Un racconto per una canzone

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Può sembrare strano, ma anche a New York capita di annoiarsi. Soprattutto quando in tasca hai soltanto una manciata di dollari per una corsa in metro e, forse, un paio di lattine di birra da ingollare su una panchina o sopra un muretto. Al massimo, quando i vecchi si decidono a mollare qualche spicciolo in più, si può decidere di fare un salto in un locale di strip, ma, diciamocelo, non è certo la vista di qualche centimetro in più di carne femminile a dare all’esistenza il senso che dovrebbe avere quando si è giovani e forti e si vorrebbe spaccare il mondo ogni maledetto giorno.

Di certo non è così per Joey, Johnny e Dee Dee. A pensarci bene, la soluzione ci sarebbe. E neanche difficile da immaginare. Nella Grande Mela tutti sembrano aver messo su una band nella prima metà degli anni Settanta. C’è fermento ovunque. Non passa un minuto senza che un manipolo di adolescenti brufolosi riesca a trovare il modo di procurarsi una qualche rudimentale attrezzatura e si chiuda in una cantina a buttar giù un giro d’accordi e un paio di colpi di rullante nella speranza di emulare i propri idoli. Ecco, il problema è proprio questo: i gruppi che sembrano andare per la maggiore, oltre agli inarrivabili Beatles, Led Zeppelin e Rolling Stones, sembrano tutti composti da giovani "marziani" con una predisposizione alla musica complicata. Yes, Emerson Lake & Palmer, King Crimson. Li vedi abbarbicati sui palchi, mentre ti rovesciano addosso un profluvio di scale strane, tempi dispari, tastiere impazzite, trame sonore dall’architettura più complicata di un’acquaforte carceraria di Piranesi. E, sì, saranno anche bravi, tecnicamente eccellenti nella loro commistione di rock e musica colta, però bisogna ammettere che dopo cinque minuti della loro tiritera a sette note si avverte netta l’esigenza di qualcosa che suoni in modo più energico, viscerale. Qualcosa che, molto semplicemente, ti faccia ballare, saltare, urlare, senza essere costretto a startene con gli occhi incrociati sotto lo stage a cercare di tener dietro ai loro funambolismi strumentali.

Per fortuna nei locali della città, soprattutto in quelli peggio frequentati, capita di potersi imbattere, di tanto in tanto, anche in qualcosa di diverso. Gli Stooges di James Williamson e Iggy Pop, per esempio. E le New York Dolls. Sì, soprattutto loro, con quel sound caciarone e sgangherato e quell’attitudine così follemente votata al divertimento e alla follia. Le loro gigs sono proprio quello che ci vuole per trascorrere una serata come si deve e incontrare qualcuno che ne abbia le tasche piene del progressive e delle sue eccellenze esecutive.

E così succede che tre amici sintonizzati sulla medesima lunghezza d’onda, rottura totale con il mainstream musicale dell’epoca, decidano di far causa comune, incontrandosi a casa di uno di loro per dar vita ad un gruppo. Johnny, Joey, Dee Dee (c’è anche Ritchie che, però, si tirerà fuori poco tempo dopo) e non possono certo immaginare che da quella prima riunione piena di belle parole e speranze stia per prendere l’abbrivio una delle più importanti rivoluzioni culturali del vecchio millennio, il punk rock. L’unica cosa che vogliono, nonostante siano a malapena capaci di imbracciare uno strumento e riconoscere un accordo, è fare casino e trascinare la gente come loro. E così decidono di buttarsi a capofitto in quella nuova scena alternativa che le Bambole stanno lanciando.

C’è un’ideologia molto importante a guidarli: loro sono una squadra, uno per tutti, tutti per uno. Niente a che vedere con gli egoismi e i primadonnismi che sembrano caratterizzare la maggior parte delle band che hanno successo negli Stati Uniti e Oltremanica. Se mai arriveranno a qualcosa, ci arriveranno insieme. È per questo motivo che ognuno di loro sceglie di aggiungere al proprio nome un cognome d’arte uguale a quello degli altri: Ramone (secondo la leggenda, in onore di un nickname scelto da Paul McCartney per la sua prima tournée). Quindi: Johnny Ramone, Joey Ramone, Dee Dee Ramone. In una sola parola: i Ramones.

La storia ha inizio quando il loro amico Tommy Erdélyi (tra le altre cose, compagno di scorribande di Johnny Thunders nelle sue prime sortite inglesi) si offre quale loro manager, procurandogli prima una sala prove e, dopo poco tempo, la possibilità di esibirsi dal vivo presso il Performance’s Studio. Quel lontano 30 marzo del 1974, nel locale sono presenti scarse tre dozzine di persone, eppure ancora oggi, a quasi quaranta anni di distanza, sono centinaia coloro che affermano di aver presenziato al loro battesimo. Battesimo sfortunato, bisogna dirlo: i ragazzi – Johnny alla chitarra, Joey alla batteria, Dee Dee al basso e alla voce – danno vita ad una performance davvero scadente a leggere i resoconti dell’epoca, con un’approssimazione esecutiva spaventosa e un frastuono d’insieme che difficilmente può essere definito musica. Eppure, fin da questa prima uscita live, si riesce facilmente a intuire il potenziale del gruppo, che vanta un repertorio composto da una manciata di canzoni suonate con una velocità e una furia fino ad allora sconosciute nel panorama rock newyorchese (mondiale, bisognerebbe dire).

Dunque, nonostante i pessimi riscontri, i ragazzi non si abbattono e continuano a provare e riprovare quelle loro rivoluzionarie ancorché rozze composizioni. Tuttavia, data anche la scarsa vena vocale di Dee Dee, decidono di cambiare le competenze all’interno della line up, con Dee Dee che cede il microfono a Joey, il quale, a sua volta, abbandona la batteria per far posto a Tommy, che lascia il suo ruolo dietro le quinte per trasformarsi nel motore ritmico della band. È l’atto primo di una delle avventure più eccitanti che la storia del rock ricordi: infatti, tanto l’avvento dietro le pelli dell’ex manager, quanto la promozione di Joey a frontman, consente ai ragazzi di trovare la perfetta quadratura del cerchio. Nascono ufficialmente i "Fast Four" e, da questo momento in poi, anche un nuovo modo di concepire e fare musica.

La formula è la seguente: Tommy scandisce il tempo sulle bacchette – one, two, three, four! – e parte a cento all’ora, Johnny spara senza preamboli il riff, Dee Dee raddoppia la prestanza ritmica con le sue linee di basso semplici e Joey attacca a cantare. Le canzoni hanno una struttura elementare e gli arrangiamenti ridotti al minimo (un a solo neanche a pagarlo oro!), constano di quattro accordi a esagerare e durano due, al massimo tre minuti. Si parte tutti insieme, come missili. Strofa-ritornello, strofa-ritornello. Fine. E subito un altro pezzo. Normale che il set si esaurisca nel giro di quindici minuti, ma… niente paura! Si ricomincia: stessa scaletta ancora una volta, o due. Senza fermarsi mai, senza sprecare un istante. Sempre al massimo della velocità. A sancire ulteriormente la posizione iconoclasta rispetto ai loro colleghi, interviene anche un’altra fondamentale scelta, quella del look: se nelle prime esibizioni, infatti, era possibile riscontrare ancora un qualche retaggio glam nel loro abbigliamento, ben presto, soprattutto grazie alla felice intuizione e alla grande disinvoltura comportamentale di Johnny e Dee Dee, i Ramones cominciano a presentarsi in scena con la "divisa"che li contraddistinguerà per la loro intera carriera e che verrà adottata da decine di milioni di ragazzi, musicisti e non, negli anni a venire. Jeans strappati, giubbotto di pelle e scarpe da ginnastica. Come a dire: questo è quello che siamo, questo è il modo in cui abbiamo intenzione di esprimerci. Non ci cambierete.

La gente sembra apprezzare, visto che ben presto, grazie al solo passaparola, i loro concerti si fanno sempre più affollati, attirando personaggi famosi della scena musicale ed artistica della Grande Mela come Lou Reed e Andy Warhol. La portata del loro approccio così disinvolto e personale alle regole non scritte del rock, continua ad essere, però, un vero scandalo per l’epoca. Non sono pochi quelli che li ritengono un’offesa alla concezione stessa dell’essere musicista o, al massimo, uno scherzo sonoro di pessimo gusto che non potrà che avere vita breve. E invece i Ramones vanno, migliorano a vista d’occhio sia dal punto di vista musicale che da quello della coesione tra loro, cominciando a macinare un concerto dopo l’altro nella zona di New York e dintorni e divenendo in breve una delle principali attrazioni del neonato CBGB’s, un locale fumoso e puzzolente situato al 315 di Bowery Street, che presto si trasformerà nel fulcro della nuova scena cittadina ospitando, oltre ai nostri, anche Patti Smith, Blondie, Television, Talking Heads, Heartbreakers, Dictators, Cramps e tutti i più importanti gruppi americani e non degli anni Settanta-Ottanta.

A questo punto, quello che manca è un disco, una serie di solchi di vinile nei quali incastonare un bel po’ di canzoni che possano essere ascoltate anche a casa e, magari, passare per radio permettendo ai ragazzi di estendere la loro audience. La Sire di Seymour Stein fiuta il possibile affare e mette sotto contratto i quattro. Nel febbraio del 1976, in poco meno di due settimane, i quattro completano il loro full-lenght d’esordio con una velocità disarmante, che interessa anche la realizzazione dell’ormai leggendaria copertina del lavoro, una foto in bianco e nero del gruppo catturato da Roberta Bailey nell’angolo appena dietro al CBGB’s. Judy is a punk, Now I wanna sniff some glue, Beat on the brat, I wanna be your boyfriend e, soprattutto, l’anthemica Blitzkrieg bop… Ognuna di queste canzoni è già una pietra angolare nelle esibizioni dal vivo del gruppo e la speranza è che almeno una di esse possa fungere da volano alla diffusione su larga scala del disco in terra americana.

Purtroppo però, come già sottolineato in precedenza, i gusti dell’epoca sembrano essere orientati su un genere molto più articolato e tecnico e così, per quanto i riscontri commerciali siano senza dubbio incoraggianti, l’album non sfonda, inaugurando un’incomprensibile serie di mancati successi che tormenterà la band nel corso della sua intera attività. Poco male, comunque, perché i Ramones sono una macchina da guerra e il loro campo di battaglia ideale continua ad essere il palco.

Caricati strumenti e bagagli su un furgone (e vale la pena sottolineare come, anche all’apice della fama, i quattro componenti del gruppo abbiano sempre continuato a viaggiare insieme su un furgone), cominciano a girare il paese, elettrizzandolo al loro passaggio. La tappa successiva, non può che essere il primo tour in Inghilterra, dove trovano un pandemonio: in terra d’Albione, infatti, ci sono un bel po’ di gruppi che hanno preso alla lettera la loro pur cronologicamente breve lezione estetica e musicale, generando una scena punk che sembra essere assai più articolata e ricca di potenzialità rispetto a quella statunitense. I Sex Pistols, i Clash, i Damned e i Crass hanno cominciato ad imperversare nell’isola e di lì a poco, soprattutto i primi due, riscuoteranno un enorme successo vendendo centinaia di migliaia (anzi, milioni) di dischi.

I quattro ragazzi di Forest Hills vengono accolti come eroi e tutti i futuri protagonisti di quegli anni, da Johnny Rotten a Joe Strummer, da Mick Jones a Sid Vicious, sono sempre presenti alle loro esibizioni e fanno a gara per conoscerli e trascorrere con loro qualche folle dopo-concerto. Insomma, per i Ramones è un successone e un’enorme iniezione di fiducia. Il ritorno negli Stati Uniti li vede di nuovo in studio, dove, ancora una volta in tempi record, incidono il loro secondo 33 giri, Leave Home, un lavoro a due facce: penalizzato, infatti, da una produzione troppo dura rispetto alle peculiarità sonore dei ragazzi, il disco annovera comunque alcune delle canzoni più belle e conosciute del loro repertorio (tanto per citarne qualcuna: Glad to see you go, I remember you, Carbona not glue, California sun), che, nella dimensione live, rivelano una straordinaria potenza e orecchiabilità. A questo punto, i ritmi si fanno frenetici: il tour di supporto prevede concerti a cadenza quasi giornaliera e, per quanto il set standard duri non più di quarantacinque minuti, le migliaia di chilometri macinate e la forzata convivenza quotidiana creano qualche normale frizione all’interno del gruppo che, tra l’altro, soprattutto nelle figure di Joey e Dee Dee, non lesina certo in stravizi.

In ogni caso, si tratta di normalissima amministrazione, perché la band è forte e compatta e dopo un nuovo tour in Inghilterra, torna per la seconda volta in studio. Il risultato è Rocket to Russia, terza release in poco meno di due anni e vera e propria pietra miliare nella storia della musica rock americana. Sonorità bilanciate, maggior cura della parte tecnica, testi ironici, il lavoro può essere (e viene spesso) considerato come il miglior album della band, grazie anche ai classici Rockaway beach, Cretin Hop e la cover dei Trashmen Surfin’ bird. In perfetta linea con i suoi predecessori, anche Rocket to Russia non sfonda in classifica, ma dà alla band la possibilità di lanciarsi in un ennesimo, estenuante tour che si conclude il 31 dicembre del 1977 con lo show al Rainbow Theatre di Londra.
Questo indimenticabile concerto, dal quale viene tratto uno dei migliori dischi dal vivo nella storia della musica rock, It’s Alive, può essere considerato uno spartiacque molto importante nella carriera dei Ramones, visto che, di fatto, determina la chiusura del ciclo dei Fast Four: di lì a poco, infatti, Tommy, che fin dal suo ingresso nella band aveva sempre manifestato una certa avversione alla vita randagia e sregolata delle rockstar perennemente in viaggio da un posto all’altro, decide di tornare dietro consolle e scrivania, lasciando le pelli a Marc Bell, da allora in poi Marky Ramone.

È l’inizio di una nuova stagione: se, infatti, l’abbandono di Tommy non rappresentò che una brevissima battuta d’arresto in termini cronologici, lo stesso non si può dire dal punto di vista della coesione della band, all’interno della quale cominciarono a sorgere problemi di leadership e di vedute artistiche che si protrarranno, in qualche modo, fino allo scioglimento del 1996. Niente di innaturale, d’altronde. Quando all’interno di una famiglia viene a mancare l’elemento che modera e armonizza i contrasti, è difficile mantenere la situazione sotto controllo e andare avanti con lo stesso spirito d’unione (anche se i Ramones, è bene dirlo, ce la fecero). Inoltre, ed è un aspetto nient’affatto trascurabile, per quanto Tommy Ramone non possa essere considerato uno strumentista d’eccellenza, ha comunque rappresentato uno dei prototipi più significativi di batterista e musicista rock a tutto tondo, grazie alla capacità di particolarizzare in modo inequivocabile il suo drumming (seppur nel senso della pura velocità esecutiva) e, ancor di più, di trasformare, anche nella sua veste di produttore della band, le limitate capacità tecniche di quattro ragazzi di Forest Hills in uno dei sound più ammirati e rispettati nella storia. Un risultato reso ancor più significativo se si pensa che dopo la sua uscita, il combo newyorchese ha avuto la possibilità di lavorare con alcuni tra i migliori produttori discografici del mondo (tra i quali non può non essere ricordato Phil Spector per End of the Century) senza riuscire mai ad eguagliare la freschezza sonora del periodo Fast Four.

La carriera dei Ramones, comunque, proseguirà per altri vent’anni e li vedrà toccare ogni angolo del globo. Oltre al già citato Marky, anche Cristopher Joseph Ward, alias C.J. Ramone, entrerà a far parte della famiglia nel 1989 al posto del dimissionario Dee Dee (che, in ogni caso, continuò sempre a collaborare e a scrivere canzoni per la band) e si farà valere fino ad Adios Amigos e al successivo, ultimo tour di supporto per il Greatest Hits.

L’avventura dei "fratelli" di Forest Hills si conclude il 6 agosto del 1996 al Palace di Los Angeles con il concerto (sembra un’enormità anche solo pensarlo!) numero 2263, al quale intervengono una miriade di ospiti eccellenti, tra i quali il loro amicone Lemmy dei Motörhead, Eddie Vedder dei Pearl Jam, Chris Cornell dei Soundgarden e Tim Armstrong dei Rancid. Piace ricordare, in questa stessa circostanza, il ritorno al basso di Dee Dee, che certo non poteva mancare in un’occasione così speciale. Allo scioglimento, come spesso succede, segue una riscoperta su scala sempre più vasta del peso specifico esercitato dal gruppo nella storia della musica. E, per quanto la cosa lasci l’amaro in bocca, finalmente si comincia a parlare dei Ramones in termini di unanime grandezza. Il 18 marzo del 2002, con una cerimonia svoltasi presso il Waldorf Astoria di New York, il nuovo status di leggenda viene sancito con l’ammissione alla Rock'n' Roll Hall Of Fame (primo gruppo punk nella storia) in un tripudio di onori e commozione, anche perché a questa grande festa manca il cantante Joey, deceduto un anno prima a causa di un tumore. Due mesi dopo, se ne andrà anche Dee Dee (stroncato da un’overdose) e nel 2004 sarà il turno di Johnny (un male incurabile anche nel suo caso).

Il triste epilogo dei tre membri fondatori, comunque, non scalfisce minimamente la fama e l’immortalità della band che ancora oggi continua a dispensare a milioni di aspiranti musicisti una lezione fatta di semplicità, fratellanza e attitudine. Tre qualità senza le quali non è possibile, in nessuna epoca, sperare in un’avventura a sette note grande come la loro. E allora, come avrebbero detto in Blitzkrieg Bop: HEY HO, LET’S GO! Il mito continua.

 

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