Vento del nord

Versione stampabile

L’elezione di Alberto Meomartini alla presidenza di Assolombarda rappresenta una sconfitta di Diana Bracco (presidente uscente), Michele Perini (predecessore della Bracco) e di Giorgio Squinzi, presidente di Federchimica, che avevano puntato le loro carte sul quarantenne Alessandro Spada, imprenditore chimico. Meomartini è persona colta e intelligente, sperimentata anche nel sistema Confindustria. Tutti, anche chi lo ha contrastato, riconoscono i suoi meriti: però non solo è un manager (caratteristica che gli è stata contestata da chi è più propriamente “imprenditore”) ma lo è anche di un’azienda pubblica.

Il gruppo di industriali, però, che ha egemonizzato l’associazione degli industriali milanesi negli ultimi otto anni, è riuscito a far coalizzare dietro il “manager pubblico” (che ha prevalso peraltro con margini non ampi ma neanche strettissimi: 68 voti contro 48 della “giunta”) anche la grande parte dei piccoli industriali che prima si sono riuniti intorno alla candidatura di Benito Benedini (anche lui già presidente di Assolombarda) e poi hanno votato il presidente di Snam Rete Gas.

Perché imprenditori di grande valore, come la Bracco e Squinzi, rappresentanti tra i più stimati del cosiddetto quarto capitalismo, la generazione delle nuove multinazionali tascabili che presidiano il mondo per conto del capitalismo italiano, non sono stati in grado di guidare i loro colleghi?

Naturalmente va dato per scontato che spesso si tratta di industriali molto impegnati nella proprie attività, con poco tempo da dedicare a impegni più generali. La Bracco e Squinzi sono persone che peraltro nella loro associazione hanno fatto scelte di grande respiro, a partire dal settore delle relazioni industriali, soprattutto sviluppando un sistema di enti bilaterali che hanno contribuito a rendere florida l’industria chimica italiana. Ma, nonostante gli enormi meriti imprenditoriali e anche a quelli dimostrati all’interno di Federchimica, tendono a riflettere la difficoltà di fondo della borghesia industriale milanese e lombarda a esercitare un ruolo di guida più generale della società. Finché l’impegno è preciso, sia industriale sia associativo, la prestazione è eccezionale. Quando i compiti diventano più generali, si registrano impacci rilevanti.

Una parte della spiegazione di questo fenomeno va cercata nella storia. Dopo un impegno postrisorgimentale degli industriali milanesi, vi è stata la fase dei compromessi con il fascismo che ha determinato poi una qualche ritirata dalla scena pubblica, con una delega alla Dc o al massimo ai grandi imprenditori (dagli Agnelli ai Pirelli) a cui era concesso di fare politica. Fino al grande caos del post ’92.

L’organizzazione confindustriale è diventata in molte occasioni l’organizzazione delle burocrazie associative, quelle che facevano politica e vivevano spesso in simbiosi con le organizzazioni parallele dei lavoratori dipendenti, piuttosto che lo strumento degli imprenditori per contribuire collettivamente alla vita pubblica. In questo senso, dalla Fiera di Milano all’Expo, nonostante l’impegno profuso, la qualità delle prestazioni di Assolombarda non sempre è stata altissima. Dopo un sindaco di grande capacità, che tra l’altro veniva dal sistema Confindustria, Gabriele Albertini, Milano vive oggi l’incerta guida di un’imprenditrice che peraltro non trova e non ha trovato nei suoi colleghi industriali sufficienti stimoli (e correzioni).

La Bracco e Squinzi sono stati due eccezionali oppositori alla linea devastante di Luca Cordero di Montezemolo, preparando così l’intelligente presidenza di Emma Marcegaglia. Ma alla fine, al loro operato è mancato un tocco risolutivo: si pensi, per esempio, che la loro battaglia per un Sole 24 ore più attento alle ragioni dell’impresa si è conclusa con la direzione di Gianni Riotta. Queste e altre “campagne” perse fanno capire perché poi si preferisce al loro candidato, da parte dei colleghi, un “manager” che sarà “pubblico” ma almeno è “esperto”.

Gli industriali milanesi dovrebbero riflettere sul loro tipo di impegno, se non vale la pena, per esempio, di darsi da fare per sostenere strumenti culturali che consentano di essere più presenti e qualche volta anche solo di capire meglio la realtà in cui vivono. Le mille fondazioni culturali che sono state promosse dalle piccole e medie imprese americane hanno dotato quel settore della società statunitense di strumenti adeguati per confrontarsi con lo strapotere della grande finanza e del big business (e dei grandi sindacati) che altrimenti diventa incontrastabile.

 

Aggiungi un commento