L'integrazione degli altri/Russia

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Russia

E’ dello scorso mese la decisione del primo ministro russo Putin di ridurre le quote dei permessi di lavoro destinati agli stranieri, quale misura di contrasto agli effetti negativi che la crisi finanziaria globale sta avendo sull’economia del Paese. A tale annuncio sono seguite le dichiarazioni di esponenti del movimento giovanile di “Russia Unita” (il partito di Putin), i quali, in considerazione della difficile congiuntura, hanno reclamato posti di lavoro per lavoratori russi, così che il danaro guadagnato possa alimentare l’economia nazionale, piuttosto che andare a sostentare quella di Stati stranieri. In particolare, il riferimento è stato verso la riduzione di stranieri impegnati nella vendita al dettaglio di prodotti agricoli e nell’edilizia, per lo più caucasici e centroasiatici. A tali esternazioni hanno fatto eco quanti, al contrario, sostengono che misure restrittive all’immigrazione non possono avere altri effetti se non l’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli e il collasso del settore edile.

Per tentare un inquadramento della questione immigrazione in Russia, vale la pena cominciare fornendo qualche dato sulla salute demografica del Paese. La Federazione Russa conta una popolazione che a luglio 2008 era di circa 140 milioni di abitanti (il nono Paese più abitato al mondo), sparsi in modo irregolare su un territorio di 17,075,200 kmq, con un tasso di natalità in declino al punto che si ipotizzano riduzioni a 128,5 milioni di abitanti entro il 2025 e 109,4 entro il 2050. Data la tendenza attuale dei tassi di natalità e di mortalità, la Russia starebbe perdendo una media di 700mila cittadini all’anno, con aspettative di vita che per gli uomini non superano, in media, i 59 anni, mentre per le donne è di 72.

In un contesto simile, è facilmente comprensibile quale sia stato il ruolo giocato finora dai milioni di lavoratori stranieri nelle industrie russe (energetiche e chimiche in particolare), nell’edilizia e nell’agricoltura. In Russia non ci sono statistiche ufficiali e attendibili sul numero degli immigrati, anche per via della impropria definizione di “stranieri” attribuita alla maggior parte di essi. Secondo alcuni giornali si tratterebbe di circa 20 milioni di persone (il che dipingerebbe lo scenario di una vera e propria invasione…); fonti governative riportano una cifra che varia dai 3 ai 6 milioni, con una perdita annua di 7 miliardi di dollari di tasse non pagate dai lavoratori illegali, a fronte di rimesse verso Tagikistan, Moldova, Uzbekistan, Kirghizstan, Georgia e Azerbaigian stimate intorno ai 10 miliardi di dollari. La difficoltà di un conteggio verosimile di tali lavoratori è data anche dall’imprecisione della definizione di “stranieri”: per lo più, infatti, si tratta di cittadini dell’ex Unione Sovietica, i quali (tutti tranne baltici, georgiani e turkmeni) possono entrare in Russia senza bisogno del visto, cercarsi un lavoro ed ottenere un permesso trimestrale prolungabile fino a un anno. Accanto a questi, e primi per numerosità, si collocano i russi etnici che rientrano dalla Moldova, dall’Ucraina e dal Kazakhstan, i quali riescono a mimetizzarsi meglio tra la popolazione. Infine vi sono gli irregolari veri e propri, soprattutto cinesi e coreani.

Ora, dopo un decennio di crescita economica, vitaminizzata dallo sfruttamento delle risorse naturali, la Russia si ritrova ad adottare misure “a protezione dei lavoratori nazionali”, riducendo a due milioni al massimo gli immigrati che verranno accettati nel 2009, con lo scopo dichiarato di voler fronteggiare gli effetti della crisi finanziaria globale. E’ opinione di alcuni analisti del fenomeno migratorio che l’effetto che produrrà la nuova politica sarà piuttosto quello di spingere nell’illegalità sempre più lavoratori, sollecitando ulteriormente le tendenze xenofobe attive negli strati più svantaggiati della popolazione, spinti a credere (in verità senza troppa fatica…) che la causa delle loro difficoltà siano i lavoratori stranieri. Vittima privilegiata della violenza dei movimenti xenofobi è la comunità tagika. Nel 2008 sono stati uccisi oltre 80 immigrati provenienti dal Tagikistan, l'ultimo all'inizio di dicembre, un giovane lavoratore  trovato decapitato nei pressi di Mosca.

Eppure, secondo non pochi esperti, l’apporto della manodopera non specializzata straniera è fondamentale, specie nella realizzazione di straordinarie opere edilizie. Ne è un chiaro esempio la costruzione in corso di Moscow City, il distretto finanziario fortemente voluto dal sindaco di Mosca Jurij Luzhkov a simbolo del nuovo corso della città. Costruita sulle rive della Moscova, nei pressi della Casa Bianca Russa, in mezzo a due fermate della metro appositamente realizzate, la nuova area finanziaria avrà quale emblema architettonico una torre di 660 metri d’altezza che ospiterà 25mila persone. In questo gigantesco cantiere, come in altri più modesti sparsi per la capitale e l’intero Paese, lavorano migliaia di operai non russi provenienti dalle Repubbliche dell’Asia Centrale, tagiki per lo più, ma anche uzbeki e kirghizi. Gli operai lavorano una media di 11 ore al giorno per una paga mensile di 15-18 mila rubli (4-500 euro), mentre nei loro Paesi di provenienza non ne riceverebbero più di cento. Un russo, invece, per accettare un lavoro simile vorrebbe un salario di almeno 1000 dollari, considerando anche che dovrebbe sostenere più spese per l’alloggio, mentre i lavoratori centroasiatici vivono nel cantiere stesso, in apposite costruzioni. Normalmente, il periodo di lavoro è di 11 mesi, ai quali segue un mese di interruzione forzata e non retribuita. Di solito i capomastri di questi grandi cantieri sono turchi, il che agevola la comunicazione con gli operai centroasiatici, che parlano i prevalenza lingue turcofone e che comunque padroneggiano anche il russo. Queste sono le migliori condizioni auspicabili e riguardano una piccola parte di Gastarbeiter, giacché per la maggior parte degli immigrati si parla di giornate lavorative di 15 ore con paghe mensili di 40 dollari e, talvolta, il sequestro del passaporto.

Al comparto edile si affianca quello agricolo, che, dal taglio del 40% dei lavoratori “stranieri” (caucasici, in particolare armeni, georgiani, azeri) deciso ad aprile 2007, ha subito un’impennata dei prezzi al dettaglio; vi sono poi anche gli immigrati delle industrie chimiche e dei trasporti, tanto per citare i principali sbocchi occupazionali. E’ lo stesso Servizio Federale per l’Immigrazione a sostenere che la Russia avrebbe bisogno di cospicui nuovi afflussi all’anno per sostenere la crescita economica del Paese. Ma i tagli decisi non vanno in questa direzione ed, anzi, inficiano anche la migrazione interna, ossia quella di cittadini con passaporto russo ma di diversa etnia (tatari, ingusci, daghestani, ceceni), che spesso ricorrono a documenti falsi per ottenere i permessi di soggiorno, alimentando ulteriormente un racket già florido.

Nel complesso, la questione dell’immigrazione in Russia appare composta da più elementi eterogenei, riconducibili, tuttavia, alla ricerca di un’identità nuova nell’era post sovietica ed alle aspettative tradite dal nuovo corso del quale Putin si è fatto interprete. Privato del proprio ruolo all’interno del progetto sovietico, negli ultimi vent’anni il cittadino medio russo si è trovato a vivere in una dimensione disorientante, carica di promesse e priva delle certezze basilari di un tempo. L’arrivo di Putin sulla scena politica ha restituito corpo, destino e dignità ad una nazione che sentiva di poter aspirare nuovamente al posto di leader che nel mondo le spetta. Complice la favorevole congiuntura legata al settore energetico, ecco il fiorire di iniziative economiche di successo ed il rilancio dell’immagine complessiva del Paese che ha anche avviato un profondo make up edilizio delle città (Mosca in primo luogo), nel quale hanno trovato ampio spazio i lavoratori dell’antica periferia dell’impero, disposti a lavorare per stipendi ed orari di lavoro ormai rifiutati dai russi. Non si è trattato di un’immigrazione straniera in senso proprio, giacché la maggior parte dei lavoratori non ha neppure bisogno di un visto d’ingresso, ma come tale è stata percepita e, quindi, mal sopportata dagli strati più fragili e delusi della popolazione russa. Col sopraggiungere di un momento generalizzato di difficoltà economica, ecco che il potere politico identifica quale via d’uscita a salvaguardia degli interessi nazionali l’innalzamento di una nuova barriera contro “lo straniero”, contro colui che pretende di beneficiare di vantaggi che sono diritto esclusivo dei “russi di Russia”.

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