloso, con buona pace dei moralisti, il contrario, se non si potessero fare previsioni  ragionevoli essendo tutto affidato alla lotteria concorsuale.

 So bene che “un’opinione pubblica esperta e competente” non caratterizza  i nostri Atenei. Sennonché chi ne ha colpa? All’origine dello sfascio non stanno anche l’aver liquidato  l’Università gerarchica ed elitaria, in nome di un malinteso spirito egualitario? Quando nei vari settori disciplinari tre o quattro ‘baroni’ di grande prestigio “facevano i concorsi”, il reclutamento dei nostri docenti non aveva nulla da invidiare, sotto il profilo qualitativo, a quello di altri paesi. Lo sbracamento è avvenuto proprio col sistema dei sorteggi proposto oggi da Giavazzi. Si sono visti, allora, nelle varie fasce di docenza, commissioni composte da professori che nessuno avrebbe pensato mai di votare e  che, favoriti inaspettatamente dalla dea bendata, hanno colto l’occasione irripetibile mettendo in cattedra amici, amanti, portaborse.

 E  meraviglia poi se quelle che hanno più ‘tenuto’ sono le discipline che hanno affidato a un direttorio di saggi la prefigurazione della ’rosa dei vincitori’? Con questi rilievi, ripeto, non voglio assolutamente negare la malattia mortale in cui versa l’Università italiana ma solo mettere in guardia da rimedi alla Giavazzi che ne aggraverebbero i mali, senza darci né libertà, né mercato, né professionalità.

(Dino Cofrancesco)

 

CommentiCommenti 9

rosario nicoletti (non verificato) said:

Il mio plauso ed ammirazione per Cofrancesco, che si rivela un profondo conoscitore del mondo universitario: merito non trascurabile in un tempo nel quale parlano e pontificano persone che credono di conoscere l'università solo perchè hanno conquistato per meriti di vario genere il titolo di "prof". Sono d'accordo che tutto lo scandalismo a buon mercato che si fa sull'università non può che danneggiare questa istituzione, senza dubbio provata e messa in ginocchio da cinquanta anni di pessime leggi (oltre che dalla nequizia di parecchi professori). Pessime leggi delle quali hanno beneficiato non pochi di coloro - politici e giornalisti - che si stracciano le vesti per denunciare la situazione alla quale siamo giunti.
Vi è solo da sperare che i decisori non prendano per oro colato il canto delle sirene e non preparino ricette indigeribili per risanare l'università.

Daniela Coli (non verificato) said:

Mi ha stupito la proposta di Giavazzi del concorsone con commissari estratti a sorte, perché quei concorsi sono stati aboliti, perché il "sorteggiato" faceva passare i suoi amici. A Oxford non fanno comunque concorsoni, né concorsi. Gli inglesi e gli americani sono pragmatici, sanno che gli uomini e le donne hanno passioni e interessi, quindi, se hanno il potere decisionale favoriranno gli amici. Per questo, non esistono concorsi di alcun genere in Inghilterra e negli US. Non esistono soprattutto concorsi di massa a livello nazionale nello stesso periodo, dove per ogni settore disciplinare si decide chi fare vincere dalle Alpi alla Sicilia. In Inghilterra e negli States, quando un dipartimento ha bisogno di un professore o di un bibliotecario mette un annuncio sulla stampa, perché non esiste una Gazzetta dei concorsi. I candidati fanno una domanda con cv allegato, vengono invitati a un colloquio e poi si decide chi assumere. Tutto molto veloce. Il punto importante è che Oxford, chiunque assuma, non si mette d'accordo con Cambridge, né con la LSE, perché sono in competizione. Inoltre Oxford, chiunque assuma, ne è responsabile. Poiché Oxford è in competizione con Cambridge e la LSE, le tre più importanti università inglesi, è chiaro che se assumono docenti mediocri si squalificano. Sono le stesse università a controllarsi. Per capire quanto siano in competizione, negli anni 60-70 per la filosofia Oxford è analitica, Cambridge ha prodotto Skinner (more history, less philosophy), la LSE ha avuto professori come Popper e Gellner.
Il concorso nazionale con tre-quattro commissari che decidevano poteva forse andare bene nel 1930 quando tutti gli accademici erano 1000-1500, però anche quel sistema aveva falle. L'università di stato era concepita come una cinghia di trasmissione dell'egemonia politica e ideologica dominante. Per Gramsci, proprio perché l'università è un apparato ideologico dello stato moderno, diventa uno dei terreni più importante dello scontro di classe. Dobbiamo tenere presente questo quadro. Da noi molti accademici diventano parlamentari o senatori, in Inghilterra e negli States no. Il professore inglese ( sono pochi) ha un buon stipendio, prestigio sociale ( un tempo chi voleva aveva un appartamento nel college e il cameriere), ma non hanno cariche politiche. Negli States i dems e i reps hanno propri think tank per i propri intellettuali oganici. Negli Us ci sono università di serie A e serie B, gli stipendi sono diversi. Da noi lo stipendio è lo stesso dalle Alpi alla Sicilia e ci sono sono docenti che non pubblicano un libro da anni, mentre negli Stati Uniti se uno scrive un libro importante ha un aumento di stipendio. Anche questo stimola una buona competizione e permette di evitare alleanze di ogni tipo. In Inghilterra e negli States le università ricevono finanziamenti statali, tanto è vero che la Thatcher chiuse dipartimenti e prepensionò, ma non vi furono proteste, anche se fu odiata. Le proteste le fecero i minatori, perché chiuse le miniere. L'Inghilterra è la patria di Locke. Ora nessuno ci costringe a diventare come Oxford, però dobbiamo decidere cosa vogliamo e se non ci piace il sistema inglese smettiamo di citare Locke.

Daniela Coli (non verificato) said:

è anche importante rendersi conto che in UK e US le università hanno case editrici proprie, le press universitarie dove sono pubblicati ricerche per addette ai lavori. Le grandi case editrici inglesi e americani non pubblicano libri con i fondi del Miur, né atti dei convegni,sovvenzionati con fondi di ricerca. Le grandi case editrici inglesi e americane hanno consulenti specializzati in ogni settore e per un libro di filosofia chiedono giudizi a consulenti omettendo il nome dell'autore.
Per accorgersene basta vedere i giudizi che poi vengono spediti dall'editor all'autore. Le grandi case editrici inglesi e americane per questo vendono libri, mentre le nostre vanno avanti con sovvenzioni statali e con i fondi di ricerca, che dovrebbero invece essere usati per spese di laboratorio, libri, pc, missioni.
L'eccellenza delle università inglesi e americane nasce dal fatto che al fisico o al filosofo vengono dati molti mezzi per fare bene il suo lavoro, e se lo fa bene, ha riconoscimenti economici. L'universitario però non ha cariche politiche, non influenza le linee editoriali delle grandi case editrici, scrive raramente sui grandi quotidiani. Il TLS non ha da decenni come il domenicale del Sole 24 ore un gruppo di universitari a cui fa recensire di tutto, ma per ogni numero ha recensori diversi specializzati nell'argomento del libro da recensire. Per questo il TLS ha tanto prestigio e vende tanto. I recensori sono pagati.
Come vediamo, il sistema inglese è basato sulla divisione dei ruoli. Il grande filosofo di Oxford o Cambridge non è contemporaneamente il sindaco di Venezia, né deputato del suo partito, né teorico della linea del suo partito, né è colui che detta le riforme dell'università sui giornali. E' una persona a cui piace fare ricerca e insegnare, e può studiare di tutto, ha molti mezzi per farlo, biblioteche aperte quanto vuole, può invitare colleghi stranieri, può avere un buon stipendio. Ora da noi abbiamo ottimi studiosi nelle università ai quali piace studiare e persone che fanno public relation per i concorsi e lo studioso a cui piace studiare deve affidarsi a questi per diventare ordinario. Ovviamente a chi fa solo public relation non interessa niente della ricerca. Con i soldi risparmiati per i tanti inutili convegni che imperversano nella penisola, quante borse di studio potrebbero essere bandite? Vorrei sapere che se ne fa un filosofo di un Prin di 83.000 euro per un progetto di ricerca. Certo non siamo Oxford, ma chi ci rimette sono proprio gli studenti e i giovani, vittime di un sistema semifeudale.

vanni (non verificato) said:

Gentilissima Coli, quindi anche il sistema più imparziale e meglio progettato di concorsi, selezioni, direttorî di saggi giudicanti, controlli vari, alla fine - se la mentalità dell'interesse minuto e "particulare" e del potere come fine ultimo (o unico?) non riesce ogni tanto a spiccare un voletto più alto - è destinato ad esiti deludenti. Le persone, le loro passioni ed i loro interessi... il problema più grosso è il nostro modo di pensare e di porci di fronte al mondo. Gentilissima Coli, vorrei che avesse torto.

Daniela Coli (non verificato) said:

Gentilissimo Vanni,
il sistema inglese e americano è migliore, non perché inglesi e americani sono migliori degli italiani, ma perché il sistema non permette di considerare "roba loro" l'università come gli italiani. Come si sa, l'appetito viene mangiando, e se decenni impera questa regola, è difficile cambiare, senza proteste apocalittiche.

Giuseppe Esposito (non verificato) said:

La prima: il sistema anglosassone, così ben illustrato dalla Coli, da quelle parti funziona; e funzionerebbe anche da noi, se applicato con rigore, legando una quota consistente dei finanziamenti alla valutazione dei risultati. Ma è un processo che richiede qualche anno per andare a regime. Intanto, nel brevissimo termine, che facciamo? Il 2011 non è lontano. La seconda: rimarcare che, qualche volta, il vincitore di un concorso è facilmente individuabile, perché è la persona più qualificata, non cancella lo scempio perpetrato tutte le altre volte, quando il vincitore lo si individua solo perché è il candidato interno, senza riguardo alla "biodiversità culturale". C'è un mito da sfatare: il posto non può essere la ricompensa per i sacrifici fatti, dev'essere il riconoscimento dei risultati raggiunti. E purtroppo c'è differenza. L'ultima: non si può, dal fatto che alcune delle soluzioni proposte per rendere meno pilotabili i concorsi sono inutili, quando non addirittura dannose, inferire che non esistano idee valide e che sia improduttivo cercarne. Limitare la valutazione ad un solo giudizio analitico e trasparente delle pubblicazioni potrebbe, per esempio, rendere molto più difficili certe operazioni.

Daniela Coli (non verificato) said:

mettere a regime il sistema anglosassone richiederebbe qualche anno, ma questo non significa non si possa prendere in considerazione per una futura applicazione.
Nel frattempo sarebbe importante tenere conto delle pubblicazioni dei candicati ai concorsi, ma anche dei docenti delle nostre università con controllo periodico. Su questo controllo potrebbero basarsi le valutazioni degli attuali docenti. Non esiste solo il candidato locale vincitore scontato, ma anche vincitori non locali senza una monografia o con curatele pubblicate con i soldi dei fondi ricerca. Esistono ordinari che non hanno mai pubblicato un libro o che non pubblicano da anni. Su questo il ministro può già prendere provvidementi.In situazioni di emergenza si prendono provvedimenti di emergenza. D'altronde il giudizio di Mussi sui concorsi erano alquanto negativo.