l'Orientale

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Gerusalemme. Tzippi Livni l’ha definita un’ossessione. Difficile dar torto al capo dell’opposizione. Il premier Netanyahu, nel primo anno di difficile navigazione, ha investito una eccezionale quantità di energie per perseguire un obiettivo che è difficile definire nobile, quello di spezzare Kadima, il partito della sua avversaria. 

Prima ha fatto approvare alla Knesset una legge che consente a 7 parlamentari di formare un gruppo autonomo, subito ribattezzata “legge Mofaz”, dal nome dell’ex ministro della Difesa Shaul Mofaz che guida la corrente di opposizione in seno a Kadima. Poi, per due volte, ha tentato la spallata finale, offrendo a Mofaz e al drappello di “ribelli” che a lui fa capo generose poltrone in una compagine governativa che già vanta il poco invidiabile primato di essere la più larga nella breve storia di Israele. La Livni in entrambi i casi è riuscita a respingere l’assalto alla diligenza, ma non può dormire certo sonni tranquilli, perché un partito nato per essere di governo non ha nei cromosomi la cultura dell’opposizione

Dato che il governo Netanyahu ha una solida maggioranza parlamentare, per comprendere la "ossessione" del premier bisogna guardare al di là della forza dei numeri. Una luce la gettano gli eventi degli ultimi giorni. La scorsa settimana, il premier annuncia che per rafforzare lo spirito nazionale, il suo governo investirà 700 milioni di shekel (140 milioni di euro) nel restauro e conservazione dei siti storici del Paese. Nella lista che gli esperti hanno preparato non c’è la Tomba dei Patriarchi a Hebron, il luogo potenzialmente più esplosivo dopo la Spianata delle Moschee a Gerusalemme. Una esclusione contro la quale si mobilita  la lobby dei coloni. In breve tempo, 39 parlamentari e tutti i ministri tranne due chiedono un ripensamento. Nonostante il parere contrario dell’esercito, Netanyahu soccombe e poche ore prima del Consiglio dei Ministri la Tomba di Patriarchi come per miracolo compare nella lista.

La destra canta vittoria, ma il prezzo politico si rivela ben presto alto. Non tanto per le scaramucce tra poche centinaia di giovani palestinesi e i soldati ad Hebron, quanto per il credito internazionale che viene capitalizzato dall’Autorità Palestinese.  Salam Fayad, il premier che Haaretz con una felice espressione ha recentemente definito “il Ben Gurion palestinese”, dà una doppia dimostrazione di forza. Venerdì partecipa alla preghiera nella Moschea di Ibrahim, come è chiamata dai musulmani la Tomba dei Patriarchi, mentre le sue forze di sicurezza estinguono con fermezza ed efficienza ogni focolaio di violenza. E il giorno dopo tiene ad Hebron un Consiglio dei Ministri, a riaffermare la rivendicazione di sovranità.  Critiche alla decisione di Netanyahu arrivano non solo, come era scontato, da Onu e Europa, ma anche dagli Usa. Per giunta, l’inserimento della Tomba dei Patriarchi nella lista ha un valore solo simbolico. Dal punto di vista pratico, il sito non ha bisogno di fondi aggiuntivi, essendo lautamente foraggiato da donatori privati.

Il caso Hebron mette in luce quanto sia stretto e accidentato il sentiero lungo il quale Netanyahu è costretto a muoversi. Lo sbilanciamento a destra del suo governo riduce i suoi margini di manovra. E le nubi continuano ad addensarsi sul suo orizzonte. Una fetta del Likud è sul piede di guerra, dopo il congelamento per 10 mesi delle nuove costruzioni negli insediamenti, e il tentativo di neutralizzarla posticipando le elezioni interne è fallito. L’alleato Lieberman rischia di affondare da un momento all’altro nelle inchieste giudiziarie, e le sue iniziative poco diplomatiche, come la superflua umiliazione dell’ambasciatore turco, hanno creato danni all’immagine internazionale di Israele. Il tutto mentre l’ora della verità si avvicina a larghe falcate. Sia pure indiretti, i negoziati con i palestinesi sembrano destinati a riprendere presto.

Netanyahu ha bisogno urgente di un maggiore margine di manovra. Di qui la "ossessione" del premier di arruolare i ribelli di Kadima. Ma il tempo gioca a suo sfavore. E Netanyahu potrebbe accorgersi presto  di averne perso troppo.
 

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