A Galan la poltrona di Zaia

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Ora o mai più: tre anni per "governare sereni" e fare le riforme per le quali il centrodestra ha ricevuto il mandato degli elettori. Silvio Berlusconi non vuole perdere tempo e dopo la cena ad Arcore con la Lega, riunisce l'ufficio di presidenza del Pdl per lavorare al cantiere delle riforme e ragionare a un'agenda che fissi i tempi dei tre grandi filoni sui quali innestare il processo di modernizzazione: si comincia dal fisco, poi la giustizia, quindi la nuova architettura istituzionale.

Con aperture evidenti alle opposizioni (freddino Bersani mentre Casini per ora non commenta anche se Cesa dice che il partito è pronto a fare la sua parte) che vanno nel segno di una condivisione più ampia possibile, come auspicato da Napolitano che ieri nell'incontro con Calderoli al Quirinale ha preso atto degli orientamenti di governo e maggioranza sulle riforme e dato il via libera al legittimo impedimento.

Squadra di governo e analisi del voto, gli altri temi discussi dal parlamentino del Pdl a Palazzo Grazioli, con la conferma che negli assetti dell'esecutivo per Giancarlo Galan è pronta la poltrona all'Agricoltura del neo-governatore leghista Zaia. Per ora è l'unica novità perchè all'orizzonte non ci sono ulteriori ritocchi al team di Palazzo Chigi.

L'atteso faccia a faccia con il presidente della Camera Fini ci sarà la prossima settimana (dopo gli impegni istituzionali del premier a Parigi e Washington) come concordato tra i due co-fondatori del Pdl durante le telefonata per gli auguri di Pasqua e comunque, assicurano dal Pdl, c'è intesa sulla road map delle riforme concordata anche con il Senatur. Insomma il "tridente" viaggia compatto. E non poteva essere diversamente se, come ribadito dal Cav., i prossimi tre anni serviranno a completare mandato e programma elettorale. Della serie: nessuno ha interesse ad attardarsi su rivendicazioni e distinguo perchè la posta in gioco è troppo alta.

Per la Lega, che soprattutto dopo l'exploit elettorale intende capitalizzare proprio sulle riforme un ruolo "strategico" nella coalizione ben consapevole, tuttavia, che il timone è nelle mani di Berlusconi e che solo con lui e solo ora, può centrare gli obiettivi prefissati. E' in questo senso che gli uomini del Carroccio spiegano le parole di Maroni sulla "cabina di regia" che ieri hanno suscitato più di una perplessità nei ranghi pidiellini (da Cicchitto a Scajola, da Verdini a La Russa). In altri termini, nessuna forzatura, semmai la conferma che il Carroccio può e vuole svolgere il ruolo di pontiere - da un lato con il Quirinale, dall'altro con le opposizioni - per arrivare a riforme condivise.

Per Fini l'armonia col Cav. e il Senatur è la condizione ideale per "rientrare in gioco" - fanno notare nel centrodestra - dopo gli strappi dei mesi scorsi e quelli più recenti della campagna elettorale. E il pass-par-tout sta nel ruolo che da presidente della Camera avrà nel percorso parlamentare delle riforme.

Si comincia dal fisco. Berlusconi la considera la riforma che interessa di più alla gente perchè il sistema attuale è troppo complicato e conferma che la riduzione delle imposte resta l'elemento caratterizzante del dna della maggioranza. Per questo, i tecnici del Tesoro sono al lavoro ma certo, rispettando il rigore dei conti pubblici che non ammette alcuna deroga. Come insegna Tremonti al quale Berlusconi riconosce il merito di aver tenuto la barra dritta altrimenti "i sottoscrittori sottoscrittori dei titoli di Stato non avrebbero quella fiducia che invece conferma in un successo ogni loro emissione". Quindi ricorda che "la pressione fisale non è aumentata, anzi, è diminuita" sottolineando che "ci può essere stato un aumento percentuale, perche' è diminuito del 5 per cento il Pil e questo aumenta il valore della percentuale ma dobbiamo anche considerare due fattori che non sono aumenti e cioè i risultati della lotta all'evasione fiscale e quelli dello scudo fiscale".

E che il concetto di rigore sia ben presente nei piani del governo e soprattutto nelle intenzioni del dicastero di via XX Settembre lo testimonierebbe il fatto che durante l'ufficio di presidenza - secondo alcune fonti - lo stesso Tremonti avrebbe fatto inserire (e approvare) un emendamento alla relazione di Bondi nel passaggio in cui si parla della necessità di una riforma fiscale "non più rinviabile" per sostenere lo sviluppo e rispondere alle richieste dei cittadini. Passaggio al quale è stata aggiunta la frase "nel pieno rispetto dei vincoli di bilancio". Dunque, per arrivare a una riduzione della pressione fiscale (che Berlusconi lascia intendere sarà possibile entro la fine della legislatura) occorre "prima individuare sprechi e privilegi da combattere". Come quello dei falsi invalidi il cui contrasto "porterà  risparmi di non poco conto" nel piano per l'ammodernamento del sistema fiscale.

L'altra direzione di marcia è la giustizia. Nessuna riforma "punitiva" assicura il premier che torna sull'assedio nei suoi confronti da parte di "certa magistratura", come conferma l'intenzione della procura di Milano di ricorrere contro la firma del Capo dello Stato sul legittimo impedimento. Una decisione, quella di Napolitano che, osserva il presidente del Consiglio, dimostra invece ''che il testo non manifestava segni di incostituzionalità". Il vertice con lo stato maggiore del partito è stato preceduto da un lungo faccia a faccia col Gurdasigilli Alfano che sta mettendo a punto la stesura della riforma dell'ordinamento giudiziario. Segno evidente che la maggioranza intende accelerare.

La road map sulle riforme. L'apertura del premier alle opposizioni muove dall'auspicio di una partecipazione costruttiva e da questo punto di vista il primo banco di prova saranno le modifiche costituzionali. A partire dalla forma di governo. Il modello "più opportuno" è il semipresidenzialismo francese anche se non c'è alcun arroccamento su questo, dice il Cav. illustrando l'intesa con la Lega e al tempo stesso cercando di smussare certe irritazioni che le parole del ministro Maroni sulla "cabina di regia" alla Lega hanno provocato ai piani alti del Pdl, rinvigorite ieri dalle perplessità sull'iniziativa di Calderoli di salire al Colle.

Iniziativa certamente concordata (sia con Bossi che con Fini), spiegano dai ranghi leghisti dove la tendenza è a minimizzare "perché non è che un ministro si alza la mattina e sale al Quirinale con la bozza di riforma sotto il braccio". Ma quello che non è andato giù ai pidiellini è stata la tempistica usata dal ministro per la semplificazione perchè - è il ragionamento -  ha dato l'impressione di forzare proponendo un testo preliminare che come ha ricordato lo stesso premier "deve essere prima discusso nel nostro partito, poi nei gruppi parlamentari, quindi nel Consiglio dei ministri, e con il presidente della Repubblica", sottolineando, così, che la regia resta nelle sue mani e in quelle del Pdl.

Non è un caso se definisce quello di Calderoli un gesto condiviso di cortesia nei confronti del Capo dello Stato per tenerlo informato sugli orientamenti di governo e maggioranza. Non è un caso, se tra i big del Pdl impegnati nella messa a punto della nuova architettura istituzionale Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori, insiste su un punto: il Pdl è il primo partito nel paese ed è pronto ad assumersi le sue responsabilità nel processo riformatore.

L'apertura di Berlusconi alle opposizioni riserva un capitolo a parte per l'Udc. Se in campagna elettorale i centristi erano stati accusati di fare la "politica del doppio forno'', ora i toni cambiano. Il voto, osserva il premier, dimostra come ''l'Udc se si allea con la sinistra dimezza i suoi voti mentre con noi li raddoppia''. Una situazione che può portare il partito di Casini "a rivedere le sue posizioni politiche'' e da parte del Pdl - osserva il Cav. - ''siamo aperti alla prospettiva di un ritorno dei moderati''.

Infine l'analisi del voto, affidata agli interventi dei tre coordinatori La Russa, Verdini e Bondi. Quest'ultimo nella sua relazione ribadisce che il Pdl "si conferma una forza politica nazionale, in grado di farsi carico, in una prospettiva di responsabilità di governo, sia delle ragioni del Nord che di quelle del Sud, in una chiave di cambiamento e di rinnovamento". Ed è in questo contesto che Bondi individua nell'alleanza tra Pdl e Lega la "garanzia del rinnovamento e della modernizzazione dell'intero paese".

Certo, nelle parole del coordinatore Pdl c'è tutto il riconoscimento del "significativo risultato" ottenuto dal Carroccio che costituisce "un rafforzamento della coalizione unita e coesa", tuttavia il Pdl resta il primo partito e quello di maggioranza che alle ultime elezioni "ha riconfermato un largo consenso". E se questo in termini di azione politica si traduce in una grande responsabilità significa al tempo stesso compiere uno sforzo maggiore - è la sollecitazione di Bondi - rispetto alla necessità di radicare il partito sul territorio "attraverso una selezione della classe dirigente, attenta soprattutto a quei dirigenti e a quegli amministratori locali, in particolari giovani e donne, che hanno saputo ottenere la fiducia e il consenso dei cittadini nei territori in cui operano". Su questo punto l'ufficio di presidenza ha incaricato proprio i tre triumviri di lavorare a una proposta.

C'è spazio anche per una riflessione sui temi dell'attualità politica più legati alla cronaca di questi giorni. Uno su tutti: la questione della pillola abortiva. Tema affrontato nel suo intervento dal presidente dei deputati Fabrizio Cicchitto convinto del fatto che la querelle sulla Ru 486 finisce per essere "un ulteriore attacco alla Chiesa cattolica" e anche la componente laica del partito "deve opporsi a questo andazzo". Un passaggio che, riferiscono alcuni presenti, il premier ha apprezzato ribadendo la necessità di "difendere la Chiesa e il diritto alla vita".

CommentiCommenti 3

Bernardo da Qui... (non verificato) said:

Ma non fa scompisciare dalle risate, un Bersani ridotto al lumicino dalla tronata elettorale, che con protervia e arroganza da grande vincitore esclama: "Per le riforme?? Ci si vede in Parlamento!!". Morir dal ridere...