Perseguitati perché cattolici

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suore rapite

In Somalia si materializza l’ennesimo incubo dei rapimenti verso gli italiani. Lo scorso maggio furono rapiti Iolanda Occhipinti e Giuliano Paganini, due cooperanti del CINS, per poi essere liberati ad agosto, dopo intense trattative e un fruttuoso silenzio del nostro Ministero degli Esteri. Questa volta si tratta di due religiose, suor Caterina Giraudo e suor Maria Teresa Olivero del "Movimento Contemplativo Missionario Padre de Foucauld" di Cuneo.

Modalità e luogo del rapimento sono gli aspetti che destano maggiori dubbi. Il prelevamento delle due suore è avvenuto a El Wak, una città keniana del dipartimento di Mandera, a soli 5 chilometri dal confine somalo, ad opera di un commando costituito da una ventina di "banditi somali" che hanno agito con armi pesanti, colpendo ripetutamente numerosi edifici istituzionali e il centro dove operavano i religiosi. Alla fine i banditi sono fuggiti su due jeep della comunità prendendo in ostaggio anche una decina di civili keniani.

Proprio questo particolare ha fatto pensare a una possibile rappresaglia operata da uno dei due clan della zona, i Garre e i Murule, che si combattono nel distretto dal 1984, nella cosiddetta "guerra dell'oro blu" (l’acqua necessaria al sostentamento della popolazione e all’irrigazione). Negli ultimi mesi questi scontri sono diventati talmente intensi da aver provocato la morte di venti persone, la fuga di migliaia di civili, il blocco dei trasporti e dei rifornimenti, e infine il coprifuoco che è stato sospeso solo durante il periodo del Ramadan in settembre, provocando il massiccio intervento del governo keniano.

La missione Foucauld, dove operavano le due religiose, è un’oasi cristiana in una regione che è amministrata sia sul piano politico che su quello religioso da autorità islamiche. La diocesi di Garissa è costituita, come buona parte del Kenya settentrionale, da popolazioni che subiscono l’influenza del vicino stato somalo ed è abitata e raggiunta, con sempre maggiore frequenza, da profughi in fuga dal disastrato Corno d’Africa.

Altre fonti, sembrerebbe più attendibili, riferiscono che gli ostaggi sarebbero già stati trasferiti oltre il confine, in località Bar Dheera, un altro villaggio di confine a Sud della Somalia. Se la notizia fosse attendibile, la situazione diventerebbe ancora più preoccupante, vista l’entità degli scontri che proseguono ancora nella zona meridionale del paese fra le milizie governative e gli Shebabs, gli islamici radicali che si sono separati dalle Corti Islamiche, dopo l’accordo di Gibuti dello scorso ottobre.

Gli Shebabs sono guidati da Mokhtar Robow, alias Abu Mansur, e non hanno accettato le basi dell’accordo sul ritiro dei soldati etiopici e sul riconoscimento del governo. Gli Shebabs ormai sono diventati il braccio armato di Al Qaeda in Somalia e sono soliti delegare i sequestri di civili ai pirati sul mare o a bande di briganti sulla terra, rivendicando i rapimenti e chiedendo ingenti riscatti per ottenere armi in cambio della liberazione dei prigionieri.

Fino ad ora non è arrivata nessuna richiesta ai due canali attivati per salvare le suore italiane: sia quello ufficiale della Farnesina che non ha intenzione di rivelare per sicurezza alcun passaggio della trattativa, sia quello indiretto portato avanti dalla gente del luogo e, in particolare, dal passaparola degli anziani delle tribù e dalla polizia locale.

L’opera di terrore e destabilizzazione prosegue in Somalia contro chiunque provi a portare aiuto o testimoniare sulla terribile condizioni dei profughi somali. Suor Caterina e Suor Teresa si aggiungono all’elenco che vede ancora nelle mani dei ribelli islamici due reporter (una canadese e uno australiano), un medico tedesco e un’infermiera olandese della Ong francese “Medicins du Monde”, e altre decine di operatori africani. Solo in ottobre sono stati più di cento gli attacchi contro le organizzazioni umanitarie, alcune delle quali hanno preferito lasciare la Somalia.

 

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