"Per la verità, per Israele"/16

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Voglio essere esemplare, completa e non ipocritamente dotta, né corretta; oggi che l’oscura contabilità del tempo mi dà voce. Tempo ove si malvive, già malvissuti ovvero sopravvissuti a un olocausto minimo, vittime corresponsabili di fascinazioni e di mode temporanee dello spirito, sovente affranto, di regole idealmente libertarie, concretamente liberticide; regole tenebrosamente demagogiche, astute trappole d’ingegni depravati che predicano l’homo homini lupus cosmetizzato da libertà, per lo spirito innanzi tutto, per la materia poi. Da qualche tempo tutti sembrano avere diritto a tutto, tutte le scuse del mondo rimpallate l’un l’altro, in ossequio a quell’oscura microfisica del potere che cominciò a germinare quando ero ancora una bambina, e che pertanto non avrei potuto apprezzare.

L’abuso del falso rispetto per gli usi e i costumi altrui è diventato una pratica imbarazzante ancorché vomitevole, con mille scuse ai popoli, ma sarebbe meglio dire alle etnie, che conservano barbare tradizioni localistiche, soggette a esportazione, talora capaci di suggestionare gli ignoranti, ma commendevoli in quanto i popoli avrebbero da essere infine tutti fratelli, che uniti da uno stolido quanto impraticabile sinergismo religioso, che sia Manitù – da non confondersi con Manitoba luogo di produzione dell’omonima farina – o Geova non cale, dovrebbe essere sempre la stessa solfa.

Allora, in un’epoca inaugurata dal Santo Padre Wojtyla, che ha peregrinato chiedendo scusa a dritta e manca, con commendevole umiltà, esercitando con grande passione l’autorità che aveva per farlo, si è aperto il varco rovinoso a quel relativismo che il professor Ratzinger – chiamato controvoglia a un incarico poco adatto, in tempi dove tutto è spettacolo, a un intellettuale puro – sta strenuamente combattendo. In tutto questo carnasciale di “scusi tanto”, “ma si figuri”, “ma scusi lei”, se non alla luce fioca del lucignolo della Nemesi si giustifica la proterva ostinazione di molti nel non riconoscere lo stato di Israele e il suo diritto a esistere.

Israele non esiste e pertanto non deve difendere il suo territorio, come se mai nessun riconoscimento legale, partorito da un qualche sommo consesso di ottimati planetari, fosse mai stato condiviso, come se nel lento compiersi di un perenne accordo fra popoli che desiderano la pace, interminabilmente si trascendesse, solo per il piacere di farlo, la cruda realtà, con tutti i vantaggi e gli svantaggi delle nozze combinate ma destinate a non consumarsi mai, né a essere annullate.

Finché nei sussidiari dei piccoli palestinesi, educati alla scuola dell’odio suicidario, non ci saranno disegnati i confini di quello stato d’Israele che per loro non ha nome né forma, nessuno di noi, mi riferisco a quelli che credono nella bontà delle regole democratiche e o almeno in quello che di tali regole ancora resta nel comune sentire, non ci potrà mai essere amore in quelle contrade.
Fui a Gerusalemme, sola con una variegata pattuglia composta da cinque suore, di cui due di un ordine derelitto, monache vecchie con le calze lise sui talloni; due coppie quidam di sposi celebranti le nozze d’argento, col rito del diploma di riconferma del sacramento da riceversi in quel di Cana; e una popolana romana devota a ogni santo di noi italiani e le sue due figlie al seguito, di cui una impiegata delle Poste.

Di quel viaggio proletario ho riportato delle immagini indietro, in cui poco a poco sono annegati i dettagli, le suore povere con le scarpe crepate, il previtocciolo messicano con le orecchie a ventola e le braghe della tuta; il carabiniere che festeggiava le nozze d’argento sempre armato di un borsetto a tracolla, per salvare l’immagine fondamentale, che gli israeliani, upper class e buzzurri, anche se in verità di buzzurri in quanto tali non ne intercettai, saranno un giorno quella stessa terra dove tanto faticosamente ed eroicamente sono ritornati a vivere e nessuno potrà cacciarli, né riscattarli.

Un riscatto dunque, che non è nemmemo alla portata dei miei conati di avulsa gentile, per le emozioni tradite di fronte alla città vecchia di Gerusalemme, strattonata dalla popolana romana con le due figlie al seguito, che si affannava all’incetta di ogni ammennicolo paleocristiano, tipo le palle con la neve sintetica, perché a nulla ci servirebbe la Memoria se fosse rigorosamente fedele. Quando sono stata a Gerusalemme e ho visto gli ebrei che ci vivono ho sentito quello che si sente quando si incontra qualcuno che si amerà; come il ricordo impreciso, ma via via delineantesi di un’immagine che nel santuario privato, nell’intimo, l’attesa, la vigilante attesa dell’altro ha portato alla perfezione. E ora mi fermo perché questo non è un più un appello, ma un solitario canto d’amore.

(Tratto da Il Foglio)

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