Il voto in primavera

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Le elezioni nazionali in Gran Bretagna dovrebbero tenersi non oltre la fine di giugno e più probabilmente in maggio. Niente è certo in politica. Ma ogni indizio fino ad oggi ci dice che il Labour Party verrà sconfitto e che i conservatori torneranno al governo. La Gran Bretagna raggiungerà la Germania, la Francia e l’Italia nell’avere un governo di centro-destra.

In un certo senso questo è solo una naturale oscillazione del pendolo politico. I Conservatori hanno governato il paese per oltre diciassette anni, dal 1979 al 1997. Il Labour è dunque stato al governo sin da allora per tredici anni. Dunque non deve sorprendere se andiamo incontro a un cambiamento.

La ragione per cui possiamo prevedere questo cambiamento con una certa sicurezza risiede nella natura del sistema bipartitico inglese, molto diverso dai sistemi proporzionali di altri paesi europei. Esso ci porta quasi sempre a scelte molto nette, della stessa natura di quelle che inducono la scelta tra Democratici e Repubblicani negli Usa.

E’ possibile in teoria che si arrivi ad un testa a testa tra i laburisti e conservatori: in questo caso il piccolo partito Liberal Party sarebbe l’ago della bilancia potendo scegliere se sostenere l’uno o l’altro dei partiti maggiori per formare un governo. Questo risultato, piuttosto comune nei paesi europei, sarebbe unico per la Gran Bretagna contemporanea.

Tutte le indicazioni che ci vengono dal passato dicono che gli elettori preferiscono una scelta chiara per una parte o per l’altra. La forma stessa della Camera di Comuni, con i partiti maggiori schierati faccia a faccia, piuttosto che seduti a semicerchio come nei parlamenti europei, favorisce la chiarezza.

La media dei più recenti sondaggi assegna ai Conservatori circa dieci punti di vantaggio sui laburisti. Non ci dovrebbe essere dunque quella vittoria a valanga che portò Tony Blair al potere nel 1997, ma David Cameron dovrebbe avere una solida maggioranza per governare.

Ci sono però alcuni elementi che complicano il quadro. Il primo è lo scandalo delle spese dei parlamentari, con deputati di tutti gli schieramenti che presentavano rimborsi sproporzionati. Questo ha generato un clima di disaffezione verso i politici in generale e potrebbe tradursi in una scarsa affluenza alle urne (può comunque essere untile notare che il costo del Parlamento italiano è nonostante tutto più alto di quelli inglesi e francesi sommati assieme).

L’altro elemento nuovo è la crescita di partiti marginali come l’antieuropeista Indipendence Party o i nazionalisti Scozzesi e Gallesi. Anche questi partiti potrebbero avere un’influenza sproporzionata se le elezioni fossero vicine al pareggio. Inoltre l’attuale sistema elettoral racchiude un vantaggio per il Labour: è infatti possibile, sebbene improbabile, che anche con più voti i Conservatori potrebbero avere meno seggi dei Laburisti. Per essere sicuri di andare al governo i Conservatori dovrebbero prendere un 7 per cento in più rispetto alle ultime elezioni: un balzo di questo genere è accaduto una sola volta dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi.

Nonostante tutto questo rimane il fatto che tutti i segnali indicano che i Conservatori vinceranno e andranno al governo. E ci sono molte buone ragioni per questo. La prima è molto semplicemente l’impopolarità del Labour e del suo leader Gordon Brown. Questo è il fattore principale che sposta le preferenze verso i Conservatori: le elezioni saranno più contro Brown che per Cameron.

Non è del tutto giusto verso Brown che è stato un ottimo Chancellor of the Exchequer, come gli inglesi curiosamente chiamano il loro ministro delle Finanze. Si ritiene che Brown abbia gestito la crisi finanziaria globale con capacità, anche se questo punto di vita è più diffuso all’estero che in patria. La sua sfortuna è stata quella di ereditare il partito da Blair quando questo aveva già superato il suo picco di popolarità e aveva iniziato il suo declino. Diventare primo ministro nella parte calante di un partito al potere non è molto eccitante, come John Major ha scoperto molto bene tra il 1992 e il 1997. Ma Brown è anche causa di molti dei suoi mali. Si è presentato in modo molto poco simpatico, sorretto da una banda di supporter fanatici e con un attaccamento quasi tribale alle radici del Labour vecchio stile. E’ sembrato che avesse dimenticato di essere stato il co-autore assieme a Blair del New Labour. Al contrario ha fatto il possibile per allontanarsi dal quel centrismo che aveva messo il partito di vincere tre elezioni consecutive e per riconnettersi ai principi e alle politiche del socialismo.

Ma la cosa peggiore è stata la reputazione di un premier cronicamente indeciso. Tutto comincia con la sua iniziale intenzione di andare a elezioni anticipate nel 2007, subito dopo avere sostituito Blair, per dare maggiore legittimazione alla sua nomina, per poi fare retromarcia quando ha avuto paura di perdere. Nell’intraducibile espressione inglese si è “bottled out” e da allora è stato marcato dalla reputazione di essere un Primo Ministro non eletto. Questo ha prodotto un crescente insoddisfazione nelle file stesse del Labour, con una serie di dimissioni dal suo governo e qualche tentativo di farlo fuori come leader. Non che si possa troppo lamentare di questo, visto che lui stesso ha speso anni nel tentativo di far fuori Tony Blair.

La sua unica salvezza sino ad oggi è stata la straordinaria capacità di Peter Mandelson che Brown ha richiamato dalla Commissione Europea a Bruxelles per ridare un po’ di disciplina e coerenza al governo. Nonostante questo il Labour va alle elezioni diviso e con il suo leader visto come un perdente. In effetti si ha l’impressione che il governo stesso si aspetti di perdere e sia solo preoccupato di contenere l’ampiezza del danno.

D’altra parte i Conservatori, dopo dieci anni di traversata nel deserto, hanno raccolto sempre maggiore consenso sin dalla scelta di Cameron come leader. Egli ha portato un volto nuovo e più telegenico al partito Conservatore, in contrasto con il torvo e imbronciato Brown. Anche se non ha mai avuto alcun incarico ministeriale, Cameron trasuda confidenza e competenza, ma soprattutto un buon carattere. Non è ideologico al modo in cui lo era Margareth Thatcher, piuttosto è un tradizionale conservatore pragmatico. Il suo maggiore successo è stato quello di decontaminare il marchio conservatore dalla reputazione di essere il partito “cattivo”e restituirgli un volto umano.

Se dunque il marketing elettorale sembra orientarsi verso i Conservatori, quali sono i temi caldi dello scontro politico? In reatà ce n’è uno solo: lo stato dell’economia e cosa fare in proposito. In particolare si tratta di capire l’ampiezza e il timing dei tagli alla spesa pubblica che tutti sanno essere necessari.

Gordon Brown sembra versare in uno stato di negazione. Avendo riversato denaro nei servizi pubblici anche dopo l’arrivo della crisi economica, ora non riesce a dire agli elettori che bisogna tagliare la spesa. Preferisce allora porsi come il campione del pubblico e della parte più povera della società, contro quei senza cuore dei Conservatori decisi a tagliare benefici e servizi mentre pensano a premiare i loro ricchi sostenitori riducendo l’impatto della tassa di successione. Questo ci riporta diritti al 1970, alla politica dell’invidia. E’ un’impostazione che fa inorridire i modernizzatori del suo stesso partito i quali sono convinti che Blair aveva portato il Labour fuori dai vecchi schemi del socialismo per catturare i consensi della classe media e non vogliono reimpostare il partito sulla linea della lotta di classe.

Anche i Conservatori hanno i loro problemi su come maneggiare l’economia. Sono stati più onesti dei laburisti nel riconoscere la dura necessita dei tagli alla spesa, ma sono nervosi al riguardo e hanno sentito la necessità di blindare alcune aree sensibili come la sanità e gli aiuti allo sviluppo, per proteggerle dai tagli. Ma ancor più in generale c’è una mancaza di chiarezza sulle loro politiche complessive in materia economica che lascia gli elettori incerti sul significato e sugli effetti di un voto dato ai Conservatori. In questo senso è probabile che il voto degli inglesi alla fine sarà più contro i laburisti che a favore di conservatori.

C’è poi una novità in queste elezioni ed è una serie di dibattiti televisivi tra i leader dei partiti che è consuetudine negli Usa ma del tutto nuova in Gran Bretagna. Cameron si presenta meglio ed è stato in grado di tormentare Gordon Brown in occasione dei question time alla Camera dei Comuni e questo gli darà un vantaggio psicologico. Dal canto suo Brown è un maestro del dettaglio e della statistica e della loro continua ripetizione, il che potrebbe mettere Cameron nella condizione di apparire un peso leggero nelle politiche di governo.

Ho già fatto la mia previsione su risultato: una modesta ma sufficiente maggioranza per i Conservatori. Questo non porterà cambiamenti radicali nelle politiche del paese nel breve termine. Chiunque vinca sarà impegnato in un corpo a corpo contro la crisi economica per almeno due anni per ridurre lo spaventoso deficit pubblico con tagli alla spesa e forse anche aumenti delle tasse. Tutto questo consumerà tutte le energie politiche del nuovo governo lasciando poco slancio per riforme radicali in altre aree.

Un governo Conservatore sarà comunque più scettico verso l’Unione Europea e si è già impegnato a impedire la concessione di qualsiasi nuova competenza all’Unione in virtù del trattato di Lisbona senza un referendum popolare e semmai a recuperare parte dei poteri già devoluti all’Europa. Questo rafforzerà la reputazione inglese di essere un partner scomodo in Europa e sarà fonte di gradi difficoltà.

Usciti dalla crisi i Conservatori hanno gradi progetti: ridurre il peso e il ruolo dello Stato, modificare l’equilibrio nella società tra l’azione individuale e quella collettiva e rilanciare il ruolo della Gran Bretagna del mondo. Ma tutto questo non è per oggi.

* Carla Powell is a Spectator Magazine correspondent to Italy and the Vatican.

 

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