“Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”

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sciascia

“Vissi e mi contraddissi”. Questa la frase che Sciascia, minuzioso “architetto” della sua morte, pensava di far incidere sulla tomba che lo avrebbe ospitato. Un riassunto della sua esperienza umana, un ultimo suggello alla sua ostinazione di pensare controcorrente. Poi le cose andarono diversamente…

Le condizioni di salute dello scrittore peggiorarono in fretta, il male lo spinse giù per la china del decadimento fisico, della rabbia e dello sgomento, del disperato bisogno di trovare comunque un senso e un approdo. Alla fine Sciascia chiese funerali religiosi, com’era nell’uso del suo paese, per passare inosservato o magari, di più, per passare oltre. Il vescovo di Agrigento celebrò la messa funebre rendendo omaggio a un uomo che aveva cercato la verità, consacrando il calice d’argento che Sciascia aveva regalato qualche tempo prima alla comunità dei fedeli di Racalmuto. Sulla sua tomba, nel cimitero del paese, campeggia una scritta dal fascino oscuro e grandioso: “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”.

Lo stesso scrittore l’aveva voluta, ultima contraddizione, per testimoniare in punto di morte la sua adesione alla scommessa di Pascal, per rendere conto di una tentazione, di una debolezza, di una percezione indistinta, una speranza umanissima e tenera, o forse di una “conversione”. La questione, già sollevata all’epoca, è tornata d’attualità dopo vent’anni, rilanciata dalla pubblicazione sulle pagine di Avvenire del memoriale di don Alfonso Puma, parroco di Racalmuto e amico d’infanzia di Sciascia.

Il documento, scritto nel 2004 su invito di amici per lasciare memoria i alcuni episodi inediti della vita dello scrittore, restituisce l’immagine di un uomo attratto dal cristianesimo, affascinato dalla lettura dei Vangeli, avviato negli ultimi tempi a una riscoperta della religione e ansioso di fede al punto da recarsi in visita dal vescovo di Agrigento, monsignor Carmelo Ferraro. Quella delle conversioni “in articulo mortis” è una casistica ricca, complessa e affascinante. Sciascia vi rientra a suo modo, con qualche forzatura, singolo esempio di una lunga sequela, non l’ultimo né il più celebre, di certo tra i più sorprendenti. Ma sul senso di questa conversione bisogna intendersi, per evitare indebite “appropriazioni” da parte del mondo cattolico e al tempo stesso improvvidi sussulti dell’orgoglio laico.

In nessuna occasione Sciascia disse, e forse mai pensò, che Dio esiste. Di fronte a certi temi, sosteneva, l’atteggiamento più ragionevole è il dubbio. Certo è, però, che visse come se un dio esistesse: immerso in una dimensione religiosa, in spirito di umiltà, nel rispetto sacro della vita e della dignità umana, nella ricerca continua della verità attraverso la scrittura. Era lui stesso, del resto, a riconoscerlo: “Ritengo che rispettando il prossimo mio come me stesso (e magari di più), amando la verità, affrontando tutti i rischi che comporta il dirla, in definitiva io viva religiosamente”. Scrivere su di sé, per sé e a volte contro di sé: questo fece Sciascia per tutta la vita, pagandone fino in fondo le conseguenze. Criticato gratuitamente, emarginato, perseguitato sperimentò in prima persona l’esperienza che è alla base del cristianesimo. Poi la sofferenza di lottare contro il mondo si trasformò in pena di lottare per la sopravvivenza, contro un male subdolo e senza scampo, che azzannava gli stessi impulsi vitali dello scrittore: la gioia di vivere, il piacere “fisico e sensuale” della scrittura, la capacità di osservare, il rigore di pensare secondo ragione e coscienza.

“C’erano momenti lunghi, interminabili in cui il dolore cadeva (…) su ogni piacere ancora possibile, sull’amore, sulle pagine amate, sui lieti ricordi. Perché anche del passato s’impadroniva: come ci fosse sempre stato, come non ci fosse mai stato un tempo in cui non c’era, in cui si era sani, giovani, il corpo modulato dalla gioia, per la gioia”. La consueta prospettiva, all’improvviso, non bastava più: a Sciascia morente servivano occhi nuovi e nuove coordinate, nuovi parametri per interpretare il mondo. In quel momento, nella vertigine del mistero, sotto la pressione assurda del dolore, avvenne lo scarto. Fu l’inizio di un cammino profondo e intimo, su cui è lecito fare supposizioni ma non è prudente sbilanciarsi in giudizi. Una scritta su una lapide e una frase, “E’ l’alba”, pronunciata poco prima di morire, sono gli unici punti fermi di una vicenda sotterranea, tutta vissuta nell’intimità.

Ma il rapporto di Sciascia con la dimensione religiosa e la sua connotazione materiale, la Chiesa, è anche, per così dire genetico. “Tutto quello che nella vita accade (…) si può dire che è accaduto nei primi dieci anni. (…) Noi siamo quello che i luoghi, le persone, gli avvenimenti e gli oggetti hanno suscitato, disegnato e fissato in quei primi dieci anni dentro di noi”. Nello scenario dell’immaginazione di Sciascia, nel suo giardino segreto ereditato dall’infanzia, la Chiesa compariva: attraverso il ricordo appassionato e il culto intimo del nonno, zolfataro in miniera, che aveva imparato a leggere e scrivere da un prete. La Chiesa era parte integrante della “sicilitudine”, della cultura, di più, dell’aria di cui Sciascia era intriso e che provava a rappresentare nei suoi splendori e nelle sue miserie, nelle sue inestricabili contraddizioni.

Della Chiesa egli detestava le manifestazioni “politiche”: la doppiezza, il cerchiobottismo, la diplomazia cardinalizia, retaggi del potere temporale prontamente trasmessi al “partito dei cattolici”, la Democrazia Cristiana, e attraverso questo, trovando asilo naturale, all’intera vita pubblica italiana. E tuttavia, per la sua opera educativa e di riscatto sociale, la Chiesa aveva da sempre il rispetto dello scrittore. E lo avevano i preti-preti, maestri di semplicità e carità evangelica, fedeli esecutori del Discorso delle Montagna, impegnati ad alleviare le sofferenze fisiche e colmare i vuoti spirituali, saziare la fame di pane e la sete di giustizia.

Si tratta di un particolare nient’affatto sorprendente, anzi piuttosto ovvio nel quadro della “poetica” di Sciascia. L’umanità, quella profonda, eroica e tragica, cara allo scrittore, risiede nell’autenticità dei sentimenti e appartiene a quanti pensano e vivono quello che dicono. Uomini sono il capitano Bellodi e il boss Mariano Arena, facce della stessa medaglia, archetipi letterari della fede nella ragione e del suo esatto contrario, il culto degli istinti smodati e rabbiosi; uomini sono i preti che testimoniano Cristo, uomo è anche il vescovo di Agrigento che crede sinceramente alla missione della Chiesa. Si arriva al paradosso che in Sciascia la vera umanità coincide con la follia, la sincerità totale, l’ingenuità che il mondo deride e punisce, la coerenza ultima coi propri principi.

Di questa umanità Cristo è, a prescindere, un simbolo, che s’insinua tra le maglie di un ateismo “imperfetto” e dispiega appieno il suo fascino, la sua potenza consolatrice a contatto col mistero della morte. Sciascia lo incontra così, in circostanze estreme, ma all’incontro era in un certo senso predisposto: la sua “religione civile”, religione della ragione e ancor più della vita, aveva spianato la strada. Non è, non può essere, un incontro risolutivo: il dubbio è insito nella sua natura e Sciascia non lo abbandona fino all’ultimo; semmai apre il dubbio alla speranza, “razionale” speranza che l’uomo non finisca in un alito di vento, che l’essere più indifeso e straordinario dell’universo, secondo la definizione di Pascal, cada sconfitto dalle forze della realtà fisica.

La scelta finale di Sciascia è complessa come il suo autore. E’ una risposta alla lacerazione interiore, alla deflagrazione della razionalità nell’impatto devastante col dolore, alla constatazione fisica e intima della debolezza umana; ed è insieme un ritorno alle radici, una fuga nel seno materno, un atto di deferenza verso la tradizione e il suo contenuto di verità. E’ un atto finale ma non finito. Un’ultima contraddizione, un ultimo insegnamento.
 

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