Rapporti transatlantici

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Cosa si aspettano gli Usa dall'Europa? Il Nobel a Obama potrebbe rivelarsi un peso più ingombrante del previsto per il presidente? E come possiamo rileggere il discorso del Cairo? Di questo e altro abbiamo parlato con Jonathan Laurence, Assistant Professor of Political Science al Boston College e Nonresident Senior Fellow alla Brookings Institution.

Il Nobel a Obama sarà un’arma a doppio taglio?

Obama era cosciente di questo pericolo nel momento stesso in cui si è reso conto di averlo vinto. David Axelrod ha subito precisato che il Nobel non è stato solo il riconoscimento di un’azione politica ma del cambiamento avvenuto nel clima internazionale. Una testimonianza del fatto che l’America sta tornando nell’alveo delle istituzioni internazionali e del ruolo che può ancora svolgervi come mediatore tra Oriente e Occidente.

Un pezzo del Nobel va al discorso del Cairo

All’Università di Al Azhar, Obama ha riaffermato la differenza tra Islam e Terrorismo che si era in parte perduta negli anni scorsi. Noi americani siamo coscienti che il mondo arabo non si riduce alle conclusioni degli Human Development Reports dell’ONU, cioè all’analfabetismo, all’arretratezza economica, oppure al fanatismo religioso di cui si legge quotidianamente nei giornali. Il mondo arabo in passato ha vissuto periodi di splendore come quelli europei. E può tornare a quei giorni di gloria.

Come?

I dirigenti arabi devono dire in pubblico quello che riconoscono in privato: lo stato di Israele esiste ed esisterà per sempre, Hamas dovrà rinunciare al terrorismo e riconoscere Israele.    

Il rettore di Al Azhar è un antisemita dichiarato

Obama sarebbe stato criticato anche di più se in Egitto avesse scelto di parlare in un luogo istituzionale invece che all’università. Sappiamo tutti che c’è un problema di legittimità del presidente Mubarak – che ha un ruolo da svolgere nel processo di pace in Medio Oriente, ma la cui politica interna non è al cento per cento democratica. D’altra parte Al Azhar non può essere ridotta solo allo sceicco Tantawi.

Tantawi discute anche con i leader europei

Sul tema dei rapporti tra Islam e altre culture, Tantawi si è mostrato abbastanza aperto verso un’idea di riforma religiosa dell’Islam nei Paesi occidentali. Ed è un fatto importante che lo sceicco sia riuscito a far capire a un pubblico enorme che L’Islam sarà pure unico, ma lo si può interpretare in modi diversi.

Sul Medio Oriente, il ministro degli esteri italiano Frattini parla di “finestre di opportunità”

L’Europa deve assumersi il suo ruolo di “produttore di sicurezza collettiva”, come ha detto il ministro Frattini nel suo discorso alla conferenza sulle Nuove Relazioni Transatlantiche. L’America ha cambiato totalmente rotta con Obama ma se il presidente non dovesse riuscire a convincere gli alleati europei ad impegnarsi di più dal punto di vista militare, e nel processo di ricostruzione istituzionale in Afghanistan, sarebbe una delusione.

L’Europa è lontana?

Per otto anni i democratici hanno promesso che sarebbero arrivati a cambiare le cose. E adesso dov’è l’Europa? Credo che sarà al nostro fianco, ma dobbiamo discutere seriamente su cosa fare a Kabul. E i nostri alleati devono continuare a fare la loro parte – così come i britannici, che hanno appena annunciato un invio supplementare di 500 soldati in Afghanistan. 

Può essere più preciso?

L’obiettivo è di arrivare a un esercito afghano di 134mila uomini e forze di polizia per altrettanti 96mila – e questo in un calendario di meno di due anni, cioè due volte più veloce di quanto si pensava prima. La capacità di addestrarli non è solo nostra ma anche, e fortemente, europea. Il vuoto che si lascia dietro una vittoria militare deve riempirsi di qualcosa: amministrazione civile, sistema giudiziario, sicurezza. Tutto questo fa parte delle specialità europee sviluppate nell’ultimo decennio – particolarmente in Bosnia-Herzegovina, dove l’UE ha fatto un lavoro superbo. Anche in Iraq la Nato sta favorendo il processo di “nation-building”.

Obama ha un problema interno con la sinistra radicale e pacifista. Gore Vidal l’ha definito un presidente giovane e inesperto nelle mani dei suoi generali

Vidal è una voce che viene dal passato. Sa bene come fare a provocare ma il fatto è un altro: se la sinistra radicale è delusa da Obama non è una sconfitta per il presidente. Lui è un centrista. Condivide con la sinistra alcuni valori come la riforma sanitaria o la critica della guerra in Iraq, ma alla fine dei giochi è il presidente di tutti. E’ vero però che la situazione di oggi ha qualche eco del Vietnam –  c’è chi parla di “escalation” e chi di “surge” anche se alla fine si tratta di un aumento di truppe, con risultati incerti.

Cosa succederà adesso negli Usa?

Il partito democratico potrebbe indebolirsi leggermente alle elezioni di mid-term, ma è normale che un presidente perda qualche seggio alla Camera dopo due anni di governo. L’America però non è ancora pronta a rivolgersi nuovamente verso il Partito Repubblicano. I repubblicani hanno governato per molti anni. Anche se non è stata unicamente colpa loro, abbiamo vissuto un periodo tormentato, fatto di guerre, paura, e poi la grande crisi economica. Non vogliamo tornarci.

CommentiCommenti 4

Pierpaolo (non verificato) said:

Che riesca a sopravvivere un minuto di più al crollo degli USA?

joseph (non verificato) said:

L'Europa aiuti gli USA? ma va la!
Intanto è una guerra che non vincerà perchè così come non accetteremmo Noi occidentali che il mondo islamico ci imponga il loro sistema socio-politico così Loro ( gli stati Islamici),dal primo all'ultimo non ne vogliono sapere del sistema democratico che toglie il potere all'uomo anche in casa.