Proteggere le donne dalla violenza

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Una unità di assistenza legale per le donne vittime di violenza in Afghanistan: sembra una chimera e invece è realtà. Nel cuore della Repubblica Islamica più tormentata del pianeta, teatro di scontri interminabili tra le forze Nato e i Talebani, gravato dalla pesante eredità di un regime feroce e fanatico, si è compiuto una specie di miracolo. Il merito è dell’IDLO (International Development Law Organization), un’organizzazione intergovernativa con sede a Roma che opera in Afghanistan fin dal 2002 per ricostruire il tessuto sociale e l’assetto istituzionale del Paese.

Nella convinzione che la partita decisiva per la ricostruzione dell’Afghanistan si giochi sul terreno della legalità, l’IDLO ha avviato da anni piani di riforma del sistema giudiziario afghano e di rafforzamento dello stato di diritto. Progetti ai quali il governo italiano contribuisce in maniera preponderante, a fianco di quello canadese, col supporto del Dipartimento di Stato americano, della Banca Mondiale, del Ministero per il Commonwealth britannico e l’Agenzia per la cooperazione internazionale giapponese, e con l’intento primario di ristabilire il dominio della legge in Afghanistan.

Non è impresa facile: i Talebani hanno lasciato in eredità un sistema giudiziario rigorosamente basato sulla Shari’a, o piuttosto sulla sua interpretazione fanatica, che i ribelli asserragliati al confine col Pakistan pretendono di riproporre in tutta la sua brutalità. Sviluppare una nuova idea di giustizia, nel rispetto dei principi dell’Islam, degli impegni del governo afghano in materia di diritti umani e al tempo stesso degli standard internazionali, è probabilmente il principale obiettivo “non militare” della comunità internazionale in Afghanistan. Per raggiungere questo obiettivo l’IDLO è impegnata in prima linea (appena dietro la “zona calda” del fronte militare e spesso lontano dalla ribalta mediatica) e in più settori.

Nel 2002 ha consegnato al Ministero della Giustizia una raccolta di 2400 leggi afghane, cancellate o disperse dall’oscurantismo dei Talebani e da decenni di conflitti interni; più di recente ha elaborato un “Glossario dei termini di diritto internazionale” e un “Codice di procedura”, con tanto di dvd illustrativo, per garantire il corretto svolgimento del processo penale. Ma soprattutto, nel corso di quasi dieci anni, l’IDLO ha formato più di duemila professionisti del diritto – giudici, pubblici ministeri, avvocati privati e di Stato, docenti di legge – e nel 2007 ha addirittura istituito un apposito centro di formazione, indipendente e autosufficiente, gestito principalmente da personale afghano. Il successo dell’iniziativa si riassume in un semplice dato: la partecipazione degli Afghani, formati dall’IDLO, alle attività di insegnamento è passata da una percentuale del 38% nel 2006 al 100% nel 2009, permettendo in gran parte di ovviare agli alti costi del personale internazionale e alle difficoltà legate alla lingua e alla traduzione dei testi.

Sul fronte dell’accesso alla giustizia, un accordo di partnership tra l’IDLO e alcuni ex allievi dei suoi corsi di formazione legale ha portato alla creazione della LAOA (Legal Aid Organization of Afghanistan), un istituto di assistenza legale ora attivo in gran parte del Paese e guidato dal trentacinquenne avvocato Afzal Nooristani. In tre anni di attività la LAOA ha istruito più di trecento avvocati, svolto incontri di sensibilizzazione sul tema della legalità, specificamente rivolti a donne e bambini, e fornito assistenza gratuita a più di duemila Afghani accusati di crimini e incapaci di sostenere le spese legali.

Due vicende in particolare hanno destato clamore in tutto il mondo: quella dello studente universitario Pervez Kambahksh, processato nel 2007 per aver scaricato dal web e poi distribuito un opuscolo sui diritti delle donne, scampato alla morte grazie all’assistenza legale di Nooristani e poi graziato dal presidente Karzai; e quella del giornalista Ahmad Ghaws Zalami, imprigionato per aver stampato una versione in dialetto locale del Corano senza includere il testo originale e attualmente sotto processo. In entrambi i casi la LAOA è stata l’unica organizzazione a farsi avanti per garantire il rispetto della legalità e dei diritti costituzionali. Un atto coraggioso e simbolico, in linea coi principi dell’IDLO.

“L’intervento militare serve a disarmare gli oppressori, ma la vera libertà si conquista attraverso la legalità e la coscienza civile”, dice Daniela Di Lorenzo, funzionario addetto ai progetti in Afghanistan.”La nostra sfida è trasferire in Afghanistan i valori più nobili della democrazia occidentale senza snaturare la cultura locale”.

La creazione dell’Unita sulla violenza contro le donne è finora il risultato più brillante conseguito nel’ambito del programma triennale per l’Afghanistan varato dall’IDLO nel giugno 2009. L’ufficio, frutto di un accordo con la Procura Generale dell’Afghanistan, è stato inaugurato il 18 marzo, è diretto da una donna, Qudsia Niazi, e ha competenza su casi di aggressione, maltrattamenti, abusi, matrimoni forzati o con minorenni, sottrazione di proprietà o di eredità. A pochi giorni dalla nascita ha già ricevuto ventidue denunce e discusso un caso di fronte a una corte penale, giustificando appieno la sua istituzione. Al di là della retorica e dei facili entusiasmi, la Violence against Women Unit rappresenta finalmente uno strumento concreto per garantire il rispetto dei diritti delle donne in Afghanistan, contrastando pratiche odiose e pregiudizi secolari. Ma soprattutto è un passo senza precedenti verso il successo della missione silenziosa, pionieristica e quasi profetica dell’IDLO: trasformare l’Afghanistan in un grande laboratorio culturale, dove Islam e Occidente possano convivere non solo in termini di tolleranza ma di autentica integrazione e arricchimento reciproco.
 

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