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Pochi Americani si identificano nell’etichetta “libertario”, ma molti di più (il Cato Institute ha rilevato almeno un 15% dell’elettorato) rispondono a tutte le caratteristiche essenziali del libertarismo: credono nel libero mercato, nella difesa del secondo emendamento (libertà di portare armi), sono culturalmente orgogliosi dei principi dei padri fondatori degli Stati Uniti, sono contro l’Onu e le ipocrisie della cooperazione internazionale e si oppongono all’intervento moralizzatore dello Stato nelle scelte etiche personali. Ma dal 2001 ad oggi c’è un tema su cui questo popolo semi-invisibile, ma così caratteristico si è diviso profondamente: la guerra contro il terrorismo.

Il libertarismo è una dottrina e una pratica della riduzione del potere politico. L’assioma su cui si fonda la filosofia politica libertaria è quello della non-aggressione: la violenza è legittima solo quando è esercitata contro chi ha dato inizio alla violenza. Dunque il potere politico, che si fonda necessariamente su un’aggressione (imposizione di un monopolio e raccolta obbligatoria di tasse per mantenerlo) deve essere ridotto o annullato. Il libertarismo si divide essenzialmente in due correnti: quella minarchica (che riconosce la legittimità di uno Stato minimo, ridotto alla funzione di protezione dei diritti individuali di vita, libertà e proprietà) e quella anarco-capitalista (nessuno Stato: i diritti individuali possono e devono essere protetti da agenzie private in un sistema di mercato libero). Entrambe le correnti, in politica estera, adottano una dottrina isolazionista. I libertari minarchici riconoscono al governo un compito fondamentale, che è quello della difesa. Ma anche diversi libertari anarchici, che non riconoscono la legittimità dello Stato, accettano di essere difesi dallo Stato finché la difesa non sarà privatizzata. Mentre tutti i libertari erano contrari agli interventi militari “umanitari” voluti da Clinton nei Balcani sotto l’egida dell’Onu (in Bosnia) e poi della Nato (in Kosovo), la guerra iniziata dopo l’11 settembre 2001 è completamente diversa, perché è la risposta ad un attacco diretto agli Stati Uniti. Dopo l’attacco terrorista dell’11 settembre, il prestigioso think tank libertario Cato Institute approvò l’intervento statunitense in Afghanistan, come legittima risposta militare contro l’aggressore. Mentre altri istituti libertari, come il Mises Institute o il sito Antiwar.com si sono opposti, ritenendo l’intervento in Afghanistan un pretesto per una politica estera imperialista nel Medio Oriente. La guerra in Iraq ha posto un problema in più, perché solo una minoranza di osservatori della politica internazionale considerano il rovesciamento della dittatura di Saddam Hussein come parte integrante della più ampia guerra (difensiva) contro il terrorismo jihadista.

Il Cato Institute, così come, ovviamente, gli altri istituti libertari più isolazionisti, si sono opposti alla guerra in Iraq. Ma alcuni elementi di spicco dell’ambiente libertario, come il politologo Rudolph Rummel e il professore di filosofia del diritto Randy Barnett, erano e sono tuttora favorevoli a “Iraqi Freedom”. Rudolph Rummel ha messo in dubbio la validità della dottrina isolazionista, sostenendo che la miglior difesa, nel lungo termine, è una politica di esportazione della democrazia, considerando che l’unica vera minaccia alla pace e alla sicurezza sono esclusivamente le dittature, mentre le democrazie non si sono mai fatte guerra tra loro. Randy Barnett, invece, rimane nel filone tradizionale dell’isolazionismo, ma giustifica la guerra in Iraq come parte di una campagna difensiva contro il terrorismo jihadista e i regimi che lo sponsorizzano più attivamente. Il dibattito, come era lecito attendersi, è riesploso in tutta la sua violenza polemica, proprio in questi mesi. George W. Bush da una parte e il Congresso a maggioranza democratica dall’altra, si stanno scontrando su una decisione cruciale, cioè: quanto dovrà durare ancora l’intervento militare statunitense in Iraq e soprattutto quali sono gli obiettivi che devono essere raggiunti. I libertari sono parte attiva del dibattito su entrambi i fronti, essendo presenti sia nel Partito Repubblicano che in quello Democratico. Ron Paul è il candidato libertario per eccellenza e correrà per le prossime elezioni primarie dei Repubblicani. La sua campagna è quasi interamente incentrata sull’opposizione alla guerra in Iraq. Dopo il suo ultimo dibattito con il candidato repubblicano favorito Rudolph Giuliani, Randy Barnett ha sostenuto ancora lo sforzo statunitense e la politica di Bush, pur non risparmiando critiche alla gestione del conflitto, in un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal lo scorso 17 luglio. E la polemica è subito esplosa.

La reazione degli altri intellettuali libertari all’articolo di Barnett è stata dura e quasi unanime e ha assunto da subito toni settari (di fatto si è trattato di una vera e propria “scomunica” di un pensatore eretico) e ha messo in luce molti altri punti deboli del libertarismo. Il più noto e prestigioso fra i critici è l’economista Walter Block (autore del famoso e controverso “Difendere l’indifendibile”, pubblicato in italiano da Liberilibri nel 1995). Il quale ha sfoderato un insospettabile settarismo, anche se mitigato dal suo caratteristico senso dell’umorismo: “Immaginate Paul Ehrlich che rinuncia alla sua teoria sulla sovrappopolazione. O un marxista che accetta la legittimità del sistema capitalista. O un rabbino che afferma che mangiare carne di maiale è compatibile con il Talmud. O Dick Cheney che predica l’immediato ritiro delle truppe dall’Iraq. Vi sarebbe un gran lamento e stridor di denti negli ambienti, rispettivamente, degli ambientalisti, dei marxisti, degli ebrei e dei neoconservatori. Le accuse di tradimento e di voltafaccia riempirebbero l’etere. (...) Qualcosa del genere è avvenuto in questi giorni nell’ambiente libertario. Randy Barnett ha pubblicato un articolo sul Wall Street Journal intitolato “Libertari e la guerra: Ron Paul non parla per tutti noi”. (...) Il fatto che questo episodio avvenga quando siamo ancora un movimento debole, ma in crescita (di recente proprio grazie ai magnifici sforzi di Ron Paul), rende la cosa ancora più infame”. La risposta di Block a Barnett è essenzialmente dottrinaria: “Barnett attacca il libertarismo alla base: nega l’assioma di non aggressione. Questa è la pietra angolare dell’intera teoria libertaria: opporsi a chi dà inizio o minaccia di dare inizio alla violenza, contro coloro che non sono colpevoli di questo orribile atto. Avendo rigettato, anzi: pervertito, l’assioma di non aggressione, questo insegnante di diritto non può essere considerato più un libertario. Spero, comunque, che in futuro egli decida di ripudiare queste sue conclusioni e possa ancora riunirsi al movimento libertario”.

Sono toni da inquisizione che non risolvono il problema di base: la guerra in Iraq è difensiva o offensiva? Block da per scontato che si tratti di una guerra offensiva. Ma non solo la guerra in Iraq, bensì anche quella in Afghanistan. Sull’11 settembre, Block afferma che: “immaginate che vi siano una serie di ‘abusi e usurpazioni’ da parte dello Stato A contro lo Stato B. Infine B ne ha abbastanza e risponde contro A. In questo caso A è nel torto e B no. La risposta di B giustifica un’escalation ulteriore di violenza da parte di A nell’attaccare ancora di più B? Nonostante Barnett dica il contrario, la risposta è no. Quella che ho esposto adesso è una sintesi più accurata dell’11 settembre, rispetto a quella scritta da Barnett. Perché per decenni gli Stati Uniti hanno condotto attacchi gratuiti e impuniti nel Medio Oriente. Hanno dispiegato truppe in terre straniere che non hanno mai minacciato di invaderci”. Ma quali siano questi “attacchi gratuiti e impuniti nel Medio Oriente”, Block non lo dice. Se si riferisce alla Guerra del Golfo del 1991, le truppe americane sono state chiamate dal regno saudita per difendere e liberare il Kuwait dall’aggressione (quella sì del tutto gratuita) da parte di Saddam Hussein. Se si riferisce all’aiuto dato a Israele, in quel caso gli Stati Uniti non hanno inviato nemmeno un uomo e si sono limitati a sostenere la sopravvivenza di un alleato che rischia di essere spazzato via da vicini aggressori da più di mezzo secolo. Se si riferisce al Libano, anche in quel caso si è trattato di un intervento volto difendere il governo libanese dalla destabilizzazione del terrorismo palestinese, un intervento non riuscito e concluso in meno di due anni. Prima del 2001 non vi è stata alcuna reale strategia interventista statunitense nel Medio Oriente, né tantomeno alcuna aggressione “ingiustificata”.

Nel suo articolo, Block spiega tutta la storia del Medio Oriente sposando in pieno la versione che ne hanno dato i movimenti comunisti e no-global, tutta tesa ad attribuire ogni responsabilità agli Stati Uniti, arrivando persino a comprendere le ragioni di Saddam Hussein quando invase il Kuwait. Il problema dei libertari che si sono scagliati contro Barnett è proprio la loro visione ultra-ideologica della storia e dell’attualità, come rileva Sam Wells (altro libertario “eretico”?) sulle colonne di FrontPage Magazine: “Credo che molti libertari anti-guerra abbiano accettato, come argomento-base della loro opposizione, gran parte della propaganda democratica, anche quando questa non corrisponde alla realtà. Hanno assorbito la campagna di odio contro Bush diffusa dai media, in particolare quelli organici all’establishment liberal, quali NPR, NBC, ABC, CBS, Time Magazine, Washington Post, Los Angeles Times e il New York Times, giusto per nominarne alcuni. Coloro che si fidano di queste fonti per elaborare le loro interpretazioni, sono più propensi ad essere disinformati, specie per quanto riguarda la guerra in Iraq”.

Il problema, in realtà, è molto più profondo. I libertari scelgono le fonti di sinistra, anche della sinistra estrema, perché coincide maggiormente con la loro visione delle relazioni internazionali. E anche se dovessero ascoltare e dare credito alla filo-repubblicana Fox News e leggessero solo il Washington Times, i libertari continuerebbero ad opporsi alla guerra in Iraq. Perché i libertari, stando ai loro principali esponenti contemporanei, Murray Rothbard per primo, giudicano illegittime tutte le guerre combattute dagli Stati Uniti, compresa la II Guerra Mondiale dopo Pearl Harbour. Rothbard considera legittime solo due guerre americane: la Guerra di Indipendenza contro la Gran Bretagna e la Guerra di Secessione... ma dalla parte del Sud. Tutte le altre sono aggressioni di Washington. Nel corso della guerra fredda, Rothbard, stando alla testimonianza del suo ex allievo Philip Coates, si opponeva ad un’eventuale rappresaglia contro l’Urss anche nel caso di un attacco nucleare contro il territorio degli Stati Uniti. “Rothbard insegnava che in caso di attacco nucleare sovietico contro gli Stati Uniti, una risposta americana sarebbe stata immorale, perché avrebbe ucciso milioni di russi innocenti” - spiega Coates - “Gli Stati Uniti, in un caso come questo, devono essere considerati colpevoli di omicidio di massa, perché il popolo russo non ha dato inizio alla violenza”. Il diritto di auto-difesa, dunque, appartiene solo e unicamente agli individui. L’unico caso in cui può essere esercitato è quando l’individuo e le sue proprietà sono materialmente aggredite (come negli unici due casi di guerre considerate legittime da Rothbard). Secondo questa logica: se la mia proprietà nell’Iowa non viene toccata, chi mi può costringere a intervenire per difendere i miei connazionali aggrediti nelle Hawaii? E siamo sicuri che siano stati realmente aggrediti e non sia il mio governo dalla parte del torto? Lo Stato, dunque, non ha mai il diritto di agire al posto dei suoi cittadini. Resta allora aperto un problema fondamentale: dal momento che lo Stato ha il monopolio della violenza e, di fatto, espropria i cittadini della loro capacità di auto-difesa, come è possibile garantire la sicurezza ai cittadini di fronte a un’aggressione militare?

La conclusione di Block, nella sua critica a Barnett, è semplice: “Il miglior modo di assicurare la nostra sicurezza è quello di seguire i dettami di due dei nostri padri fondatori: Thomas Jefferson e John Quincy Adams”. La frase citata di Thomas Jefferson è quella più classica della tradizione isolazionista: “Pace, commercio e amicizia onesta con tutte le nazioni, senza legarsi in alleanza con alcuna”. Ma Block forse dimentica che lo stesso Thomas Jefferson, una volta presidente, dovette mandare i marine a Tripoli per stroncare la pirateria dei berberi, che minacciavano le rotte commerciali americane. E’ il solito potere che corrompe? O è la dimostrazione che l’isolazionismo libertario è un’utopia?

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