Dopo l'intesa su "Mr. Europa" e "Madame Pesc"

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d'alema ue

Sono tante le polemiche nate all’indomani della scelta delle persone che guideranno l’Europa nei prossimi mesi. Dopo la riunione di ieri tra i leader dei Ventisette per decidere il nome del presidente stabile dell’Ue e quello dell’Alto Rappresentante della Politica Estera, una cosa è certa: il nuovo primo ministro degli Affari Esteri europeo non sarà Massimo D’Alema. Nel pomeriggio, è arrivato infatti il colpo di scena. Nonostante tutti i bookmakers europei dessero quasi per sicura la nomina dell’ex premier italiano a “Mr. Pesc”, il gruppo dei socialisti europei ha deciso all’ultimo momento di ritirare la sua candidatura per dare preferenza alla baronessa britannica Catherine Ashton. Così, Londra ha finalmente dato il via libera alla nomina di Herman Van Rompuy come nuovo presidente europeo.

Se per alcuni la decisione  è stata “una beffa” e “un affondo” da parte dei compagni europei di D’Alema, altri invece puntano il dito contro “lo scarso attivismo” del governo italiano e lo “scarso appoggio” del premier Silvio Berlusconi. La stessa persona che era scesa in campo (persino fino a poche ore prima della decisione finale) per appoggiare personalmente la candidatura di D’Alema, nonostante le ovvie divergenze politiche. Per capirne di più abbiamo parlato con Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati.

Onorevole Nirenstein, Martin Schultz (capogruppo dei socialisti a Strasburgo) ha dichiarato che a far saltare la candidatura di Massimo D’Alema a responsabile della PESC sia stato lo scarso appoggio ricevuto dal governo Berlusconi. Sono andate davvero così le cose?

Come vicepresidente della Commissione degli Affari Esteri al Parlamento, sono stata presente ad un paio di riunioni e ho sentito il ministro Frattini parlare della candidatura di D’Alema con grande determinazione. E poi, mi è sembrato capire che a ritirare la sua candidatura non sia stato il governo ma bensì il Partito socialista europeo, cioè i colleghi del suo stesso gruppo politico in Europa.

Lei è stata l’unica voce fuori dal coro quando il governo italiano ha candidato D’Alema per occupare il ruolo di Alto Rappresentante della Politica Estera. Ora che cosa ne pensa dell’esclusione della sua candidatura?

L'insuccesso di una persona, tantomeno di un italiano, non può mai creare sentimenti simili alla soddisfazione. D'Alema è un personaggio politico dal curriculum eccezionale: è stato Ministro degli esteri e premier italiano. Ma fin dall’inizio ho sentito il dovere di ribadire che, secondo me, non era l’uomo adatto da candidare.

Perché lo dice?

Parlo da osservatrice della politica internazionale quale sono da anni. Non ho niente di personale contro di lui. Ma è vero che ciascuno di noi porta i segni della propria storia e, prima o poi, deve fare i conti con questa realtà. D’Alema, come lo sono stata io, è un ex comunista. Ma, al contrario di me, ha conservato una certa ispirazione terzomondista e antimperialista, una deriva che lo ha portato a non comprendere i grandi veri scontri che sono oggi in atto nel mondo, in primis il pericolo dell’integralismo islamico. Questa sua visione lo allontana dalla difesa dei valori essenziali ai quali è ispirata l’Europa: la libertà, la democrazia e la sicurezza dell’Occidente.

Lei a suo tempo ha criticato D'Alema per la sua famosa passeggiata a Beirut a braccetto con un esponente di Hezbollah e per aver avuto parole di legittimazione nei confronti anche di Hamas.

Hezbollah e Hamas sono due organizzazioni razziste, antisemite e fondamentalmente terroristiche. Non bastano le elezioni per garantire l'anima democratica di un movimento e talora questi gruppi cercano proprio nella competizione elettorale un motivo di legittimazione, ma noi non dobbiamo cascarci, come invece sembra essere capitato a D'Alema.

Lei crede che una candidata sconosciuta come la Ashton, che per di più non ha alcuna esperienza in politica estera, può invece garantire più protagonismo all’Europa nella scena internazionale?

E’ vero che tanto la nuova responsabile della PESC, Catherine Ashton, come il nuovo presidente stabile dell’Ue, Herman Van Rompuy, sono scelte di basso profilo, così come di basso profilo è stata finora la politica estera europea. Ma diamo loro il tempo e l’opportunità di mettersi alla prova. Giudicheremo più avanti.

Dalle sue parole emerge una certa delusione nei confronti della politica estera europea.

Guardi, credo che l'Unione Europea sia ancora un’entità magmatica che ha bisogno di trovare un più forte motivo d'essere, una propria bandiera. Si sta mostrando timida nell'affrontare i grandi temi della politica estera come i processi di democratizzazione, considerato che due terzi dei paesi del mondo sono autoritari e non rispettano i diritti civili basilari, o l’atteggiamento di sfida iraniano, i vari processi di pace e le missioni all’estero. E, nonostante non ci sarà un rappresentante italiano alla guida della PESC, il nostro Paese potrà comunque, solo che lo voglia, svolgere un ruolo essenziale nella difesa dei valori e dell’identità europea.

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