Alla ricerca dell'oste perduto

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abbuffata

La tipologia di locali che abbiamo denominato "ristoranti di servizio" è quella che desta sempre maggiori problemi di inquadramento. Avendo voluto individuare con essa dei ristoranti che, pur utilizzando materie prime di assoluta eccellenza, presentano talune criticità, ci si imbatte talora in locali un tempo già grandi, avviati verso un inesorabile viale del tramonto, ove non intervenga un colpo di reni atto a rilanciarli, ovvero in nuove realtà, per le quali taluni perduranti difetti ancora non consentono la qualifica tout-court  di eccellenti. Entrambe le situazioni aprono una "questione  di coscienza" enogastronomica.

Nel primo caso la qualifica "di servizio" risulta una capitis deminutio, che, da un lato, spiace di infliggere a vecchi combattenti dei fornelli e, dall’altro, può mettere a repentaglio la sicurezza gastrica del lettore, il quale, ove il viale del tramonto non abbia un arresto, rischia, una volta o l’altra, di seguire un incauto consiglio e di finire in un locale divenuto ormai "impraticabile". Nella seconda casistica, può accadere di essere ingenerosi, non riconoscendo a sufficienza una tensione verso la crescita, che, magari, anche nel breve periodo, raggiunge il traguardo dell’ottimo. In questa ipotesi, almeno il lettore non subisce nocumento, potendo, tutt’al più, criticare il recensore, per eccesso di severità.

Per fortuna di chi scrive il ristorante di cui parliamo oggi non presta il fianco a rovelli di coscienza: si tratta di una realtà stabile, professionale, con pregi e difetti costanti, per la quale l’inquadramento nella tipologia di "locale di servizio" sembra corrispondere ad una sorta di obiettivo conseguito, da non modificare, perché non mi pare vi sia nè l’interesse nè l’ambizione a fare di più.

La Taverna Angelica è collocata ai margini della Roma di Borgo Angelico, della Roma, cioè, intrinsecamente  papalina, a ridosso dei palazzi apostolici e prossima a Castel Sant’Angelo, ove ancora si respira, tra gli edifici, antichi, ma per lo più modesti, e le botteghe artigiane, un’aria diversa dal resto della città, di una diversità non intrisa di misticismo, ma, si potrebbe dire, di una sorta di fisiologica appartenenza ad un’altra comunità, quella del Papa, a cui si è "spontaneamente" fedeli non in quanto vertice della Chiesa Cattolica, ma perché sovrano del territorio, della patria in cui si vive e si lavora. D’altra parte, penso che sia per l’appunto questa fedeltà, di per sé separata da specifiche valenze religiose, unita ad un alto senso del dovere e dell’onore militare, che spiega, forse più di ogni altra considerazione, il sacrificio di quel glorioso drappello di Guardie Svizzere, che, in un drammatico frangente della millenaria storia della città, proprio non lontano dal nostro ristorante, si fecero coscientemente massacrare dai lanzichenecchi dell’esercito imperiale,  per consentire la salvezza del loro sovrano.

Il locale di cui parliamo, di piccole dimensioni, costituito da un unico ambiente a forma di "elle", sotto il profilo strutturale/arredativo è improntato, in via generale, ad una sobria modernità, a dire il vero un po’ "Ikea", a cui fanno da singolare contrasto degli spropositati lampadari, vagamente a forma di pagoda, la cui capacità di illuminazione è inversamente proporzionale alle dimensioni. In effetti, l’ambiente è piuttosto buio, eccessivamente rumoroso e non sempre alieno dal ristagno di sentori di cibo. Lo spazio, ancorché ridotto, è utilizzato con apprezzabile generosità: i tavolini sono alquanto distanziati, sebbene eccessivamente lillipuziani. Assolutamente spettacolare è la cantina, a vista, vero e proprio trionfo di bottiglie, collocata subito dopo l’ingresso del locale. Il cristallo del grande vano cantina opera, splendidamente, come una delle pareti del lato più lungo della "elle" e i tavoli che vi sono accostati sono certamente i più gradevoli del ristorante.

Il servizio è cortese, ma piuttosto algido e meccanicistico, con l’avvio segnato dall’offerta fulminea del solito prosecco, che, se opportunamente rifiutato, è poi implacabilmente riproposto, da ogni componente della casa che noti l’assenza dei flute dalla superficie della tovaglia. L’insieme delle proposte, spesso rinnovate, anche in ragione dell’andamento stagionale, è alquanto gradevole, con presentazione dei cibi che echeggia la nouvelle cuisine, ma con dosi non omeopatiche e decisamente in linea con le tradizioni delle trattorie dell’Urbe. In particolare l’offerta di piatti ittici, ancorchè assolutamente non derogabile rispetto alle previsioni del menù, è sempre valida, per freschezza e qualità, con alcune punte di eccellenza. Assai apprezzabili sono, comunque, anche le carni.

Tra gli antipasti meritano particolare menzione le polpettine di baccalà in vellutata di ceci  – in fondo un ottimo compromesso tra antipasto e primo piatto -, i più innovativi gamberi e valeriana con ananas e zenzero, i piatti di crudo mediterraneo, l’insalata di polipo con patate. Tra i molti validi primi lasciano un buon ricordo i paccheri ripieni di zucchine e mentuccia o le pappardelle in bianco con alici e finocchio. Tra i secondi vanno richiamate le diverse preparazioni del rombo, i "tortini" composti di alternate tipologie di pescato, il petto d’oca in variegata predisposizione. Sempre buoni i dolci - fatti in casa - e i gelati. La cantina, di cui già si è detto quanto a capacità scenica, risulta ottimamente popolata, con etichette anche importanti e ricarichi tendenzialmente accettabili.

Il ristorante si colloca in una fascia di costo media, tendente verso l’alto, con un valido rapporto qualità/prezzo.

Taverna Angelica – Roma Piazza A. Capponi, 6 – Tel.06.6874514 – Aperta tutti i giorni la sera e la domenica mattina anche a pranzo.

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