Rapporto annuale del Dipartimento di Stato

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Quasi del tutto ignorato dai media, il Dipartimento di Stato americano ha pubblicato il 26 ottobre il suo ultimo rapporto annuale sulla libertà religiosa. L’Annual Report on International Religious Freedom per il 2009, è aggiornato al 30 giugno scorso e prende in considerazione la situazione in 198 Paesi e territori per un periodo di dodici mesi.

Prima di entrare nel merito di ciascun Paese, il rapporto spiega nell’introduzione perché il Governo degli Stati Uniti considera importante la difesa della libertà religiosa.

“La libertà religiosa è un diritto innato di ogni persona, a prescindere da quale fede si professi o non si professi”, asserisce il rapporto.

Inoltre, l’introduzione chiama in causa anche il concetto di bene comune. “In definitiva, la libertà tende ad incanalare le convinzioni e le passioni per la fede in azioni di servizio e di impegno positivo nella sfera pubblica”, afferma il testo.

Da una prospettiva più strettamente politica, secondo il Dipartimento di Stato, quando i gruppi religiosi e le idee religiose vengono represse, questo porta ad una loro radicalizzazione, che a sua volta può fomentare spinte separatiste o insurrezionali.

Sul piano internazionale, il rapporto sostiene che se i governi strumentalizzano la religione o ne emarginano le organizzazioni, questo contribuisce solo a radicalizzare i gruppi che diventano una minaccia per la sicurezza globale.

“D’altra parte, un ambiente di salda libertà religiosa promuove l’armonia nella comunità e rafforza le voci moderate che apertamente si oppongono agli estremisti attraverso motivazioni religiose”, conclude l’introduzione.

Violazioni significative
Una sezione del rapporto tratta di quei Paesi in cui le violazioni della libertà religiosa sono state significative. Tra questi figura l’Afghanistan. Il rapporto richiama la Costituzione afghana secondo cui l’Islam è la “religione di Stato” e che “nessuna legge può essere contraria alle credenze e ai dettami della sacra religione dell’Islam”.

Il Dipartimento di Stato osserva che le minoranze non musulmane, tra cui i cristiani, gli indù e i sikh, continuano ad essere oggetto di episodi di discriminazione e di persecuzione. Un altro problema è quello della conversione. Molti cittadini, osserva il rapporto, considerano la conversione una violazione dei precetti dell’Islam e della Sharia.

Riguardo all’Egitto, il rapporto osserva che, mentre la Costituzione afferma la libertà di credenza e di culto religioso, in realtà il Governo impone delle restrizioni all’esercizio di questi diritti. Infatti, nel periodo considerato dal rapporto, il rispetto della libertà religiosa da parte delle autorità si è alquanto deteriorato, secondo il Dipartimento di Stato.

Ciò si è verificato principalmente per la mancata persecuzione degli autori delle violenze settarie. Questa pratica, aggiunge il rapporto, ha contribuito all’emergere di un clima di impunità che ha incoraggiato la reiterazione delle aggressioni.

I cristiani e gli aderenti alla fede bahai sono oggetto di discriminazioni individuali e collettive in molte aree del mondo, afferma il rapporto. Un esempio citato è quello di una sentenza giudiziaria che ha condannato un sacerdote copto a cinque anni di lavori forzati, per aver celebrato il matrimonio tra una persona copta e una convertita dall’Islam che avrebbe presentato documenti d’identità falsi.

Riguardo al Pakistan il rapporto non si è risparmiato ed ha affermato che: “legislazioni discriminatorie e l’inazione del Governo contro le forze sociali ostili a coloro che praticano una religione diversa, hanno prodotto intolleranza religiosa, azioni di violenza e intimidazioni contro le minoranze religiose”.

In generale, la discriminazione delle minoranze religiose risulta essere una realtà diffusa, così come la presa di mira delle congregazioni religiose da parte di gruppi e individui estremisti.

Sia l’Iran che l’Iraq sono messe in evidenza nel rapporto come Paesi problematici sul piano della libertà religiosa. Nel primo, nonostante le garanzie costituzionali, coloro che sono musulmani sciiti sono di fatto oggetto di discriminazione.

Lo stesso presidente Mahmoud Ahmadinejad è citato per via della sua “virulenta campagna antisemitica” e per aver messo in dubbio la portata e la stessa esistenza dell’Olocausto.

Inoltre, il Governo risulta aver attuato il divieto di proselitismo nei confronti di alcuni gruppi cristiani attraverso una stretta sorveglianza delle loro attività, chiudendo alcune chiese e arrestando i convertiti al Cristianesimo.

In Iraq l’esistenza di garanzie costituzionali risulta essere elusa da violenze dei terroristi e dalle bande di criminali che restringono fortemente il libero esercizio della religione e rappresentano una significativa minaccia contro le vulnerabili minoranze religiose del Paese, dichiara il rapporto.

“Sono pochi i responsabili delle violenze commesse contro i cristiani e altre minoranze religiose del Paese ad essere stati puniti”, osserva il Dipartimento di stato.

Violenze
Anche l’India, dove si sono verificati numerosi episodi di violenza contro i cristiani, è oggetto del rapporto sulla libertà religiosa. Il Dipartimento di Stato osserva che alcuni governi statali e locali hanno imposto restrizioni alla libertà religiosa.

Gli estremisti religiosi hanno fatto registrare numerose aggressioni in tutto il Paese nell’arco del periodo preso in esame dal rapporto. Il Dipartimento di Stato menziona l’ondata di violenze dell’agosto 2008 a Orissa, dove, secondo dati ufficiali, 40 persone hanno perso la vita e 134 sono rimaste ferite.

Secondo diverse fonti indipendenti, si stima che circa 3.200 rifugiati si trovano ancora nei campi di accoglienza, su un totale di 24.000 che vi hanno trovato rifugio in seguito a tali violenze, osserva il rapporto.

In Birmania il Governo ha continuato ad infiltrarsi e a monitorare le attività di praticamente tutte le organizzazioni, comprese quelle religiose. Inoltre, le autorità hanno sistematicamente ostacolato le attività dei religiosi buddisti per promuovere i diritti umani e la libertà politica.

Le restrizioni sui cristiani e su altre minoranze non buddiste sono state mantenute in tutto il Paese, aggiunge il rapporto.

Nel Vietnam, mentre per certi versi migliorano le condizioni di rispetto della libertà religiosa, permangono problemi significativi, avverte il rapporto. Infatti, nel corso dell’ultimo anno, il Governo ha concesso riconoscimento nazionale a cinque denominazioni protestanti e ad alcune altre religioni.

Ma i problemi relativi alle proprietà di praticamente tutti i gruppi religiosi rimangono irrisolti. In alcuni casi vi sono state diffuse proteste da parte dei cattolici, che sono state represse con la forza.

Il Dipartimento di Stato ha poi usato parole forti in relazione alla Cina. Il rapporto osserva che nel corso del periodo annuale considerato, i funzionari hanno continuato a sorvegliare, e in alcuni casi ad interferire, con le attività di gruppi religiosi o spirituali.

Inoltre, in alcune zone, gli agenti governativi hanno violato i diritti dei membri di gruppi protestanti e cattolici non registrati, di uiguri islamici, di buddisti tibetani, e dei Falun Gong.

Le autorità hanno anche esercitato forte opposizione contro la professione di lealtà verso leader religiosi esterni al Paese, in particolare il Papa e il Dalai Lama, osserva il rapporto. Le restrizioni cinesi alla libertà religiosa rimangono gravi nelle aree del Tibet e della regione autonoma uiguri dello Xinjiang, afferma il rapporto.

Reazioni
In un comunicato stampa emesso insieme alla pubblicazione del rapporto, la Commissione USA sulla libertà religiosa internazionale (U.S. Commission on International Religious Freedom - USCIRF) ha auspicato la pronta designazione dei “Paesi di particolare preoccupazione” (“countries of particular concern” - CPC) e l’implementazione di politiche mirate per tali Paesi.

Il comunicato spiega che un Paese che ha commesso gravi violazioni contro la libertà religiosa, in base alla legge sulla libertà religiosa internazionale del 1998, deve essere designato come “Paese di particolare preoccupazione” e il Governo USA è tenuto ad adottare misure che vanno dalla negoziazione di accordi bilaterali, all’imposizione di sanzioni.

La USCIRF ha indicato 13 Paesi da inserire nella lista dei CPC. Si tratta di Birmania, Eritrea, Iran, Iraq, Nigeria, Corea del Nord, Pakistan, Cina, Arabia Saudita, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan, e Vietnam.

Il comunicato stampa rivela inoltre che la USCIRF ha raccomandato l’adozione di misure più incisive da parte del Dipartimento di Stato, nei confronti di otto Paesi attualmente compresi nell’elenco dei CPC: Birmania, Eritrea, Iran, Corea del Nord, Cina, Arabia Saudita, Sudan, e Uzbekistan.

Benedetto XVI ha recentemente trattato il tema della libertà religiosa nel ricevere in udienza, il 29 ottobre scorso, il nuovo ambasciatore dell’Iran presso la Santa Sede. In particolare il Santo Padre ha affermato che: “Fra i diritti universali, la libertà religiosa e la libertà di coscienza occupano un posto fondamentale, poiché sono alla base delle altre libertà”.

È interessante notare che sia la Chiesa cattolica sia un’istituzione secolare come il Dipartimento di Stato concordano sul fatto che la libertà religiosa rappresenta un diritto essenziale e che essa è importante per la comunità internazionale. A maggior ragione occorre rinnovare gli sforzi per proteggere questo diritto fondamentale nei molti Paesi in cui è minacciato. 

© ZENIT

CommentiCommenti 3

Ritvan Shehi (non verificato) said:

-----...Sia l’Iran che l’Iraq sono messe in evidenza nel rapporto come Paesi problematici sul piano della libertà religiosa. Nel primo, nonostante le garanzie costituzionali, coloro che sono musulmani sciiti sono di fatto oggetto di discriminazione....John Flynn----
Ehmmm....non so se sia colpa di Flynn o del traduttore, ma messa così è come se si dicesse che in Vaticano sono "oggetto di discriminazione" i cattolici!