Versione stampabile

In molti sostengono che proprio noi stiamo pagando lo scotto di quella stagione e ritengo debba essere proprio questo il punto di partenza della mia trattazione. A fronte del grande dibattito che si è aperto in questi ultimi mesi sull’egemonia culturale “sessantottina”, credo sia necessario destrutturare alcuni concetti considerati immutabili e incontestabili, alcuni presunti valori filtrati attraverso i quarant’anni trascorsi da allora. Per poter poi riconoscere senza pregiudizi al “movimento” eventuali tratti positivi nella politica, nella cultura o nella società in genere. Occorre saper discernere ed operare una prima distinzione fondamentale: come il ‘68 nasce e cosa il ’68 è diventato successivamente, ovvero tra quello che è stato e ciò che sarebbe potuto essere. Andando a ripercorrere tanti esempi, numerosi aneddoti che ci sono stati raccontati e tramandati, riaffiora un elemento trascurato dalle cronache politiche di questi anni: la matrice generazionale del ’68. Il ‘68 nasce come rivolta generazionale, ovvero ai suoi albori si presenta come un movimento nel quale si riconosce una intera classe giovanile, in ragione di alcune richieste mosse alla società, indipendentemente del credo di provenienza e indipendentemente dall’appartenenza politica. Proviamo a discutere del contesto storico.

Ci troviamo in un momento delicato: sono passati vent’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. In Italia e non solo, aleggia una certa cupezza determinata e consistente, vi è una certa difficoltà di vita dopo il boom economico di pochi anni prima, ma è davvero forte la voglia di una generazione di riappropriarsi del proprio futuro, rivolgendo domande alla società contemporanea, con la pretesa di ricevere delle risposte. Roba concreta non ancora viziata dalle ideologie. Per rendersi conto della veridicità di questa ricostruzione appena illustrata è sufficiente soffermarsi sulla storia dell’ambiente dal quale provengo, la destra giovanile in Italia. Chiunque abbia una buona conoscenza delle cronache del ‘68, ricorderà la famosa vicenda del servizio d’ordine del Movimento Sociale Italiano che entra nell’Università  La Sapienza di Roma per sgomberare violentemente i ragazzi che avevano occupato la facoltà di lettere. Ciò che spesso non si sa, o meglio quello che spesso non si racconta, è che mentre il servizio d’ordine del Movimento Sociale Italiano, capitanato da Giorgio Almirante e altri parlamentari del partito, entrava per togliere l’occupazione all’interno della facoltà, c’era una parte del movimento giovanile dell’allora Msi, in particolare il FUAN-Caravella, che stava occupando la facoltà di legge in sinergia con il resto del “movimento”.

E’ lì dunque che si consuma una delle più  grandi contraddizioni che da sempre hanno albergato nella storia della destra, in particolare nel rapporto tra la destra giovanile e il partito. Ci troviamo di fronte ad una destra “legge e ordine” e ad una destra “rivoluzionaria”. Rivoluzionaria nella creatività usata per definirsi, nella scelta dei propri riferimenti culturali e nell’abbandono di una certa retorica. Gli influssi di questa impostazione attraverseranno i decenni come dimostra un famoso manifesto di Fare Fronte sul finire degli anni ‘80: “tutti gli uomini di valore sono fratelli”, con immagini di Che Guevara e Pasolini accanto ad Ezra Pound ed Ernst Junger. Insomma, tante letture sono state fatte ma è quella la prima grande dimostrazione di un conflitto destinato ad aprirsi pochi anni dopo e che in quel momento ebbe una prima drammatica rappresentazione.

Si potrebbe poi ricordare, per rafforzare la tesi del ‘68 che nasce come rivolta generazionale, anche la partecipazione del movimento studentesco cattolico. Eppure, questa ribellione giovanile orizzontale e trasversale si trasformerà ben presto in una furente battaglia ideologica. E spesso fisica, purtroppo. A determinarla concorsero una serie di interessi convergenti, tra cui quelli del Partito Comunista e del Movimento Sociale Italiano, ovvero di quei partiti che storicamente vantavano un ascendente importante sui giovani, tale da garantire loro una massiccia adesione in ragione di una rigida appartenenza ideologica. Sono loro, per primi, ad aver visto con preoccupazione quel movimento nascente, un modo nuovo di partecipare e di esserci.

A questi partiti se ne aggiunsero ben presto anche altri, consapevoli del vantaggio di una feroce contrapposizione generazionale. In questa saldatura, probabilmente, ritroviamo la prima degenerazione del ’68. Fu un grave errore l’occupazione ideologica di quel movimento, in grado di cancellare la sua origine naturale e di  pregiudicare irrimediabilmente la sua storia futura. Resta un grande rammarico, perché alla luce di tutto questo abbiamo la certezza che il ’68 sarebbe potuto essere qualcosa di diverso da ciò che è stato. Per capirlo, basta mettere a confronto le foto di quegli anni. Ricordo un film documentario molto bello di Adalberto Baldoni, proprio sul ’68, con un’intervista a Francesco Guccini. L’autore della famosa canzone “eskimo” raccontava: “Io all’inizio andavo a manifestare in giacca e cravatta”. Ed è vero, basta guardare le prime foto del ’68: fanno quasi tenerezza tutti quei ragazzi ben vestiti, eleganti, che rivendicano il loro sacrosanto diritto allo studio. Ma guardando le ultime foto, l’epilogo di quella stagione, si vedono solo giovani dallo sguardo disperato, con l’eskimo addosso, un po’ abbruttiti, un po’ più arrabbiati, che manifestano per il diritto a non studiare. Quella che era una rivolta per il diritto allo studio, divenne una rivolta per il diritto al ‘6 politico’. Come in questo caso sono tante tra le migliori intuizioni del ‘68, quelle che hanno completamente deragliato dai propri legittimi intenti. Sono poche invece le riforme nate allora che hanno consentito un rinnovamento sociale e civile delle nostre istituzioni.

Un'altra contraddizione del ’68. Esso non nasce in Italia, ma negli Stati Uniti e muove i primi passi grazie alla rivolta pacifista contro la guerra nel Vietnam. Nasce quindi come movimento che recepisce le istanze del pacifismo, eppure finisce per diventare un movimento che giustifica l’ingresso dei carri armati sovietici durante la primavera di Praga. Ed è lì che si consumò una delle tragedie più grandi di quel movimento, del Partito Comunista, oltre che di un numero importante di piccoli grandi eroi cecoslovacchi.

Restano aperte due questioni: che cosa noi non possiamo perdonare a quegli anni e ad una classe dirigente formatasi in quella esperienza? Che cosa ha trasformato la generazione che voleva la fantasia al potere nella generazione che ha messo il conformismo al potere?

Ho provato a rispondere, ma voglio approfondire l’analisi. Sono i retaggi culturali provenienti dal ’68 che non possiamo accettare. L’annullamento del merito, innanzitutto. Qualche tempo fa sono stata ad un dibattito dei giovani di Confindustria. Il titolo della mia sessione era: “L’Uomo al Centro dell’Impresa - Dall’uguaglianza al Merito”. Ricordo che questa cosa mi ha fatto molto riflettere, perché la contrapposizione tra i due termini in teoria non dovrebbe esistere, ovvero il termine ‘uguaglianza’ non è un vocabolo  che si possa contrapporre al ‘merito’. Si tratta di un concetto presente fin dagli albori della nostra civiltà; esisteva nella civiltà greca, esisteva a Sparta. Beh, per chi non avesse letto qualche libro sulla battaglia delle Termopili: i guerrieri di Sparta si chiamavano ‘Uguali’. D’altra parte l’uguaglianza è un elemento centrale nella persona per la dottrina cristiana, ovvero per noi lo è da sempre. Eppure, ad un certo punto in poi questo termine è diventato qualcosa di diverso. Si è tramutato in “egualitarismo”. l’uguaglianza non è più condizione di base per l’accesso al merito e pari opportunità, indispensabile affinché ognuno possa misurarsi sul terreno della meritocrazia, ma diventa contrapposizione al merito, livellamento verso il basso.

Questo è ciò che in assoluto ha causato i maggiori disastri alla nostra società negli ultimi quarant’anni. Questo è l’elemento centrale che di fatto impedisce ancora oggi che in Italia si verifichi quella “rivoluzione del merito” di cui si è fatto carico Nicolas Sarkozy in Francia. “Quando il docente entra in classe, tutti quanti hanno il dovere di alzarsi in piedi”, sostiene il neoeletto presidente francese. Ho riflettuto su questo enunciato, perché credo nello Stato, nel concetto di autorità e sono cresciuta con un’idea positiva della gerarchia. Ma la gerarchia presuppone il rispetto. Proprio in ragione della stima che ho delle istituzioni, a malincuore, devo ammettere che nella scuola italiana non abbiamo solo il problema dei bulli e delle pupe, ma abbiamo anche il dilemma di una classe insegnante che non è capace di guadagnarsi il rispetto dei propri alunni. Penso che in molti, me compresa, se potessero tornare indietro agli anni del liceo non si alzerebbero volentieri di fronte ad alcuni docenti per i quali non potevano avere nessuna stima.

Un altro aspetto da approfondire. Prima del ‘68 i ragazzi erano semplicemente una categoria anagrafica, ma dopo il ‘68 diventano una categoria sociologica ed il dato anagrafico è assolutamente superfluo. Oggi in Italia si è giovani fino a 45 anni. Se oggi aprite i giornali e leggete la cronaca, titoli come: “investita ragazza di 39 anni” rientrano nella normalità. Quando sono stata eletta parlamentare, quindi ben prima di essere nominata vicepresidente alla Camera dei Deputati, Il Magazine del Corriere della Sera mi ha dedicato la sua copertina perché c’era la sensazionale notizia di una 29enne in Parlamento.

Non credo che a 29 anni si sia più così ragazzini: a trent’anni Alessandro Magno aveva già conquistato la Persia, Arthur Rimbaud aveva scritto tutte le sue poesie da un decennio. Insomma, solamente oggi a 29 anni si è tanto giovani da essere quasi considerati incapaci di intendere e di volere. Si tratta, certamente, di un retaggio culturale odioso del ‘68, ma va anche detto che c’è una grave corresponsabilità da parte della mia generazione perché se si cresce con il mito del “tutto e subito”, non si è più disposti a battersi per nulla.

Non è solo una questione di “settore sociale”, ma è una vera e propria emergenza nazionale. Uno dei problemi più discussi ed apparentemente irrisolvibili di questi tempi è l’incapacità del Parlamento italiano di rappresentare la reale composizione della sua società, sia in termini di genere che di generazione. Però rabbrividisco quando sento parlare delle quote arancioni o verdi o blu, cioè dell’ipotesi di prevedere nelle liste elettorali delle percentuali riservate ai giovani. Considero questa risposta la peggiore che si possa dare loro, perché se alle persone non si insegna a lottare, a battersi, a sacrificarsi per raggiungere degli obiettivi, non riusciremo mai a ribaltare quelle che sono, a mio avviso, le degenerazioni culturali che il ‘68 ci ha lasciato. È esattamente partendo dalla responsabilità e dalla responsabilizzazione di ciascuno di noi che le cose potranno cambiare.

E su questo di nuovo il presidente Sarkozy ha offerto una lettura davvero interessante: “lo Stato ti aiuta, se tu dimostri di volercela mettere tutta. Lo Stato non ti aiuterà, se tu pensi che esso debba coprire le tue carenze, la tua assenza di volontà”. E’ questo ciò che noi dovremmo fare in Italia e trasmettere alle giovani generazioni.

CommentiCommenti 6

Luca (non verificato) said:

Scusi, on. Meloni, io sono trentenne e non mi riconosco ne' in Pasolini, ne' in Che Guevara, ne' in Ezra Pound ne' in Junger. Non mi ubriaco, non mi drogo, non vado in discoteca, non faccio casino. Dove mi dovrei collocare, secondo lei?

Nessie (non verificato) said:

L'Italia è l'unico paese d'Europa dove il '68 dura 40 anni. Perché? Semplice, perchè le vestali dell'eterno '68 sono i partiti della sinistra comunista e postcomunista e i sindacati (CGIL e Fiom).
Per eliminarne gli effetti ci vuole un contro'68 che duri altri 40 anni come minimo.

Nessie (non verificato) said:

Senza contare che molti uomini del cosiddetto centrodestra o dei cronisti dei media di destra sono di formazione dei sessantottini a loro volta. Perciò chi dovrebbe criticare il '68 non possiede i mezzi critici né gli anticorpi per completare dettA operazione culturale. antisessantotto.

Heinz Von Gosser (non verificato) said:

Imputato ascolta,
noi ti abbiamo ascoltato.

Tu non sapevi di avere una coscienza al fosforo
piantata tra l'aorta e l'intenzione,
noi ti abbiamo osservato
dal primo battere del cuore
fino ai ritmi più brevi
dell'ultima emozione
quando uccidevi,
favorendo il potere
i soci vitalizi del potere
ammucchiati in discesa
a difesa
della loro celebrazione.

E se tu la credevi vendetta
il fosforo di guardia
segnalava la tua urgenza di potere
mentre ti emozionavi nel ruolo più eccitante della legge
quello che non protegge
la parte del boia.

Imputato,
il dito più lungo della tua mano
è il medio
quello della mia
è l'indice,
eppure anche tu hai giudicato.

Hai assolto e hai condannato
al di sopra di me,
ma al di sopra di me,
per quello che hai fatto,
per come lo hai rinnovato
il potere ti è grato.

Ascolta
una volta un giudice come me
giudicò chi gli aveva dettato la legge:
prima cambiarono il giudice
e subito dopo
la legge.

Oggi, un giudice come me,
lo chiede al potere se può giudicare.
Tu sei il potere.
Vuoi essere giudicato?
Vuoi essere assolto o condannato?

(Fabrizio De Andrè)