Svolte internettiane

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Stop alla libera e incontrollata diffusione del sapere. La Wikimedia Foundation Inc., la società no profit che gestisce il portale di Wikipedia, ha deciso di dare un giro di vite al sistema di scambio di informazioni della più famosa enciclopedia telematica mondiale, limitando ai suoi utenti la possibilità di modificare il contenuto delle voci on line e creando una sorta di “wiki-sheriffi” che controlleranno l’affidabilità delle informazioni fornite. La decisione ha suscitato non poche perplessità tra il popolo degli internauti, al punto da creare forti dubbi sull’affidabilità e la credibilità del sito stesso.

Il progetto di Wikipedia nasce infatti con l’obiettivo utopico di realizzare un sapere universale e condiviso, in uno spazio dove una comunità di utenti può interagire liberamente e senza censure (almeno secondo i principi che ne ispirano la gestione), aggiungendo informazioni, smentendo notizie sbagliate, corredando ogni voce o articolo del sito con citazioni e link di approfondimento. Un sistema open source dove è sufficiente registrarsi per diventare protagonisti dell’oracolo culturale più consultato e aggiornato al mondo.

Ma il sistema ha mostrato presto i suoi punti di debolezza. Se è vero che Wikipedia è un mondo fatto di numerosi e appassionati volontari pronti a regalare il loro sapere alla massa assetata di conoscenza con il passar del tempo, il libero accesso alla modifica delle voci ha favorito il cosiddetto “vandalismo wikipediano”. Non sono pochi i casi di dati pubblicati su un determinato tema che sono poi risultati sbagliati o inverosimili, generando confusione e creando situazioni a dir poco imbarazzanti per tutti coloro – adulti o meno – che usano l’enciclopedia on line con una fonte affidabile e autorevole di informazioni.

Alcuni ricorderanno il deputato dipietrista Pierfelice Zazzera che, fidandosi del curriculum (sbagliato) di Wikipedia, ha insultato lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco dandogli del nazista. A gennaio di quest’anno sull'enciclopedia si poteva leggere che Ted Kennedy era morto subito dopo l’inaugurazione della presidenza Obama; un “coccodrillo” uscito in anticipo, visto che il senatore democratico è venuto a mancare solo qualche giorno fa. Ci sono poi i casi al limite della querela, come quanto è accaduto all’ex preside dell’Università di Cincinnati che, a leggere la biografia wikipediana, era “una prostituta e una strega”; o, ancora, al giornalista americano in pensione John Seigenthaler che, in una bizzarra ricostruzione rimasta sul sito per ben quattro mesi e mezzo, è stato implicato nell’omicidio di John e Robert Kennedy.

Per far fronte a tutti questi inconvenienti, Wikipedia di solito ricorreva a un "forum di discussione" (se sul caso concreto c’erano i margini per un confronto tra fonti diverse) e, nei casi di palese violazione delle regole, faceva intervenire gli amministratori. Un controllo “a posteriori”, dunque, che in Paesi come l’Italia – dove gli amministratori non sono tantissimi – ha creato un bel po’ di problemi, specialmente alle persone ancora vive che dovevano aspettare giorni – o anche mesi – per veder apparire sul sito le rettifiche su informazioni errate legate alla propria vita.

La fondazione di Wikipedia ha quindi deciso di tagliare la testa al toro limitando, necessariamente, la libertà di azione degli utenti. Facendo buon uso dell’esperienza già avviata da tempo dalla versione tedesca del portale, si è stabilito innanzitutto che qualsiasi modifica delle voci su persone ancora in vita dovrà passare il vaglio di un amministratore o editor esperto prima di andare on line. E così si dovrebbe risolvere il problema delle querele.

Per tutti gli altri casi, invece, Wikipedia ha creato “WikiTrust”, un software che identifica, sulla base di alcuni parametri, la potenziale imprecisione – e quindi l’affidabilità dell’informazione – colorando in maniera diversa i contributi, per avvertire i lettori del rischio di inesattezza della voce (in attesa che arrivi il “wiki-sheriffo” cioè l’operatore “umano” incaricato di controllare la veridicità dell’informazione). In altre parole: quanto più appaiono scuri i paragrafi all’interno delle voci tanto meno bisogna farne affidamento.

Il criterio di base con cui viene calcolata la “correttezza” dell’informazione è la reputazione del singolo contributore, che viene a sua volta valutata in base ad un sistema temporale: guardando alla storia dei suoi inserimenti, si giudica il tempo che hanno resistito prima di essere modificati. Quanto più resistono, tanto più l’utente è affidabile. Fin qui tutto bene. Ma in ultima analisi, d’ora in poi ci sarà una squadra speciale di supervisori arruolati dalla stessa società, una specie di saggi guardiani o arbitri del sapere, che decideranno cosa si può e cosa non si può pubblicare.

L’enciclopedia che si è sempre proclamata “orizzontale”, trasparente e libera da ogni censura, decide di tradire il suo principio fondativo in nome della preservazione di un sapere più “affidabile”. Una scelta che, secondo molti critici, danneggerà la reputazione di Wikipedia come fonte d’accesso  libera e aperta alle informazioni. Ma siamo proprio sicuri che l’universo wikipediano sia sempre stato così “libero” quanto ci voleva far credere?

Un esempio del contrario ci è passato sotto il naso proprio pochi mesi fa, quando i talebani sequestrano in Afghanistan il reporter del New York Times David Rohde: il quotidiano decide di non rendere pubblica la vicenda per “non mettere in pericolo la vita del reporter” e chiede agli altri giornali americani di fare lo stesso. L'informazione trapela nei media internazionali e scoppia la polemica sulla censura della notizia. Si scopre così che il giornale aveva chiesto anche a Wikipedia – che si vanta di aggiornare quasi in tempo reale le informazioni – di bloccare ogni notizia sulla vicenda perché, facendo altrimenti, avrebbe aumentato il valore dell’ostaggio agli occhi dei sanguinari talebani. La richiesta del NYT, visto che c’era in gioco una vita umana, non è del tutto criticabile. Ma apre senz'altro degli interrogativi sul concetto di libertà wikipediano quando si tratta di affrontare questioni tanto spinose e controverse.

Il caso Rohde non è l’unico. L’anno scorso Wikipedia ha deciso di "bloccare" la pagina che appare col termine in inglese “Muhammad” in seguito alle proteste (e persino una petizione con oltre 450mila firme) dei fedeli musulmani, che chiedevano di eliminare le immagini del Profeta perché nell’Islam è severamente vietato utilizzare raffigurazioni umane di Maometto, considerate una forma di idolatria. Risale invece al 2007 la decisione, dopo una richiesta della comunità Religious Tolerance dell’Ontario, di adottare un sistema di datazione religiously correct, sostituendo al bC di “before Christ” e all’aD di “annus Domini” i termini Bce (Before Common Era) e Ce (Common Era), “per rispetto  di tutte quelle persone che non sono cristiane”.

La decisione di abolire di punto in bianco il sistema millenario di organizzazione del tempo del monaco Dionigi il Piccolo, dopo la richiesta avanzata da una piccola comunità americana, e quella di ignorare la richiesta di quasi mezzo milione di musulmani nel mondo, ci mostra che nel sapere wikipediano forse c'è sempre stato spazio per un doppio standard interpretativo (se del caso delle raffigurazioni di Maometto Wikipedia si è difesa affermando "che non si censura per il beneficio di un unico gruppo di persone", con la riforma del sistema cronologico del Religious Tolerance gli amministratori del sito non ci hanno pensato due volte a prendere posizione). Una decisione che rivela un tallone d'Achille nel "sistema democratico" di scambio di conoscenze wikipediano, che potrebbe rischiare definitivamente di spezzarsi con l'avvento dei "wiki-sceriffi", cioè il fattore umano.

Visto che tutti questi casi sono avvenuti prima della decisione di ingaggiare i “supercontrollori” – quando il flusso di informazione non era filtrato se non dagli stessi internauti in una corsa verso il sapere assoluto (e forse oggettivo) –, adesso c’è chi si domanda se la cura non sia peggiore del male. Specialmente se in gioco c’è il sapere dei 275 milioni di persone che ogni mese consultano il sito. Resta a voi giudicare.

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