Giustizia e politica

Versione stampabile
giustizialismo

La Francia non può certo essere considerata una dittatura sudamericana. E urteremmo sicuramente la suscettibilità dei nostri cugini d’oltralpe se dicessimo che nel loro Paese tutti i cittadini non sono uguali davanti alla legge. Suonerebbe come un’offesa rivolta proprio a coloro che si vantano di aver esportato nel mondo il trinomio Liberté, Égalité, Fraternité, di cui pretendono il copyright perché coniato dai club parigini durante la Rivoluzione.

Il termine “uguaglianza” fa parte del motto ufficiale della Repubblica francese dal giugno 1793 al 1814, poi dal 1848 al 1851, e nuovamente dal 1875 fino ad oggi (con una parentesi dal 1940 al 1944, durante l’occupazione nazista). Eppure, proprio nel Paese della Égalité, il secondo comma dell’art.67 della Costituzione prevede che il Presidente della Repubblica non possa, per tutta la durata del suo mandato e davanti ad alcuna giurisdizione o autorità amministrativa, essere chiamato a testimoniare, né essere oggetto di un atto d’informazione, d’istruzione o di procedimento. Anche se, poi, la norma costituzionale prevede che la prescrizione di eventuali procedimenti resta comunque sospesa fino ad un mese dopo la fine del suo mandato.

Chi conosce ed ama la lingua di Proust può leggerlo in originale: «(Le Président de la République) ne peut, durant son mandat et devant aucune juridiction ou autorité administrative française, être requis de témoigner non plus que faire l’objet d’une action, d’un acte d’information, d’instruction ou de poursuite. Tout délai de prescription ou de forclusion est suspendu. Les instances et procédures auxquelles il est ainsi fait obstacle peuvent être reprises ou engagées contre lui à l'expiration d’un délai d’un mois suivant la cessation des fonctions». Che si tratti di immunità (provvisoria) e non di impunità lo dimostra il fatto che un mese dopo la fine del suo mandato (2007), l’ex presidente Jacques Chirac si è visto riaprire un procedimento penale a suo carico – sospeso proprio dall’art.67 della Costituzione – per una vecchia storia di impieghi fittizi al Comune di Parigi all’epoca (anni ‘80) in cui era sindaco e faceva dell’Hôtel de Ville il trampolino per la conquista dell’Eliseo.

Il 30 novembre 2009 il giudice d’istruzione Xavière Simeoni ha deciso di rinviare a giudizio l’ex presidente davanti alla Corte Correzionale di Parigi con l’accusa di falso in atto pubblico e distrazione di fondi pubblici. Nessuno si è scandalizzato prima della sospensione del processo e nessuno si è scandalizzato dopo, al momento della riapertura del processo. Né qualcuno si è mai sognato di dire che Chirac fosse un cittadino francese più uguale degli altri cittadini francesi.

Stesso discorso vale per i parlamentari transalpini. Il secondo comma dell’art. 26 della Costituzione francese, infatti, stabilisce: «La detenzione, le misure di privazione o restrizione della libertà o l’azione giudiziaria contro un membro del Parlamento sono sospese per la durata della sessione se l’assemblea di cui fa parte lo richiede». L’immunità parlamentare, peraltro, non è una caratteristica squisitamente francese ma appartiene alla cultura democratica di quasi tutti i Paesi d’Europa e caratterizza, soprattutto, l’istituzione che rappresenta l’Europa stessa: il Parlamento europeo. Tale istituto, infatti, è espressamente previsto a favore degli europarlamentari dall'articolo 10 del Protocollo sui privilegi e sulle immunità delle Comunità europee dell’8 aprile 1965.

Di fronte ad un simile scenario, si fatica a comprendere le accuse lanciate da pseudo-giuristi in Italia contro il cosiddetto Lodo Alfano. A prescindere dalle modalità di attuazione (legge ordinaria o costituzionale), come si fa a definire il principio contenuto in quella proposta normativa come una «palese violazione dell’uguaglianza dei cittadini», uno «scudo dei potenti», un «salvacondotto della casta», la «consacrazione della supremazia dei maiali di Orwell» la «sfrontata e assurda pretesa di impunità», un «vero e proprio vilipendio della democrazia»? Come se in Francia o nel resto d’Europa non fossero democratici. Dove sta l’impazzimento? Semplice, in un’anomalia tutta italiana.

Nel nostro Paese le forze politiche di sinistra, faticando a diventare maggioranza di governo attraverso libere elezioni, cadono nella tentazione di ricorrere alla cosiddetta “scorciatoia giudiziaria”, questa, sì, una vera distorsione del sistema democratico. Del resto, l’assunzione del potere per via giudiziaria appartiene al patrimonio genetico dell’ideologia comunista. Ricordo una famosa intervista al Corriere della Sera del 28 luglio 1993, in piena furia giacobina di Mani Pulite, rilasciata da Giuliano Gramsci, cittadino russo e figlio del celebre filosofo fondatore dell’Unità, in cui veniva commentata la rivoluzione giudiziaria italiana di quegli anni. Gramsci disse – facendo imbufalire l’intellighenzia di sinistra – che il clima che il nostro Paese stava vivendo gli ricordava il 1937 sovietico. E lanciò un monito destinato, purtroppo, a rimanere inascoltato: «Non imitate Stalin e ricordatevi di Beccaria».

Se in Italia potessimo avere qualcosa che si avvicina all’art.67 della Costituzione francese sulla sospensione dei procedimenti penali nei confronti delle alte cariche (a cominciare dal Presidente della Repubblica) o qualcosa di simile all’art.10 del Protocollo di Bruxelles sull’immunità parlamentare, forse anche il nostro Paese si avvicinerebbe di più all’Europa. Ci riflettano i furiosi sanculotti e le sferruzzanti tricoteuses che affollavano la piazza viola del No-B day. I francesi lo hanno capito prima di noi: non è con i Tribunal révolutionnaire, con i Comitati di Salute Pubblica o con la ghigliottina di Robespierre che si governa un Paese moderno.

CommentiCommenti 3

Wolf (non verificato) said:

Mi dovete spiegare perché assumete come ideologo di riferimento uno scribacchino privo di cultura e misura. travaglio è solo l'ennesimo stercorario che si ciba dello sterco dell'antiberlusconismo, camuffandolo di sentimenti giustizialisti.