Porte aperte ai boss di Mosca

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Negli ultimi tempi la mafia russa ha messo la fantasia al potere: è penetrata nella banca-dati nella catena “Best Western” per rubare l’identità digitale di milioni di clienti, ha taroccato i risultati delle partite di calcio per incassare le scommesse clandestine (la vittoria dello “Zenit” di Pietroburgo in Coppa Uefa del 2007), vorrebbe clonare le cellule artificiali di un mammut per aprire un futuro parco a tema sul modello di “Jurassic Park”.

La “Organizatsya” riserva queste e altre sorprese. Almeno da quando – crollato il comunismo – si è proiettata verso l’Occidente diventando un avversario mortale del nostro sistema di sicurezza. Sotto la burocrazia sovietica i boss tenevano un profilo isolazionista. Incassavano fiumi di rubli per “sfamare” la popolazione col mercato nero (l’unica fonte di sostentamento alternativa al sistema dell’economia pianificata). Durante la “perestroika” inquinarono strati sempre più ampi dell’amministrazione attraverso una minuziosa corruzione della nomenclatura.

Il salto di qualità avviene con il crollo dell’Urss. I gangster ebbero l’occasione storica di arricchirsi grazie al collasso del sistema pubblico e al ritmo forsennato delle grandi privatizzazioni. Presero il controllo di un asset criminale strategico: il traffico di armi, compresi uranio e plutonio. Non esistono dati certi sulla quantità di materiale bellico sottratta al complesso militar-industriale sovietico in sfacelo; il tramite ceceno potrebbe essere stato uno dei canali di rifornimento che sono stati usati da Bin Laden. 

La ricapitalizzazione dell’organizzazione prelude alla nuova fase espansiva verso gli Stati Uniti e l’Inghilterra (in particolare Londra). Alla mafia italoamericana servì una generazione per imporsi negli Usa, a quella russa sono bastati gli anni Novanta, grazie alla violenza di stampo militare e alla ricchezza dei capitali illeciti. Altri approdi sono l’isola di Cipro e lo stato di Israele. Cipro è una piattaforma logistica centrale nel Mediterraneo e pullula di attività commerciali sul libro paga dei boss. Da Cipro si parte per Tel Aviv, complice la legge israeliana che concede la cittadinanza agli ebrei che vivono in Russia, Moldavia, Ucraina.

I padrini di Mosca si chiamano vory v zakone (“ladri per legge”). Una volta si conquistavano i galloni “in famiglia”, oggi li ottengono in carcere. Nel film “La promessa dell’assassino” David Cronenberg filma una skhodka, l’assemblea dei capimafia, che si conclude con il rito di iniziazione dell’affiliato: tatuarsi. Per i boss il tatuaggio è un simbolo identitario fortissimo, da quel momento la sua missione diventa combattere lo stato in ogni sua forma. Per questo il ministero degli interni, da Eltsin fino a Putin, ha creato un esercito di uomini ben armati che supportano la milizia russa. Non è bastato. Sono nate decine di agenzie di security che ingaggiano ex militari delle forze speciali per tutelare i propri clienti. Tra gli agenti si nascondono anche gli scagnozzi della mafia.

I capi delle grandi “brigate” sono glaciali finanzieri che investono nel business immobiliare e guadagnano con la tratta dei clandestini, il traffico di organi, la prostituzione, la droga e le armi. Corrompono e minacciano chiunque si metta sulla loro strada. Sono avidi e camaleontici: Vyacheslav Ivankov, il “giapponesino”, si fingeva ebreo per muoversi tra le frontiere della Russia, l’Europa e gli Stati Uniti.

In Italia. La mafia russa sbarca sulla costa romagnola negli anni Novanta. Rimini è la meta preferita del “turismo criminale” postsovietico. I boss girano in riviera per investire il denaro sporco, comprano attività commerciali, gestiscono il mercato nero. L’ecstasy che sballa i discotecari fino all’alba viene dai loro laboratori clandestini. La coca arriva direttamente dalla Colombia: i russi hanno stretto accordi con i cartelli colombiani per gestire la triangolazione degli stupefacenti dal Sudamerica in Europa. L’organizzazione si allarga presto nelle regioni del Centro e del Nord-Est, tra Emilia, Marche, Toscana, Veneto.

Sempre all’inizio degli anni Novanta il gotha mafioso moscovita viene scalzato da figure emergenti che si impongono in patria e all’estero. Yuri Ivanovich Essine, detto “Samosval”, è uno dei nuovi, potentissimi capibastone che scelgono l’Italia come quartier generale. Appartiene alla “Brigata del sole” una delle famiglie vincenti della mafia russa (conta almeno un migliaio di affiliati e fiancheggiatori). Yuri è laureato in legge, esperto di alta finanza, sembra un tipo dai modi gentili. Lo arrestano nel 1997 a Madonna di Campiglio, una delle mete turistiche preferite del jet set mafioso russo. Pasteggiava a caviale e saldava i suoi conti d’albergo in contanti (anche 30 milioni di lire alla volta). Nel frattempo gestiva campi paramilitari in Belgio.

L’operazione “Scacco matto” – condotta da polizia, DIA e Sisde – ha scoperto che Yuri reinvestiva i soldi sporchi in alberghi, tecnologie elettroniche, moda e alimentazione. Con lui vengono arrestate un centinaio di persone. Come avviene per altri gruppi criminali stranieri che operano nel nostro paese, Yuri aveva trovato degli agganci nel mondo politico e imprenditoriale. Era socio al 30% della “Globus Trading”, nella cui compagine societaria figurava anche l’ex-forlaniano Alberto Grotti, un boiardo dell’ENI già condannato per la maxitangente Enimont.

Nel 1995 la polizia arresta Monya Elson, un altro pezzo da novanta della Brigata del Sole. Lo fermano a Modena nel corso della operazione “Rasputin”. Classe 1951, Elson aveva messo in piedi una piccola fortuna a Brighton Beach (“la piccola Odessa”), una zona di Brooklyn che ospita la comunità ebraico-russa di New York. Monya è nato nel ghetto di Kishinev, in Moldova, emigrato negli Usa alla fine degli anni Settanta. Sembrava un onesto gioielliere ma lo arrestano per truffa, estorsione e riciclaggio. Qui da noi aveva l’esclusiva nel commercio delle calze e dei mobili d’arredamento, imposti agli imprenditori russi che lavorano in Italia. Sarà estradato negli Usa.

Nel 1997 viene smantellato un gruppo di fuoco che aveva scelto Roma come base di lancio. In un’abitazione della capitale la Polizia trova fucili d’assalto, sistemi di puntamento laser, munizioni da guerra. E’ la casamatta del boss Solonnik Alexander crivellato qualche tempo prima ad Atene. Solonnik era a capo della “Brigata Kurganskaya” – omicidi su commissione e traffico di armi.

Nel 2000, a Prato, la polizia scopre un traffico di sordomuti costretti all’accattonaggio dall’organizzazione. La chiamano “tratta degli storpi” e fa il paio con quella delle baby-sitter, delle badanti e delle prostitute. Sono tanti i canali con cui vengono persuasi e ricattati gli immigrati clandestini. I boss hanno in mano agenzie interinali e turistiche per reclutare lavoratori di ogni genere (soprattutto edili) e fornirgli documenti falsi. L’operazione “Girasole”, condotta dal Ros dei Carabinieri nel 2002, porta a 75 arresti nell’ambito della tratta di corpi umani. Nel 2006 la Fondazione Caponnetto definisce la mafia russa l’organizzazioni criminale più sottovalutata del nostro Paese.

Da ultimo c’è stato il salto di qualità cibernetico: i boss della net-generation assumono cervelloni informatici per fare spamming, “pishing” e frodi finanziarie. L’anno scorso sono state attaccate diverse piattaforme di e-commerce, costrette a pagare il pizzo per sfuggire agli hacker. Chiamatela estorsione on-line.

CommentiCommenti 4

Domenico Felice (non verificato) said:

Caro Santoro,

è con la mafia russa (guidata da Putin il bolscevico) che s'è schierato il tuo feticcio: il re delle mignotte. Ora che fai? Ti tagli la testa o le palle? A te la scelta.

Daniele (non verificato) said:

La pregherei di eliminare la parte "Negli ultimi tempi la mafia russa ha messo la fantasia al potere: è penetrata nella banca-dati nella catena “Best Western” per rubare l’identità digitale di milioni di clienti," in quanto questa affermazione è del tutto falsa e priva di fondamento.

Se ha bisogno di ulteriore documentazione in merito mi contatti pure.

Saluti.