Il futuro riserva delle sorprese

Versione stampabile
afghanistan

Sarà pure vero che dal 2005 ad oggi è raddoppiato il numero degli afghani che possiede un telefono cellulare, come dice un sondaggio condotto tra l’11 e il 23 dicembre su un campione di 1.543 persone  dall’Afghan Center for Socio-Economic and Opinion Research (ACSOR), per conto di ABC News/BBC/ARD Poll. E’ solo un dettaglio di una lunga serie di dati che offrono un quadro piuttosto roseo dell'Afghanistan a otto anni dalla caduta dell’Emirato Talebano. Cresce il numero degli afghani convinti che il Paese stia andando nella “direzione giusta” (70 per cento, il risultato migliore dal 2005), che le aspettative di vita stiano migliorando (71 per cento, il miglior risultato in assoluto dall'inizio della guerra) insieme a quelle delle nuove generazioni (61 per cento). Così come aumentano la fiducia nel presidente Karzai, nel ruolo svolto dall’esercito nazionale, nella presenza delle truppe americane sul terreno. Il 90 per cento della popolazione dice di preferire l’attuale governo al regime dei Talebani.

Rispetto allo scorso anno s’inverte anche il trend per cui le truppe americane e della Nato erano considerate la principale causa delle violenze: oggi il 42 per cento degli afgani ritiene che la colpa di quanto sta accadendo è dei Talebani (rispetto al 27 per cento di un anno fa). Gli afghani appoggiano il piano di Obama messo in campo dal generale McChristal, per creare un esercito regolare che garantisca più sicurezza, per rafforzare il governo centrale, impedire ai Talebani di riprendere il controllo del Paese e che Al Qaeda possa ristabilirsi in Afghanistan. C’è grande fiducia nella ricostruzione delle strade e delle infrastrutture (56 per cento, +21 punti rispetto al 2008), nella ripresa dell’edilizia e del sistema ospedaliero (50 per cento, +13 punti dal 2008), nello sviluppo della agricoltura (45 per cento), nella possibilità di trovare cibo ed elettricità (45 per cento) – come pure verso la condizione della donna: l’88 per cento del campione crede che le donne debbano avere il diritto di votare e di partecipare alla vita pubblica, e che le ragazze siano istruite come i loro coetanei maschi.

Buttare questi dati nel pubblico dibattito senza sottoporli a una verifica critica, però, magari per compiacere il politico di turno, vuol dire seguire una strada scivolosa. Gli autori del sondaggio concludono prudentemente il documento ricordando che 4 intervistati su 10 sono analfabeti e che il 56 per cento del campione non ha avuto una formazione scolastica completa. La metà della forza-lavoro afghana è composta di contadini, operai agricoli e altre occupazioni poco qualificate. Il 44 per cento della popolazione possiede almeno un animale ma solo il 13 per cento un frigorifero. Che il 70 per cento e oltre degli afghani ritenga che le proprie condizioni di vita siano migliorate negli ultimi anni è davvero poco plausibile visto che siamo in uno dei posti più poveri del mondo, dove almeno il 40 per cento della popolazione sopravvive con 2 dollari al giorno; così com’è improbabile che il 66 per cento degli intervistati dicano di avere cibo a sufficienza in un Paese dove circa la metà della popolazione è incapace di assicurarsi quel minimo di calorie al giorno necessarie a sfamarsi. Il 60 per cento degli afghani ha meno di 25 anni e i giovani potrebbero avere più chance nel futuro, se non fosse che molti di questi bambini e ragazzi non andranno oltre i 25 anni. Basterebbero esempi eloquenti come questo per far scattare un sano scetticismo verso i risultati diffusi da ACSOR, tanto più se li paragoniamo a un altro sondaggio realizzato dalla Asia Foundation nel 2009, per cui solo il 42 per cento degli afghani pensa di procedere nella “direzione giusta”.

La differenza sta nel fatto che il sondaggio di Asia Foundation risale a prima delle elezioni presidenziali, quello di ACSOR è stato condotto dopo la rielezione di Karzai. La contraddizione è che se gli afghani sembrano percepire l’ultima tornata elettorale e il secondo mandato di Karzai come degli elementi positivi nella stabilizzazione del Paese, la stragrande maggioranza ritiene nello stesso tempo che la corruzione del governo e dei suoi apparati al momento  sia il problema più grave (95 per cento). Ed è il mistero di una cleptocrazia che si è imposta grazie alle frodi elettorali ma che ottiene ampio consenso e grande adesione nella “opinione pubblica” delle zone più evolute del Paese. In verità gran parte di questo ottimismo è fondato sulle legittime speranze di un popolo che ormai conosce solo decenni di guerre, e se queste aspettative dovessero rivelarsi illusorie le percentuali appena registrate crollerebbero all’istante. In fondo Karzai ha vinto con delle massicce frodi elettorali; nel suo governo ci sono noti narcotrafficanti, come ha dimostrato lo scandalo in cui è stato coinvolto il fratello; e i Talebani potrebbero tornare al potere in alcune zone o al governo del Paese, una volta che gli americani e le forze della coalizione si saranno ritirate, come ha scritto minacciosamente l'autorevole Foreign Policy.

Il rilevamento di ACSOR mette bene in evidenza anche le differenze geografiche: la situazione nel sud-est del Paese è ben diversa da altre regioni perché qui si combatte con più intensità, e di conseguenza cala il sostegno verso le truppe Usa e della Coalizione (accusate di provocare il maggior numero di vittime fra i civili, com’è avvenuto l’altro ieri nella provincia di Helmand), mentre raddoppiano le simpatie per gli studenti coranici (27 per cento). Se il 65 per cento degli intervistati sarebbe favorevole a dei negoziati con i Talebani, il dato sale a tre quarti della popolazione nel Sud del Paese e al 91 per cento nelle province orientali, dov’è più forte il radicamento degli islamisti. L'aspetto forse più interessante dell’indagine sta proprio qui, nel tipo di governo che gli afghani hanno in mente nel prossimo futuro. Ebbene, dopo 8 anni guerra, tanti sforzi e altrettanti morti, non è detto che alla fine scelgano un sistema di governo occidentale. Gli autori del sondaggio sottolineano che anche in Iraq la democrazia si è radicata progressivamente attraverso una serie di elezioni democratiche, ma ci sembra un paragone fuorviante perché non si può paragonare la società irachena a quella, contadina e tribale, dell’Afghanistan. Il 43 per cento degli afghani dice che preferirebbe vivere in una qualche forma di stato islamico piuttosto che in democrazia, un risultato che sale al 56 per cento se ci spostiamo verso Est e nelle zone di frontiera con il Pakistan.

Aggiungi un commento