In Spagna il governo non chiuderà le centrali

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Sarà che a Natale sono tutti più buoni, o forse perché alla vigilia delle vacanze l’attenzione dei media inizia a scemare, fatto sta che il presidente Jose Luis Rodriguez Zapatero ha scelto proprio il 23 dicembre per ribaltare la sua politica antinucleare. Il consiglio dei ministri spagnolo ha infatti approvato quasi in sordina un disegno di legge che permette di prorogare la vita delle centrali nucleari oltre i 40 anni, “in base a considerazioni di interesse generale e alle direttrici ed obiettivi della politica energetica del governo”. La misura determina un palese dietrofront rispetto alla politica del “nucleare, no grazie” portata avanti dal presidente socialista e ratificata solennemente nel suo programma di governo (punto n. 66). Se è pur vero che la nuova legge sul nucleare non contempla la creazione di siti di nuova generazione ma bensì il rinnovamento di quelli già presenti, la proposta approvata determina una posizione che va da tutt’altra parte rispetto alla tanto strombazzata chiusura delle centrali.

Fino a questo momento, e nonostante le forti richieste avanzate dalla lobby nuclearista, la politica di Zapatero era nettamente indirizzata verso l’investimento esclusivo nelle risorse rinnovabili (come dimostra la recente legge sull’Economia sostenibile, l’unica – e duramente criticata – misura approvata dal governo per affrontare la crisi economica). Il progetto approvato il mese scorso dal governo, invece, comporta un investimento di nientemeno che 700 milioni di euro in 5 anni per la costruzione, tra l’altro, di un “magazzino temporale centralizzato” dove concentrare le scorie ad alta radioattività.

“Oggi costa di più produrre un kilowatt con l’energia rinnovabile che con il petrolio”, aveva riconosciuto Zapatero dopo le durissime critiche ricevute a luglio in seguito all’annuncio della chiusura nel 2013 della centrale nucleare di Santa María de Garoña (Burgos), il primo degli 8 reattori attivi in Spagna che compierà i 40 anni. Dopo decenni di generale accettazione del nucleare da parte del mondo politico (in questo Paese le centrali esistono dai primi anni ’70), con la decisione di chiudere l'impianto di Burgos il premier ha riaperto una questione che per molti era già data per chiusa: Zapatero ha dovuto affrontare l’opposizione dei popolari ma anche quella all’interno dello stesso partito socialista. Di fronte alla sua intrasigenza sul “no-nuke”, persino l’ex Presidente del Gobierno e personaggio chiave della Transizione spagnola, Felipe González, ha richiamato più di una volta Zapatero invitandolo a riconsiderare la sua posizione sul nucleare. Per di più, i leader sindacali sono stati i primi ad esercitare forti pressioni verso il ripensamento del governo per tutelare quel che resta dell’occupazione nel settore energetico.

Zapatero ha quindi dovuto fare i conti con la realtà dei fatti. L’80 per cento dell’energia che consuma la Spagna è importata, rendendola un Paese fortemente dipendente dall’estero (la media europea è del 53,8 per cento). Nonostante sia al secondo posto in Europa per l'uso delle energie rinnovabili (con i suoi 31,3 TW/h di produzione lorda eolica e con i 2.942 GW/h di produzione fotovoltaica), questo tipo di produzione energetica continua ad essere troppo cara rispetto a quella nucleare (le 8 centrali, per una potenza installata di 7.450 MW(e), assicurano alla Spagna una produzione di ben 56,5 TW/h; molta di più, dunque, di quella garantita dalle rinnovabili). L’economia spagnola – ed in particolare l’industria – è stata talmente colpita dalla crisi economica che non può permettersi di accettare prezzi più alti per l’elettricità; ciò comporterebbe una perdita di competitività e, quindi, l’ennesimo colpo per l’occupazione in Spagna (che, intanto, ha già raggiunto il 19 per cento, il dato più alto nell’Ue).

Nel 2009, a causa della crisi finanziaria e della minore attività economica, il consumo di energia elettrica in Spagna è caduto del 4,3 per cento, mentre la produzione totale si è ridotta del 5,1 per cento e il saldo dell’esportazione è crollato del 24 per cento rispetto all’anno precedente. Per aumentare la produzione energetica solo ed esclusivamente con le energie rinnovabili nel medio e lungo termine, il governo Zapatero avrebbe avuto solo due possibilità: stanziare una cifra attualmente improponibile per le sovvenzioni alle società di produzione elettrica o mettere le mani nelle tasche dei cittadini e delle imprese. E’ comprensibile quindi che, di fronte alla durissima crisi economica, l'esecutivo non abbia avuto altra opzione se non preservare e sostenere l’industria nucleare esistente.

Il premier però non ha resistito alla tentazione di aumentare il prezzo dell’energia, un incremento che, chiaramente, toccherà pagare ai consumatori. Se il prezzo del TUR (Tariffa elettrica unica fissata dal governo e che riguarda 22,7 milioni di clienti) è aumentato del 2,64 per cento lo scorso 1° gennaio, c’è chi si domanda di quanto aumenterà il costo per coloro che invece hanno scelto il mercato liberalizzato. “Le bollette che pagano i consumatori per l’energia dovranno necessariamente aumentare affinché le imprese del settore possano investire per ridurre le emissioni di CO2”, ha affermato il presidente di Iberdrola, tra le maggiori società energetiche del mondo. Il governo spagnolo, infatti, durante il suo semestre di presidenza europea, sta valutando di proporre la creazione di un’imposta europea sulle emissioni di diossido di carbonio che penalizzi le imprese più contaminanti e una tassa che vada ad incidere sulle transazioni del mercato sul diritto di emissione (sul modello della Tobin Tax). Ma non è tutto perché, durante il suo mandato, Madrid pretende di imporre a tutti i Paesi membri che il 10 per cento delle entrate fiscali venga destinato all’efficienza energetica e delle risorse. Resta solo da sperare che Zapatero ripensi ancora una volta le sue posizioni sulla politica energetica.  

 

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