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La pubblicazione di un saggio di Renata Broggini su Indro Montanelli (Passaggio in Svizzera. L’anno nascosto di Indro Montanelli, Feltrinelli) sul periodo elvetico del maledetto toscano offre un’immagine diversa da quella corrente del grande giornalista. Il libro, fornito di pezze d’appoggio archivistiche, è stato lanciato dall’Espresso ed è stato discusso da Mario Cervi e da Luigi Mascheroni con toni diversi. Cervi è stato amico di Montanelli, ha lavorato con lui e ha reagito amareggiato al saggio di Broggini, anche se come spiega Goethe a Hemingway in un divertente dialogo immaginario, questa è l’immortalità. Hemingway è arrabbiato perché gli storici frugano nella sua vita,  dicono che trattava male le donne, e il vecchio Goethe gli consiglia di prenderla con filosofia.

Il libro di Broggini rivela che Montanelli non sarebbe stato condannato a morte dai fascisti della Rsi nel ’44, non sarebbe evaso da San Vittore ma fatto fuggire, avrebbe lasciato la moglie Maggie in ostaggio ai tedeschi, avrebbe detto bugie in Svizzera per accreditarsi presso gli antifascisti, non avrebbe assistito il 29 aprile all’esibizione di piazzale Loreto perché sarebbe rientrato a Milano il 27 o il 28 aprile. Insomma, avrebbe detto bugie, avrebbe ritoccato la storia a cui partecipava, avrebbe commesso imprudenze, come conclude Mascheroni.  I documenti d’archivio sono importanti, ma anche le interpretazioni, e forse bisognerebbe cominciare a premettere nel titolo che si tratta di “a history” o di “a biography”, come fanno  gli storici americani   Quell’articolo è ipocrita, ma è un omaggio alla virtù non meno dell’ostentazione della moralità.

Montanelli era un giornalista e uno storico, e descrivere piazzale Loreto come se vi avesse assistito, non è esattamente una bugia, ma un artificio del mestiere per rendere più efficace il racconto. Succede che un corrispondente scriva o faccia capire di avere assistito a quello che gli hanno raccontato fonti di cui si fida. Non si comporta diversamente uno storico quando trova un documento d’archivio, anche della questura, e non si chiede se il protagonista della sua ricerca avesse corrotto il poliziotto per fargli scrivere proprio quella data. Lo storico si fida, anche se ritiene il suo protagonista ambiguo, un doppiogiochista incallito. Lo storico crede o desidera credere alla sua fonte, non diversamente dal giornalista. La certezza della fonte è possibile solo dall’analisi di altre fonti e poiché piazzale Loreto è un evento pubblico, pubblicizzato e documentato è difficile metterlo in dubbio, come i comportamenti della folla, fotografati e filmati. Non era quindi necessario assistervi per descriverlo e poiché è stato a lungo un argomento tabù, darne una descrizione più complessa di quella ufficiale per un doppiogiochista incallito comportava una notevole assunzione di responsabilità. D’altronde, i migliori storici inglesi furono al servizio dell’intelligence britannica durante la seconda guerra mondiale e a nessun storico inglese è mai venuto in mente di dubitare se Hugh Trevor Roper allora al servizio dell’intelligence nella sezione guidata da Kim Philby, facesse il doppio gioco. Fu  Hugh Trevor Roper nel ’45  a essere incaricato  dal  governo britannico di descrivere gli ultimi dieci giorni della vita di Hitler per confutare le pretese sovietiche che Hitler fosse ancora vivo e nessuno si è finora posto il problema se Hugh Trevor Roper fosse nel bunker con Hitler e lo abbia visto suicidarsi.

Anche le rivelazioni su Ignazio Silone informatore della polizia fascista hanno provocato grandi discussioni tra chi le ritiene infamanti e chi sostiene la consistenza delle prove, ma al centro delle polemiche non è stata la valutazione  del peso e degli effetti delle rivelazioni di Silone, perché il problema è il tabù di un antifascista in rapporto con un funzionario della polizia durante il fascismo. Nessuno si è chiesto la differenza tra rivelare segreti militari e denunciare il collega o l’amico rivale, piuttosto comune anche tra gli scrittori impegnati, perché il problema è la bandiera immacolata. Silone come Montanelli, poi, sono grandi giornalisti e scrittori, ma non protagonisti di primo piano della storia, né hanno avuto in mano i destini del mondo. Per questo, assistendo alle polemiche sulle loro biografie, si prova  invidia di fronte al fair play con cui gli inglesi trattano i Mountbatten che hanno avuto davvero in mano una parte importante del mondo. Louis Mountbatten fu l’ultimo viceré e il primo governatore generale dell’India indipendente, fu ucciso nel ’79 dall’Ira e con sua moglie Edwina Ashley  ebbe un ruolo importante nella storia dell’India. Mountbatten tentò senza successo di evitare la separazione dei musulmani dall’India e la creazione del Pakistan. Tentò di fare comprendere ai musulmani l’importanza di un’India unita e oggi ci rendiamo conto quanto avesse ragione. I Mountbatten ebbero un matrimonio con alti e bassi,  ebbero figli, ma anche avventure e amori. Edwina ebbe una lunga amicizia con Nehru e quando morì nel 1960, a 58 anni, fu sepolta dal marito nel mare a Portsmouth e Nehru inviò due cacciatorpedinieri indiani per il funerale. I Mountbatten sono considerati con rispetto, anche se suscitano pettegolezzi e non erano cristallini.

E’ chiaro che da noi è in corso uno scontro politico sulla storia. Negli ultimi decenni abbiamo saputo che gran parte degli intellettuali antifascisti era stata sovvenzionata dai fascisti o aveva fatto ricorso al fascismo per fare carriera, dichiarandosi fascisti, oppure erano stati fascisti fino al 25 luglio, esibendo poi immacolate biografie antifasciste, mentre al massimo avevano fatto la fronda. Si sa che in ogni sistema politico gli intellettuali e gli scienziati hanno bisogno del potere politico e viceversa, ma non si riesce ad ammettere di non essere candidi. Non vale neppure l’obiezione che gli intellettuali e gli scienziati non sono imparziali e solo il Padreterno si diverte ad assistere imparziale al grande spettacolo del mondo, perché anche l’argomento che se tutti fossero perfetti e il mondo fosse regolare come un orologio, non ci sarebbe storia, ha prodotto grandi battaglie.  Per il momento, rimane quindi solo la possibilità di immaginarci cosa direbbe Goethe a Montanelli e Silone nell’al di là.

CommentiCommenti 3

Carlo Cristofori (non verificato) said:

Goethe credo li metterebbe in guardia dal cancellare la distinzione fra Dichtung e Wahrheit. Montanelli è stato un grandissimo ballista, che fra l'altro ha inventato di sana pianta la storia delle cariche di cavalleria polacca contro i carri armati nazisti.