La catastrofe ecologica nel Golfo del Messico

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Povero Obama. Non gli bastava la fama di “premionobelperlapace che manda altre decine di migliaia di soldati a fare la guerra in Afghanistan”. Non gli bastava la nomèa di “filantropo che costringe milioni di americani che non intendevano farlo a sottoscrivere un’assicurazione sanitaria”. Ora è anche famoso nel mondo per essere l’“ecologista che ordina di trivellare greggio a più non posso al largo delle coste americane”. Non è che nel Golfo del Messico la marea nera sia colpa della Casa Bianca, ma l’opinione pubblica fa presto a fare due più due. E il risultato non sempre è quattro.

Infatti, come faranno gli Americani (e non solo loro) a dimenticare Obama nella base militare di Andrews (Maryland), con un caccia militare dietro alle spalle, che pochi giorni prima del disastro della piattaforma “Deepwater Horizon” annunciava con orgogliosa sicurezza un’apoteosi di trivellazioni fuori costa ma, si badi bene, “salvaguardando l’ecosistema delle aree protette e senza intralciare la pesca e il turismo delle regioni interessate?”

Facciamo un passo indietro. Si può dire che l’era delle trivellazioni esclusivamente terrestri sia terminata con la seconda guerra mondiale. Subito dopo quel conflitto, la ricostruzione, lo sviluppo economico, il rilancio industriale (soprattutto il settore automobilistico) hanno richiesto quantità sempre maggiori di petrolio, per cui si è iniziato a guardare anche ai giacimenti nel sottosuolo ubicato in mare aperto. Il primo impianto off-shore - letteralmente “fuori costa” - risale all’ottobre del 1947, quando un gruppo di ingegneri della ditta petrolifera statunitense Kerr-McGee installarono al largo della Louisiana, nel Golfo del Messico, il primo pozzo di petrolio che pescava sott’acqua (a meno di cinque metri di profondità) e che si trovava completamente fuori vista da terra. Da allora in poi, la tecnologia al servizio della sete mondiale di idrocarburi si è evoluta sempre più, raggiungendo profondità sempre maggiori e distanze dalla costa sempre più grandi.

Nel 1994 la piattaforma “Auger” ha raggiunto i 900 metri di profondità, nel 1996 la “Mars” è arrivata a 950 metri, nel 1999 la piattaforma “Ursa” è arrivata oltre i 1.000 metri: era un record, ma destinato ad essere ben presto superato. Nel 2000, infatti, “Hoover Diana” ha raggiunto la profondità record di 1.500 metri, ma non bastava ancora. Più le industrie automobilistiche sfornavano automobili, maggiore era la domanda di carburante e più forsennata si faceva la corsa al “sempre più giù, sempre più in là”, a costo di perdere di vista il fatto che la Natura prima o poi presenta il conto, dato che le pressioni a un chilometro e mezzo di profondità sono enormi e la più robusta delle piattaforme resta pur sempre un fuscello in balìa delle acque tutt’altro che quiete del Golfo del Messico.

E così nel 2002 la piattaforma “Horn Mountain” arrivava a 1.600 metri di profondità, nel 2004 la “Devils Tower” a 1.700 e nel 2005 la ditta Kerr-McGee (in seguito acquistata, nel 2006, dalla Anadarco Petroleum) installava la piattaforma “Constitution” ben 300 chilometri a sudovest di New Orleans. La struttura, da 13.600 tonnellate e 600 milioni di dollari, trivella il suolo che si trova 1.500 metri sotto il livello del mare.

Ma non era finita lì: nel 2007 la BP ha ultimato i lavori di “Atlantis”, una piattaforma semisommergibile da 58.700 tonnellate, ancorata al fondale marino ad una profondità di 2.150 metri in corrispondenza del campo petrolifero omonimo. Nello stesso anno “Independence Hub” è arrivata a 2.400 metri.

Nel 2008 la Shell ha realizzato la piattaforma “Perdido spar”, poi trainata dal cantiere di costruzione in Finlandia attraversando in diagonale tutto l’Oceano Atlantico fino alla destinazione finale a 320 chilometri al largo della costa del Texas. Alta quanto la torre Eiffel, la piattaforma è ancorata ad un fondale a 2.400 metri e trivella ad una profondità di 2.900 metri. Nello stesso anno altre due enormi piattaforme sono state iniziate: la “Blind Faith”, da 36.300 tonnellate della Chevron e la “Thunder Horse”, da 130.000 tonnellate della BP.

Per quanto riguarda la piattaforma incriminata per il disastro del 20 aprile 2010, la sua costruzione cominciò nel dicembre del 1998 e venne consegnata nel 2001 alla ditta Transocean. Risulta però che la “Deepwater Horizon” non venne realizzata ex novo ma sulla base di una piattaforma più vecchia poi ristrutturata, la “Deepwater Nautilus”, una sua progenitrice meno evoluta perché inadatta ad operare in situazione di “posizionamento dinamico”, una caratteristica essenziale per poter operare nelle acque burrascose del Golfo del Messico.

Quella struttura comunque entrò in funzione e il 2 settembre 2009 terminò la perforazione di un pozzo nel campo Tiber, realizzando il più profondo pozzo di gas e petrolio mai perforato: quasi undici chilometri di profondità. Durante questa operazione la distanza tra la linea di galleggiamento della piattaforma e il fondale era di 1.259 metri.

Ma le ditte petrolifere possono fare ciò che vogliono, curandosi solo del profitto e disinteressandosi dell’ambiente? In teoria no, perché sono obbligate a presentare dettagliati rapporti preventivi di impatto ambientale. Così fece la BP, che nelle sue analisi del 2009 dichiarò che era improbabile, se non impossibile, il verificarsi di un incidente come quello che poi è realmente accaduto.

Il piano di esplorazione della BP - 52 pagine - prima della costruzione della “Deepwater Horizon” è stato sottoposto al Servizio Federale di Gestione dei Minerali (Federal Minerals Management Service), ed in esso la BP afferma ripetutamente che sarebbe “improbabile che una fuoriuscita accidentale di petrolio al livello dell’acqua o in profondità possa avere luogo durante le attività che ci proponiamo di effettuare”.

Non solo, ma nel suo rapporto di impatto ambientale la BP ha dichiarato che quand’anche dovesse verificarsi una fuoriuscita di greggio, “a causa della notevole distanza (circa 70 chilometri) della piattaforma dalla costa e grazie alle nostre capacità di rapido intervento non prevediamo alcun impatto ambientale negativo”.

E invece oggi, come se non bastasse la morte di undici addetti, cinquemila barili di petrolio si riversano giornalmente in mare da circa 1.500 metri di profondità, e le cose possono soltanto peggiorare, visto che gli interventi non servono a nulla.

“Non si trattien lo strale quando dall’arco uscì!” ammoniva tre secoli fa Pietro Metastasio. Chi tenta di arginare le falle nel Golfo del Messico oggi fa proprio questo: cerca di trattenere una freccia già partita dall’arco.

E l’Italia? Fra l’Adriatico, lo Jonio e il Canale di Sicilia una decina di piattaforme petrolifere sono già in uso a poche miglia dalle nostre coste. Quei pozzi sono sicuri? Il dubbio deve essere sorto anche al ministero dello sviluppo economico, tant’è vero che ha disposto controlli urgenti sui pozzi petroliferi attivi nelle acque italiane e ha sospeso tutte le nuove autorizzazioni alle trivellazioni.

Ma sorgono ulteriori dubbi: e se lasciassimo perdere quelle mine non vaganti che sono le piattaforme off-shore? E se investissimo di più sulle fonti di energia non esauribili? Thomas Friedman nel suo libro “Caldo, piatto e affollato” (titolo riferito al nostro pianeta sempre più riscaldato, globalizzato e popolato) ha definito “infernali” le fonti di energia provenienti dal sottosuolo (petrolio, carbone e gas) e “celestiali” quelle al di sopra della crosta terrestre (il vento, la luce del sole, le maree). Il motivo? Semplice: le prime sono limitate, difficili da reperire e malsane. Le seconde, invece, sono inesauribili, alla portata di tutti e non pericolose. A quali fonti di energia si affidano gli esseri umani? Logica vorrebbe che le privilegiate fossero quelle celestiali. E invece no: prediligiamo e consumiamo, e in immense quantità, quelle infernali.

E allora conviene ripensare, oltre alle attività di trivellazione petrolifera off-shore, anche la definizione stessa di “Uomo”: “dicesi essere umano quel rappresentante del regno animale in cui risulta ai massimi livelli la tendenza all’autodistruzione”.

 

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