L'eversione rossa non ebbe una sola mente

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potere operaio

È vero, come sostiene tra gli altri lo storico Galli della Loggia, che fra il 1943 e il 1945 l’Italia non fu spaccata in due da una guerra civile; infatti solo un’esigua minoranza della popolazione si schierò su uno dei due fronti. Ma è noto quanto le avanguardie combattenti si fronteggiassero aspramente e non fu semplice mettere loro un freno con le firme sul trattato di pace (o meglio il “dettato di pace” come riconobbe amaramente Croce). Se dopo Jalta l’ordine di Stalin bloccò il tentativo di insurrezione sovietica dei comunisti italiani e (con qualche ritardo) lo spargimento di sangue dei vinti, gli ultimi irriducibili fascisti delle “Squadre armate Mussolini” furono invitati alla resa definitiva dagli ultimi gerarchi in clandestinità.

Il Partito Comunista ed il Movimento Sociale entravano nel sistema democratico, i primi puntando quasi tutto sulla conquista della "egemonia culturale" come suggerito da Gramsci, gli altri stemperando le ali estreme (spiritualisti di destra, socializzatori di sinistra) ed alleandosi con i monarchici. Nel 1960, dopo la guerriglia di Genova ed il conseguente fallimento del governo demo-missino di Tambroni, prese il volo la vulgata antifascista della Liberazione popolare e si edificò l'"arco costituzionale", ovvero l’esclusione a priori del Msi da consultazioni e formazione di governi (fu Craxi a buttarlo giù nell’83). Furono le scosse del ’68 a riportare in superficie dopo un ventennio di scorrimento carsico la guerra civile di minoranze rosse e nere che si sentivano ormai tradite dai partiti cardine delle loro parti politiche.

Il segnale d’inizio ostilità fu la strage di Piazza Fontana, forse responsabilità, secondo l’ultima sentenza giudiziaria (della Corte di Cassazione nel 2005) di Franco Freda e Pietro Valpreda, “nazimaosti” gravitanti intorno al gruppo "Ordine Nuovo" di Rauti (che proprio quell’anno rientrava nel Msi ormai nelle mani di Almirante), ma è noto quanto la vicenda sia ancora tutt’altro che chiarita. Furono però le avanguardie culturali ed armate di ispirazione marxista a gettarsi all’attacco contro neofascisti (che cominciarono a reagire solo verso la metà dei ’70), “nemici si classe” ed istituzioni dello Stato.

È in questo momento, il 1969, che si inserisce la ricostruzione storica e giudiziaria degli anni di piombo illustrata in Terrore rosso. Dall’Autonomia al partito armato (edizioni Laterza) da tre firme distinte con tre compiti differenti: il giornalista Michele Sartori, ripercorre la storia criminale del terrorismo rosso fino ai primi anni ‘80, il magistrato Piero Calogero, intervistato da Silvia Giralucci, racconta le indagini da lui avviate e le conclusioni processuali, Carlo Fumian (professore di Storia Contemporanea presso l’Università di Padova) collega il fenomeno del terrorismo politico italiano con quello mondiale e con la strategia dei servizi segreti deviati (e forse della Cia) e dà qualche dato significativo: in Italia dal gennaio 1969 al dicembre 1987 si contano 491 vittime, 1181 feriti e 14591 atti di violenza motivati politicamente; tra il 1976 e il 1980 le violenze politiche furono 9673 (una media di 5 al giorno).

Buona parte del rinnovato tentativo di rivoluzione sovietica ebbe per teatro il Lombardo-Veneto, principalmente le province di Milano, Venezia e Padova. Il volume infatti si concentra proprio su quella parte d’Italia, anche perché fu il campo d’azione sovversiva, pratica e teorica, del professor Antonio Negri, uno dei fondatori ed il principale ideologo prima di "Potere Operaio", in seguito di "Autonomia Operaia Organizzata". Negri fu arrestato (assieme ad altri compagni di lotta come Oreste Scalzone e Franco Piperno) il 7 aprile del 1979 proprio per ordine di cattura firmato da Calogero, allora sostituto procuratore di Padova. L’accusa era di “associazione sovversiva” e “concorso in banda armata” per aver “organizzato e diretto una associazione denominata Brigate Rosse”.

Passò così alla storia con il nome di “teorema Calogero” l’idea che Negri fosse il burattinaio occulto di tutta l’eversione rossa, idea rafforzata dal giudice istruttore di Roma Achille Gallucci che spiccò contro di lui un mandato di cattura per “insurrezione armata” e per il sequestro ed omicidio di Aldo Moro. Negri, eletto nelle liste del Partito Radicale, ottenne però l’immunità parlamentare e fuggì in Francia dove continuò con successo la carriera accademica fino al ritorno in patria, nel 1997, per saldare i conti con la giustizia. Su di lui pendeva una condanna a quasi 17 anni di carcere: i tribunali avevano riconosciuto il suo ruolo di mandante ed istigatore di omicidi, rapine, devastazioni, insurrezioni urbane, ma il “teorema” non aveva trovato riscontri.    

Eppure Terrore rosso ancora insiste sul ruolo più o meno occulto di Negri nella formazione di un unico fronte rivoluzionario. E non manca di offrir prove: già nel ’71, ad esempio, si parlava di “partito armato” all’interno di Potere Operaio (per la precisione ne parlava Pancho Pardi, futuro leader girotondino), ed il professore scriveva per la prima vota quella definizione del nemico resa poi famosa dai comunicati delle BR, quella di “Stato Imperialista delle Multinazionali”; inoltre le organizzazioni di Negri si spartivano armi comprate dai fedayn palestinesi con Brigate Rosse (ed anche con la Rote Armee Fraktion tedesca) ed i vertici di PO ebbero rapporti sia con Giangiacomo Feltrinelli che con Renato Curcio.

È anche vero che Negri teorizzò per primo il “salto di qualità” poi compiuto dalle BR di Moretti: l’abbandono delle azioni di “retroguardia” ai danni dei neofascisti per concentrarsi nella lotta accanita al Pci ormai “socialdemocratico” e ad ogni possibilità di compromesso storico con la Democrazia Cristiana. Ormai noto è anche il ruolo svolto da alcuni esponenti autonomi (come Lanfranco Pace) nelle trattative per il rilascio di Moro in cambio di legittimazione politica dei brigatisti da parte dello Stato. Probabile è che PO e Autonomia fossero realmente organizzate su di un doppio livello, uno manifesto di istigazione all’illegalità di massa ed un altro occulto e più elitario di organizzazione paramilitare.

Eppure tutte queste prove non furono abbastanza per incolpare Negri di essere il cattivo maestro per antonomasia, il generale supremo dell’Italia “Vietnam dell’Ovest” sognata dai rivoluzionari di casa nostra. Non vi fu una “posizione di antagonismo e di irriducibile incomunicabilità” fra Negri e le Br, su questo non si può dar torto a Calogero, ma il saltare alla conclusione prospettata dal “teorema” fu un azzardo controproducente. Da allora, infatti, si diffuse la pratica di un metodo inquisitorio che diede il "la" alla deriva giustizialista. Calogero parla infatti di “rivoluzione copernicana” nel metodo investigativo: invece di partire “dal basso”, “dai fatti specifici di violenza armata”, si indirizzò “alla scoperta dei livelli sovraordinati e di vertice dell’organizzazione” lavorando sulla lettura dei documenti e delle riviste d’area. Dai fatti, insomma, alle deduzioni soggettive. Ma i confusi e spesso deliranti linguaggi delle pretese neo-avanguardie leniniste spesso combaciavano, nonostante le divergenze sul piano teorico e pratico.

Si cercò, insomma, di dare una forma illusoria al caos rivoluzionario, una regia unica all’anarchia della nuova guerra civile. L’urgenza fu quella di trovare un colpevole unico da consegnare al più presto alla giustizia e all’opinione pubblica. Se il terrorismo cercò di portare l’attacco “al cuore dello Stato”, la risposta fu nel cercare “un cuore”, o meglio, una mente unica dell’eversione rossa. La magistratura venne così investita di un ruolo quasi salvifico e si legittimò definitivamente come attore politico. Fu forse allora che ebbe fine il garantismo ed iniziò a diffondersi il “morbo giustizialista” culminato con l’inchiesta “Mani pulite”.    
 

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