Bersaglieri vestiti da Turchi

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Cavour

L’ambiguità è uno stratagemma cui in politica e in strategia si ricorre spesso, ma forse mai nessuno vi ricorse quanto l’Italia. Fingere di scappare per poi colpire a tradimento è una “virtù” italica antica come gli Orazi e i Curiazi.

Cambiare campo correndo in soccorso dei vincitori è un vecchio vizietto italico. Nel lontano 1703 Vittorio Amedeo II di Savoia (che non a caso era chiamato “la Volpe savoiarda”), già alleato dei Francesi (aveva addirittura sposato la nipote di Luigi XIV), cambia fronte e aderisce alla Lega di Augusta, si allea con l’Imperatore d’Austria Leopoldo II e muove guerra alla Francia. Duecentododici anni più tardi, un suo discendente farà la stessa cosa a parti invertite.

In tempi moderni, il Regno d’Italia fa ricorso all’ambiguità prima ancora di nascere, fin da quando si chiama Regno di Sardegna. Nel 1853 Camillo Benso conte di Cavour decide che la ragion di Stato impone di partecipare alla guerra di Crimea con un contingente, esclusivamente per ricavarne vantaggi. Al Lamarmora (che poi in Crimea ci lascerà le penne, vittima del colera) che si sta per imbarcare a Genova e che chiede ordini a Sua Eccellenza, il Cavour risponde con una direttiva sintetica ma di inequivocabile precisione: “Beh, Generale, … proceda con l’audacia del buon senso!”. E così fra il 1853 e il 1856 i Bersaglieri vanno in Crimea e tornano coi fez rossi, i pantaloni alla zuava e le scimitarre, retaggio di quella campagna.

Nel 1889 l’ambiguità prende le forme dell’imbroglio più spudorato quando il trattato di Uccialli con il Negus abissino viene redatto in due modi diversi nelle due lingue: in italiano, all’articolo 17, si dice che l’Abissinia deve curare le sue relazioni esterne per mezzo della diplomazia italiana e in amarico sta scritto che il Negus può, se proprio lo desidera, servirsi degli italiani. In altre parole, in italiano il trattato dice che l’Abissinia è un protettorato italiano e in amarico si garantisce che continua ad essere indipendente. L’unico sbocco possibile in una situazione del genere è la guerra, e infatti nel 1896 l’Italia viene umiliata ad Adua.

Nel 1911 una classica guerra coloniale, quella di Libia contro l’Impero Ottomano, viene fatta passare per umanitaria, quando il Crispi dichiara “è intollerabile che sul mercato di Tripoli si vendano gli schiavi!”

Nel 1915-1918 si intraprende una “inutile carneficina” (parole del Papa di allora) per conquistare quei territori che l’Austria era pronta a cedere senza guerra, per di più entrando nel conflitto un anno dopo e cambiando alleanza all’ultimo momento. “Un’ignominia di cui la Storia non conosce l’uguale” esclama Francesco Giuseppe, ma lo dice solo perché non conosce ancora l’8 settembre.

Nel 1935-1936 un’altra guerra coloniale, quella abissina, viene camuffata per umanitaria allo scopo di abolire la schiavitù in Etiopia. Un nobile obiettivo da perseguire in tutti i modi, anche coi gas asfissianti.

Nel 1938 in Spagna non si mandano reparti militari organici in uniforme ma li si fa partire in borghese, camuffandoli da volontari, e il Corpo di spedizione stesso viene chiamato CTV (Corpo Truppe Volontarie). Siccome la presenza di quei “volontari” non è molto gradita nemmeno agli alleati falangisti, quest’ultimi danno all’acronimo CTV il significato di “cuando te vas?” (quando ti togli dai piedi?).

Nella seconda guerra mondiale, dopo un adeguato periodo di “non belligeranza”, si entra in guerra a fianco dei sicuri vincitori, i Tedeschi, perché “qualche migliaio di morti” ci avrebbero portato vantaggi, proprio come in Crimea. Peccato che i Tedeschi vincitori non lo erano affatto, e quando questo risulta chiaro si cambia campo con una mossa (quella dell’8 settembre 1943) che ancora oggi, nel terzo millennio, discredita l’Italia agli occhi degli ex nemici, degli ex amici e di tutti gli altri. Da notare che il Badoglio alla vigilia dell’armistizio, all’ambasciatore tedesco che gli chiede sospettoso “Ma non ci starete mica combinando qualche scherzo?” risponde serio: “Le giuro di no, Eccellenza, parola d’onore. Sono uno dei tre più vecchi Marescialli d’Europa; pensate che io potrei mai mancare alla mia parola d’onore?”

E inoltre la porzione 1943-1945 della guerra viene etichettata come “guerra di liberazione” anziché “guerra civile” quale in realtà è.

A riprova del fatto che in Italia l’ambiguità caratterizza in egual misura i governi monarchici e repubblicani, così come quelli liberali, quello fascista e quelli democratici, anche nel secondo dopoguerra si persevera: nel 1990-1991 si partecipa all’operazione “Desert Storm” contro l’Iraq per la liberazione del Kuwait, ma quella vera e propria guerra viene chiamata “operazione di polizia internazionale”.

Nel 1999 si partecipa alla guerra della NATO contro la Serbia per la liberazione del Kosovo, ma non lo deve sapere nessuno: né il Parlamento né l’opinione pubblica. E quando entrambi vengono a sapere dai giornali che l’Aeronautica italiana bombarda i Serbi, si dice che sta facendo “difesa aerea integrata”.

Nel 2006 la NATO (e con essa l’Italia) interviene in Afghanistan contro i talebani. A palazzo Chigi siede una eterogenea coalizione di centrino-sinistrissima detta “casa delle ambiguità”, che alle prese con problemi interni tace sul fatto che dal 4 maggio 2006 le regole d’ingaggio sono cambiate e non sono più quelle del peacekeeping.

Nello stesso anno si manda un contingente in Libano per interporsi fra Israeliani ed Hezbollah, ma gli “ordini” assomigliano a quelli che Cavour diede a Lamarmora 153 anni prima: l’ultima preoccupazione di UNIFIL 2 è impedire che l’Iran continui a rifornire di armi i fondamentalisti islamici.

E per concludere, nel 2010 si manda la portaerei “Cavour” ad Haiti per soccorrere i terremotati. Dove sta l’ambiguità, forse nel trasporto di materiale umanitario con una nave da guerra? Anche, ma non importa: quando si tratta di aiutare la popolazione che ha bisogno di tutto, ben vengano anche le portaerei.

Sta forse nel fatto che accusiamo gli Americani di essere patetici e di volersi fare belli agli occhi del mondo mentre noi stiamo facendo la stessissima cosa? Anche, ma poi quelle accuse vengono smentite. Sta forse nel fatto che il costo della missione verrà coperto per il 90% dalle ditte che hanno costruito ed equipaggiato la nave (Finmeccanica, Fincantieri, ENI,… che faranno così pubblicità al loro prodotto e a se stesse) visto che spremendo il bilancio della difesa non esce nulla? Nemmeno, un po’ di furbizia italica non guasta.

L’ambiguità stavolta sta soprattutto nel nome della nave. Se volevamo intitolarla al celebre padre della patria dovevamo chiamarla “Camillo Benso” o semplicemente “Benso”, ma era rischioso: la gente italica, educata da decenni di tv spazzatura, conosce a menadito tutti i protagonisti delle telenovele e del grandefratello, ma di fronte al nome Benso non avrebbe saputo cosa “bensare” e si sarebbe chiesta “e chi è costui?”.

Se invece volevamo intitolarla al rango nobiliare del suddetto, dovevamo chiamarla “Conte di Cavour”, come già facemmo con la nave da guerra della Regia Marina danneggiata dagli aerosiluranti inglesi a Taranto nel 1940 e distrutta definitivamente dalle bombe angloamericane a Trieste nel 1945. Ma questo “Conte” sarebbe stato politicamente scorretto, in tempi di repubblica. E così l’abbiamo chiamata ambiguamente “Cavour”, il che equivale ad averla intitolata ad un comune del Piemonte.

CommentiCommenti 12

Anonimo (non verificato) said:

ottimo articolo! I fatti sono noti, ma si tende a non parlarne. Ambiguità, con il suo corollario di scarsa stima collettiva e compiacimento della propria infingardaggine. Può essere che tali costanti della storia nazionale si ripercuotano anche sulla politica interna, contribuendo a rendere più difficile la soluzione dei problemi del paese?

ciro cocozza (non verificato) said:

caro Gianni,
non ci facciamo una grande figura,ma ad una così chiara esposizione dei fatti non ci sono molti commenti da fare.
Per fortuna quando siamo in sedi internazionali possiamo sempre ricorrere all"impero romano"ed alla sua grandezza per darci delle arie.Ciao ciro

Esatau (non verificato) said:

Nell'attuale e complessivo panorama editoriale italiano, “l'Occidentale” è un luogo virtuale in cui la Libertà ha cittadinanza e concretezza (con buona pace di alcuni suoi lettori di evidente palato “fast-reader”). Lo dimostra molto bene anche questo articolo del Gen. Marizza. Grazie Direttore. Resista.

tacitus (non verificato) said:

Aggiungo,per amor di completezza, che la resa
incondizionata dell'8 settembre 1943, viene con la
massima sfacciataggine denominata "armistizio"...

Ard (non verificato) said:

L'articolo posto nel suo essere evidenzia in modo inconfutabile la mancanza di serietà del popolo italiano, o meglio di chi ha la presunzione di tirare le leve a livello interno e internazionale. Dopo aver fatto mea culpa di questo stato d'essere, mi domando e forse se lo domandano in molti che leggono o meglio visitano questo sito cosa dobbiamo fare per toglierci questa macchia di imbelli, di voltagabbana? Forse risposte ne abbiamo e molte. I nostri morti, nell'adempimento del dovere, in Irak, in Afganistan,la nostra odierna capacità di estrinsecare a livello internazionale capacità che da decenni non si vedevano, a livello dei singoli quante persone che diuturnamente lavorano per tenere alto il nome dell'Italia, silenziosamente e tenacemente a tal punto che in ogni settore sia scientifico che letterario la nostra nazione, è posta ad esempio in tutto il mondo. Andiamo avanti con serietà e non abbiamo timore di dire che abbiamo sbagliato e che sbaglieremo, impariamo dai nostri errori, prendiamo spunto delle nostre difficoltà di porci come nazione a livello internazionale. Giovanni vai avanti così sei apprezzato, e ne convengo hai molte capacità di sintesi e di formativa critica. Ciao Ard

carlo (non verificato) said:

E si potrebbe andare avanti all'infinito: Lissa (le nostre navi sono rimaste padrone del mare), ecc.
Però l'articolo che è bello, preciso e veritiero, mostra solo un aspetto e trascura quello che forse è il vero stellone d'Italia almeno nella storia recente: ci furono gli internati in USA e in India che rifiutarono di collaborare con il Regno del Sud e ci furono gli internati in Germania e Polonia che rifiutarono di collaborare con la Repubblica Sociale. Voglio dire che nei tempi in cui il potere politico, indipendentemente dal proprio colore, si mostra indegno, per fortuna c'è sempre una buona fetta di Italiani che riscatta la dignità nazionale.

Luca (non verificato) said:

Nel 1911 Crispi era morto da un pezzo.
Nel 1915 l'Italia non ha affatto voltato gabbana, dato che la Triplice Alleanza era già scaduta l'anno precedente e inoltre era un'alleanza difensiva, non offensiva.
Nel XVIII secolo Federico II di Prussia aveva dato fior di esempi di cambiamento di fronte...
Insomma, questo articolo è il classico esempio di come noi Italiani ci sputiamo addosso e godiamo nel farlo, al contrario di tutti - TUTTI! - i Paesi stranieri (che infatti ci disprezzano anche perché ci denigriamo da soli).

mauro (non verificato) said:

Avrei voluto, in un impeto di amor patrio, contraddire l'ottimo Marizza almeno in qualcuno dei tristi casi citati. Non ho potuto farlo. Ahimé, siamo incolpevolmente nati in un bellissimo Paese, ma dalla Storia assolutamente indifendibile. Non diceva forse il sommo Carducci: "...Italiani, ho per voi una triste novella: la vostra Patria è vile!"

Carlo (non verificato) said:

Ad onor del vero la Guerra di Libia fu gestita da Giovanni Giolitti, uno dei più grandi statisti italiani, se non il più grande.
E per ragioni di qualche peso.
Crispi (Francesco) era già morto nel 1901.

Giovanni Marizza ha scritto:
"Nel 1911 una classica guerra coloniale, quella di Libia contro l’Impero Ottomano, viene fatta passare per umanitaria, quando il Crispi dichiara “è intollerabile che sul mercato di Tripoli si vendano gli schiavi!”"

G.Marizza (non verificato) said:

Un amico mio confondeva sempre platani e ippocastani: parlava degli uni e nominava gli altri. A me succede talvolta con Crispi e Giolitti. Cose che càpitano, soprattutto quando si cita a memoria (d’altronde, il tempo di andare a controllare e verificare ogni cosa non ce l’ho proprio). Passando alle cose serie, è verissimo, come dice Ard, che -nonostante tutto- ci sono migliaia di persone che tutti i giorni lavorano seriamente, silenziosamente e tenacemente. Uno di questi era Pietro Antonio Colazzo, il funzionario dei servizi segreti che ha perso la vita a Kabul in seguito ad un attentato terroristico. Eppure anche in questa triste circostanza non siamo stati capaci di lasciar perdere le ambiguità. La vittima è stata definita, nei primi comunicati ufficiali, come un "consigliere diplomatico" distaccato dalla Presidenza del Consiglio presso l’ambasciata italiana in Afghanistan. Abbiamo voluto nascondere un segreto di pulcinella in modo goffo, doppiamente assurdo. Primo, perché i consiglieri diplomatici li distacca il ministero degli esteri, non certo Palazzo Chigi. Secondo, perché l’ultimo posto dove inviare un consigliere diplomatico è un’ambasciata. A fare cosa? Ad insegnare la diplomazia ai diplomatici? Sarebbe come mandare un consigliere militare in una Brigata Alpina o mandare un consigliere ecclesiastico in Vaticano. Non c’è niente da fare, è più forte di noi.