Tax

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Negli Stati Uniti d’America, la potestà impositiva fiscale si articola su tre livelli: federale, statale, e municipale. Le persone fisiche residenti negli Stati Uniti sono tassate sulla base del principio del worldwide income per i redditi ovunque prodotti. Al contrario, le persone fisiche non residenti sono tassate soltanto sul reddito di fonte statunitense. I redditi d’impresa e da lavoro autonomo concorrono alla formazione della base imponibile complessiva e tutte le spese inerenti allo svolgimento di tali attività sono deducibili, a meno che non siano state rimborsate. Sono poi soggette all’imposta sul reddito delle persone giuridiche: le società (ad eccezione delle S corporations e delle partnership, che vengono tassate "per trasparenza" in capo ai loro soci), le associazioni, le compagnie di assicurazione, le banche.

La base imponibile è composta dal reddito ovunque prodotto dalle società residenti (worldwide principle), mentre le società estere sono sottoposte ad imposizione limitatamente ai redditi prodotti a seguito dello svolgimento di attività d’impresa nel territorio, ovvero, in relazione a determinate categorie di reddito ivi percepito. A livello federale non è prevista alcuna imposta sul valore aggiunto. Tuttavia gli Stati e le municipalità prevedono l’applicazione di un’imposta sulla vendita al dettaglio, le cui aliquote variano dal 4 al 9 per cento, a seconda di dove abbia luogo la transazione.

Anche in America esiste poi l’evasione fiscale. La preoccupazione determinata dall’estendersi del fenomeno è stata anzi più volte rilanciata dal GAO (Government Accounting Office), che, in qualità di ufficio incaricato di controllare l’andamento della contabilità federale, ha riaffermato la criticità del fenomeno evasione in relazione alla esiguità delle risorse da indirizzare sui diversi capitoli di bilancio; storia purtroppo nota anche in Italia.

Il debito pubblico americano, del resto, ha oltrepassato la soglia storica dei 10mila miliardi di dollari e il deficit quella dei 500miliardi di dollari (cifra da primato rispetto ai 162miliardi del 2007). Come detto, poi, anche il gettito totale delle entrate fiscali è in calo, sia per colpa della crisi e della contrazione dei consumi, che per l’aumento dell’evasione ed elusione fiscale.

Secondo una ricerca dell’Internal Revenue Service (Irs), ovvero, l’Agenzia delle Entrate americana, già qualche anno fa (ed oggi il dato è sicuramente cresciuto) si poteva infatti stimare in ben 345 miliardi di dollari il tax-gap, cioè il differenziale tra le entrate tributarie attese e il gettito effettivo delle imposte federali. L’attività di controllo dell’Irs per porre un freno a tale fenomeno si è allora incentrata soprattutto sulle aziende di vaste dimensioni e sulle multinazionali; in particolare sulle imprese con patrimoni oltre i 10 milioni di dollari e sulle grandi società con oltre 250 milioni di dollari di patrimonio.

Anche in Italia, peraltro, è stata battuta questa strada. L'influenza della flessione economica globale sull'attività di elusione fiscale è anche oggetto di attenzione da parte del centro Jitsic, acronimo di Joint International Tax Shelter Information Centre, creato nel 2004 dalle Amministrazioni fiscali di Australia, Canada, Regno Unito e Stati Uniti (e ai quali si è poi aggiunto anche il Giappone) per cercare di frenare le operazioni e pratiche di elusione fiscale e contrastare l'uso delle società offshore.

In un tale scenario, l’amministrazione Obama, per tentare il rilancio dell'economia statunitense e per risollevare la capacità di spesa dei contribuenti, ha peraltro varato una manovra con 20 mld di agevolazioni e sconti fiscali e 30mld di spesa pubblica. Nel passaggio alla camera federale si sono però perse misure “importanti”, quali un credito d'imposta di 15mila dollari per l'acquisto di unità abitative, che poteva risollevare il mercato immobiliare e un bonus per i lavoratori sotto la soglia dei 200mila dollari l'anno, che poteva far ripartire i consumi. Allo stesso tempo sono stati poi introdotti nuovi balzelli.

Dal 1° luglio 2010, per esempio, l'Amministrazione finanziaria americana ha previsto la cosiddetta tanning tax (ossia la tassa sulla tintarella indoor). In particolare, è stata imposta una tassa, pari al 10%, sui servizi di trattamento estetici eseguiti presso i centri abbronzanti. Secondo le stime dei tecnici, peraltro, tale iniziativa dovrebbe generare un introito di 2,7 miliardi di dollari in 10 anni.

Potrà sembrare bizzarra, però se sono capaci di recuperare miliardi di dollari da una tale previsione, tanto di cappello, anche perché (almeno nella mente dei suoi ideatori) la previsione avrebbe anche una motivazione sanitaria in relazione ai possibili rischi per la salute derivanti da tali pratiche abbronzanti.
Tale tassa del resto è stata introdotta al posto della "botax", che nella originaria (e poi non approvata) versione doveva applicarsi, nella misura del 5% su interventi di chirurgia estetica. Si vede che la lobby dei chirurghi estetici è più potente di quella dei centri estetici.

A parte le facili battute sulla rilevanza o meno di tali misure impositive, resta però il fatto che negli USA gli attivisti dei Tea Party si fanno sentire, con voce sempre più forte, contro l’aumento delle tasse.
L’ex governatrice dell’Alaska, Sarah Palin, paladina dei Tea Party, ha accusato la Casa Bianca di aver aumentato l’imposizione fiscale sulla classe media fino a un terzo del reddito. A dare consistenza politica ai Tea Party sono peraltro i sondaggi.

Per un’indagine curata dalla tv Cbs e dal New York Times un terzo degli americani si identifica infatti con i Tea Party. E il fenomeno sembra diffondersi. In Italia, per esempio, gli aderenti al Tea Party nostrano si sono riuniti per la prima volta a Prato il 20 maggio scorso, protestando contro l’eccessiva pressione fiscale. Però, da noi, ancora le tasse (nemmeno quelle sulle abbronzature) non sono state aumentate. E (anche se, a dire il vero, era difficile pensare di aumentarle, vista la pressione fiscale già esistente) non è cosa da poco, visti i tempi di crisi.

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