Tax

Versione stampabile

La storia del federalismo fiscale in Italia è ormai lunga e tortuosa. Il federalismo fiscale, targato Calderoli, è già legge infatti da più di un anno (esattamente il provvedimento è stato approvato il 05 maggio 2009). La prima versione di tale normativa prevedeva, peraltro, che alle Regioni, oltre all’intero gettito Irap (almeno fino alla sua sostituzione), andasse anche un’aliquota riservata dell’Irpef.

Per strada, poi, l’aliquota Irpef riservata si è persa nelle paludi degli emendamenti.

Al posto dell’aliquota riservata, le Regioni, per finanziare le loro funzioni essenziali, debbono dunque contare sull’Irap (finchè ci sarà) e sulle compartecipazioni. Possono inoltre utilizzare il gettito dell’addizionale Irpef e i fondi perequativi.

L’elemento principale della riforma restava (e resta) comunque la possibilità di parametrare il prelievo da parte degli enti locali al costo standard dei servizi fondamentali e non più invece alle erogazioni storiche, che tanti sprechi hanno fino ad oggi prodotto. Attualmente, infatti, i trasferimenti statali alle Regioni per finanziare le funzioni essenziali (vedi, in particolare, sanità, istruzione ed assistenza) avvengono sulla base della spesa storica e con criteri incrementali.

Tutto questo però oggi è ancora solo sulla carta. La legge stabilisce infatti un periodo di due anni per pubblicare i decreti (c’è tempo dunque fino al 05 maggio 2011) e un ulteriore periodo di transizione di 5 anni.

Con il federalismo fiscale, dunque, i trasferimenti statali saranno cancellati e al loro posto le Regioni potranno applicare tributi propri e godranno di compartecipazioni con cui appunto finanziare tali funzioni ed assicurare (tramite un cosiddetto patto di convergenza) i livelli essenziali delle prestazioni a costi standard, intesi come i costi efficienti a cui presta gli stessi servizi la Regione più “virtuosa”. Per tutte le altre, per compensare le differenze, interverrà poi il fondo perequativo (come già avviene, per esempio, in Germania e in Svizzera).

La perequazione sarà quindi verticale, nel senso che l’attribuzione di risorse alle Regioni “povere” passerà attraverso lo Stato (e sarà dunque a carico della fiscalità generale): una sorta quindi di camera di compensazione.

Gli effetti concreti della riforma, ieri come oggi, dipenderanno proprio da come e se si riuscirà a dare attuazione al passaggio dal principio del costo storico a quello del costo standard, considerato che questo è il solo modo di consentire ad un sistema federalista di allinearsi alle prestazioni delle Regioni e degli enti locali più efficienti e da come tale principio verrà poi coordinato con quello della perequazione verticale.

Sul fronte degli enti locali, invece, oltre che dei tributi propri individuati dalla legge statale, essi potranno avvalersi dell’imposizione immobiliare e della compartecipazione, sia all’Irpef che all’Iva, da quantificare in funzione del contributo dato dagli stessi enti locali in termini di contrasto all’evasione fiscale. Proprio l’alleanza contro l’evasione fiscale ha anticipato, di fatto, il federalismo fiscale.

Già con la manovra d’estate 2009 si era infatti previsto che, con cadenza semestrale, il Dipartimento delle Finanze comunicasse agli enti locali l’elenco delle iscrizioni a ruolo delle somme derivanti da accertamenti ai quali i municipi avessero contribuito. Agli stessi spetta infatti una compartecipazione sugli importi incassati.

Dal federalismo potrebbe dunque emergere una razionalizzazione della spesa pubblica e (nella migliore delle ipotesi) una riduzione degli sprechi. Si parla di circa 80 miliardi di euro all’anno, ma il calcolo è molto opinabile. Un esempio lo può far capire agevolmente: il Veneto spende per ciascun cittadino 7.193,00 Euro a persona, contro una media nazionale di 10.600,00 Euro a persona. Se dunque si prendesse come costo standard quello del Veneto, la spesa pubblica si ridurrebbe di circa 500 miliardi di Euro (miliardi, non milioni). Naturalmente basta cambiare parametro di riferimento e tutto cambia (potendosi prendere, per esempio, la media delle spese delle regioni “virtuose”).

Ma il pericolo da evitare è una moltiplicazione dei centri di potere. In tal caso, infatti, vi potrebbero essere invece, senza dubbio, non risparmi ma costi aggiuntivi. Restano comunque ancora molti ostacoli sulla realizzazione di un effettivo ed efficace federalismo fiscale.

Basti pensare, infatti, che, oltre al fatto che manca ancora il definitivo assetto degli stessi enti locali e la realizzazione del Senato delle Regioni, soprattutto non si conosce ancora con esattezza la situazione finanziaria degli enti locali (compresa quella dei derivati) e quindi il loro concreto fabbisogno. Con il federalismo fiscale, inoltre, resta il problema delle Province che, oggi, costano circa 17,5 miliardi di Euro l’anno e che domani, proprio con tale riforma, potrebbero costare anche di più.

Resta comunque il fatto che la legge impone l’invarianza della pressione fiscale: in sostanza al cittadino/contribuente il federalismo fiscale non dovrà costare niente.

Già dalla scorsa Finanziaria a chi non abbia presentato un credibile piano di rientro dal deficit (si pensi al debito sanitario di Regioni come Lazio, Campania, Calabria, Molise) viene imposto l’aumento delle addizionali Irpef (+0,15%) e Irap (+ 0,3%). In conclusione, oggi, più che al federalismo fiscale siamo alla responsabilizzazione fiscale. Ma è già un inizio.

CommentiCommenti 4

Irene (non verificato) said:

COMMENTO all'articolo sul federalismo,per le frasi più incisive.
-"l’aliquota Irpef riservata si è persa nelle paludi degli emendamenti." :
>in reltà non si è persa.. ma semplicemente vi è difficoltà ad individuare i paramentri

per l'attribuzione dell'imposta alle singole regioni visto e considerato che si tratta di

un'imposta destinata a fini di stabilizzazione e redistributivi( che qualunque economista

sa sono funzioni attribuite ai governi centrali in quanto solo questi possono garantire il

rispetto di un criterio di equità complessivo, politiche di contenimento della

disoccupazione,stabilità di prezzi o riduzioni di fluttuazione economiche etc..- cfr.

Musgrave ed Oates).
-"L’elemento principale della riforma restava (e resta) comunque la possibilità di

parametrare il prelievo da parte degli enti locali al costo standard dei servizi

fondamentali e non più invece alle erogazioni storiche, che tanti sprechi hanno fino ad

oggi prodotto." :
>ebbene l'abbandono della spesa storica si era già tentato con il d.lgs. 56/2000, ma reso

difficile da concretizzarsi nella realtà dei fatti per l'impossibilità di non tenere in

considerazione l'indebitamento STORICO degli enti. Si ricorda comunque che il problema

centrale delle riforme è la perdita di finalizzazione delle risorse stanziate a copertura

della spesa sanitaria a favore di un crescente coinvolgimento finanziario degli enti

territoriali, MA a fronte del mantenimento in capo al governo centrale del potere di

determinare i livelli essenziali di prestazioni sanitarie da garantire unifomemente su

tutto il territorio nazionale (art.117 Cost. lettera m).
-"Gli effetti concreti della riforma, ieri come oggi, dipenderanno proprio da come e se

si riuscirà a dare attuazione al passaggio dal principio del costo storico a quello del

costo standard, considerato che questo è il solo modo di consentire ad un sistema

federalista di allinearsi alle prestazioni delle Regioni e degli enti locali più

efficienti":
> individuare il costo standard significherebbe costruire le funzioni di produzione, ma

non una per l'Italia, ma una per OGNI regione, o addirittura una per ogni struttura

erogatrice del servizio!Inoltre il calcolo adeguato dei costi standard dovrebbe incorporare

anche le informazioni sulla dotazione fisica e sul valore delle infrastrutture connesse

alle prestazioni dei servizi sanitari, ma c'è disponibilità di adeguate ed uniformi

informazioni finanziarie e contabili delle regioni?No, in quanto i sistemi contabili

regionali sono tra loro altamente difformi, così come a loro volta sono difformi rispetto a

quelli dello stato.Si dovrebbe pensare di ricorrere ad una coerente classificazione

economica e funzionale(sec 95 - Cofog).

Stimare i fabbisogni ed i costi standard delle regioni incontra quindi diverse
problematiche, senza dimenticare che qualsiasi stima dell'inefficienza dovrebbe rapportarsi
agli obiettivi che si intendono raggiungere attraverso l'erogazione del servizio!E' non è
così scontato come si possa pensare che basti misurarla rispetto ad un vincolo di
minimizzazione dei costi.Infatti un errore frequente nella misurazione di questa è dovuto
alla mancata distinzione tra fattori riconducibili alla eterogeneità delle determinanti
socio-economiche e fattori strutturali di inefficienza.Lo stesso Green ha evidenziato come
le forti differenze di carattere socio-economico possano influenzare notevolente il livello
di produzione dei servizi(sanitari) in ambiti territoriali differenti.Nelle regioni
italiane infatti l'effetto sull'efficienza produttiva di variabili di struttura del
servizio non è sufficiente, ma necessita la conoscenza di variabili riferibili al diverso
contesto socio-economico(tasso di disoccupazione, di istruzione, viabilità, reati contro la
pubblica amministrazione,criminalità organizzata etc..).Tali variabili spiegano
l'inefficienza nelle diverse regioni italiane e il divario tra il Nord e il Sud del paese.
Ne rileva in conclusione che un'applicazione di fabbisogni e costi standard UNIFORMI
sull'intero territorio nazionale possa difficilemte realizzarsi se non al prezzo di
considerare IRRILEVANTI le differenze economiche e sociali delle diverse regioni.
I decreti attuativi dovrebbero (come?!) pertanto evitare che il nuovo modello di
finanziamento riproponga l'accentuarsi di divergenze già di per sè esistenti.
Irene.

Francesco (non verificato) said:

Dal commento di Irene: "ma c'è disponibilità di adeguate ed uniformi informazioni finanziarie e contabili delle regioni?No, in quanto i sistemi contabili regionali sono tra loro altamente difformi, così come a loro volta sono difformi rispetto a quelli dello stato"

è un obiezione che ho già risentito, non solo per le regioni: si sta veramente cercando di dire che per gli enti locali non è possibile sapere QUANTO e DOVE spendono i loro fondi??? Se è così la risata è l'unica obiezione possibile...