Premio Letterario Coppedè/3

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Coppedè/6

E così è arrivata la fine. Il tempo si è ripiegato su se stesso ed ha ingoiato ogni cosa. Non rimane più nulla: nemmeno detriti. Sono l’unico superstite. Il resto è carne guasta. Fatico a ricostruire gli avvenimenti, ma è necessario. Per troppo tempo ho conservato il segreto.

Il mio nome di battesimo è Gualtiero. Sono l’ultimo rampollo di una nobile stirpe: i miei genitori si trasferirono in questa dimora alla fine degli anni Quaranta, attratti dall’esotica foggia di questo quartiere. Sono sempre vissuto qui, dove sono nato, dove mia madre è morta. Sono cresciuto dentro una fiaba, un palazzo scaturito dai sogni di un essere soprannaturale. Ho sempre guardato la mia casa e quelle limitrofe con gli occhi attoniti di chi non distingue la realtà dalla fantasia. Non sono mai andato a scuola. Ho trascorso la mia infanzia tra i libri di famiglia, impedito ad uscire in quella disperata e poco raccomandabile Roma post-bellica. Scrivevo poesiole ispirate da quelle costruzioni oniriche. Strisciavo lungo le pareti, giocando a rimpiattino con la luce che penetrava dalle innumerevoli finestre. Osservavo la polvere altalenante nei raggi del sole che cadevano obliqui sui pavimenti di legno. La mia prima allucinazione coincise con la rottura delle tubature al piano superiore. Forse fu la visione della macchia d’acqua che si allargava sulla mia testa, come un’ombra pronta ad inghiottirmi. Magari il gocciolio che sentii per tutta la notte, prima che mio padre si avvedesse del danno subìto. Da allora i miei pensieri non sono mai più stati gli stessi.

Mi riferirono che per tre giorni e tre notti fui sconquassato da una febbre altissima: io ricordo solo un opprimente mal di testa e la mano di mia madre che mi bagnava la fronte con una pezza intinta nell’aceto. Mi parve di essere mancato anni e di essere tornato già vecchio. Il rumore della cazzuola che gli operai battevano sul muro della mia camera per riparare il guasto provocava un’eco nella mia testa, come se la mano invisibile di un fantasma martellasse direttamente il mio cranio. Fu la prima volta che sentii la Voce. Nel frastuono, sussurrò al mio orecchio: libera nos. Nessuno nella stanza, tranne mia madre, era con me. Appena tredicenne, mi portarono dai più valenti dottori della città e tutti ipotizzarono una forma di un disordine mentale ignoto, derivante probabilmente da un sovraccarico del mio delicato sistema nervoso. Mi fu proibito di uscire. Per tutelarmi, per vergogna. Il tempo divenne diverso: si dilatava o si fermava. In un istante, una mattina diventava sera e un pomeriggio durava giorni.

Mia madre è morta una mattina di giugno: la sua salute delicata era peggiorata col procedere del mio deperimento fisico e psichico, e il suo povero cuore non aveva resistito al dolore. Mio padre è incanutito precocemente: chiuso sempre di più nei suoi affari si assentava per lunghi periodi. Anni. Forse giorni. Sono cresciuto solitario e rachitico, uscendo per brevi e rare passeggiate nel quartiere. Fantasticavo per ore e, non infrequentemente, per giorni e notti su qualche particolare della mia casa: un fregio decorato, un doccione della grondaia. Mi dondolavo avanti e indietro per assecondare la cadenza regolare e ossessiva dei pensieri che mi assalivano. La Voce tornava come un’eco, improvvisa, mentre scivolavo silenzioso per le stanze dell’enorme casa vuota: gabbia prigioniera. Stralci di parole che ripetevo per giorni e giorni, fino a quando il loro suono non aveva più un senso: diventavano spettri anch’esse. In uno dei miei pomeriggi lunghissimi, bevendo un bicchiere d’acqua in cucina, udii di nuovo la Voce: io sono. Mi voltai di scatto, ma non c’era nessuno. Poi un rumore mi disturbò; rimasi a fissare le mie mani vuote e i vetri del bicchiere sparsi sulle maioliche della cucina, finché le ombre della sera mi costrinsero a smettere. Dopo quell’avvenimento, fui costretto a letto per molti mesi da una sfibrante agitazione che non voleva abbandonarmi. Deperii ancora e visibilmente: quando infine potei alzarmi, ero talmente devastato nel sembiante che la mia governante scoppiò in un pianto dirotto. Lei è stata l’unica a rimanermi sempre accanto, aiutandomi a sbrigare le faccende domestiche.

Avevo deciso di visitare altri medici, nella speranza che la mia malattia trovasse finalmente un nome e una cura. Avevo provato persino a partire, ma una forza sconosciuta e invisibile mi teneva prigioniero nella casa. Mi era impossibile abbandonarla. Appartenevo a quel luogo. È stato in quel momento che ho iniziato ad odiare il quartiere Coppedè. Tutto era cominciato lì. Osservavo la vita della città scorrere al di fuori delle mie mura e mi sentivo catturato in un incubo. Mi accorgevo degli scricchiolii dei mobili, degli sbuffi delle tubature arrugginite. Nelle stanze vuote, avvertivo fruscii e cigolii ingiustificati. Ho osservato meglio i villini vicini. Mi sono soffermato su un dipinto. Dinanzi ai miei occhi, le figure sono diventate mostruose. Forse uno scherzo della luce, lo stormire di un albero. Udivo il riso delle tre donne greche. I particolari della composizione colpivano il mio cervello come sciabolate, trafiggendolo. L’improvvisa mutazione m’inchiodò nella stessa angosciosa posizione per ore. Intuivo lo sgomento dei miei vicini. Avevano paura di me. Loro non sapevano che le case vivevano. Poi, tutto è precipitato.

Mio padre è venuto a mancare ieri notte. Forse ieri l’altro. L’ho trovato rigido, riverso sull’ottomana. Sembrava dormire. Mi sono avvicinato al suo cadavere immobile. Gli ho preso la mano gelida e in quel preciso istante ha spalancato gli occhi, roteandoli verso di me; le sue labbra si sono mosse al rallentatore: alterarsi. È stato un attimo. Un battito delle mie ciglia, e lui ha ripreso la sua immobile fissità. Spaventato, mi sono rifugiato in cucina. Ero convinto che solamente la fuga mi avrebbe restituito la ragione. I pensieri sono diventati sempre più cupi, trascinandomi in una spirale delirante. Non so quanto tempo sia trascorso. È caduta la notte. Lentamente mi sono alzato, deciso a fuggire lontano. Poi ho iniziato a correre per le stanze vuote. Con il cuore nelle orecchie, mi sono gettato sulla pesante porta d’ingresso. Ho afferrato il pomello e ho tirato con tutte le mie forze: lei ha opposto resistenza e io ho urlato. Finalmente si è spalancata e mi sono ritrovato fuori: le case si sono piegate in avanti, la strada mi è scivolata sotto i piedi. Mi sono gettato tremante nella Fontana delle Rane di Piazza Mincio. Speravo che l’allucinazione mi abbandonasse. Quando sono riemerso, tutte le case erano rivolte verso di me: le teste di leone, i fregi e perfino i dipinti gemevano e si lamentavano. Mi sono sollevato con lentezza dall’acqua, paralizzato dall’orrore. Tutte le voci sono diventate una: "Gualtiero!" , era la voce che sentivo nella mia testa. "Chi sei?" ho urlato. "Sono polvere sotto le tue scarpe e forza che spinge le nuvole. Non puoi comprendermi. La parola è abito stretto. Vengo da un luogo prima del Tempo. Sono voce dai molteplici occhi". "Lasciami in pace!" i miei singhiozzi tremavano. "Ascoltami! Roma è abitata da uomini che non più lo sono. Ovunque domina Ferro: i nemici hanno preso il sopravvento. Sogni hanno abbandonato la città". "Cosa vuoi da me?" ero caduto in ginocchio. "Coppedè ha costruito questo rifugio, ma la malta grezza del materialismo si è infiltrata anche qui, incrostandosi su un banale guasto. Non sei tu il pazzo. Sono loro. Apri gli occhi".

Mi sono risvegliato nella mia stanza, solo. Il vestito che indosso è bagnato. La mia casa non è la mia dannazione: mi ha salvato. Ho pensato a mio padre, immobile nella stanza accanto, e alla città brulicante di esseri corrotti. Ho preso il mio volto tra le mani e ho pianto.

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